Giustizia italiana - N. 3 (Imputati eccellenti: Adriano Sofri, Silvia Baraldini,e la legge uguale per tutti)

 

Scrive un lettore su "La Nazione" del 28 settembre 2000:

"Abbiamo appreso dalla stampa che, a pochi mesi dalla morte del banchiere Enrico Cuccia, Milano gli ha intitolato una piazza con una cerimonia ufficiale, alla presenza del prefetto, del sindaco e di altre autorita' cittadine. Quando morirono Maria Callas, Tito Gobbi, Mario Del Monaco, Gino Bechi e infine il maestro Gianandrea Gavazzeni facemmo richiesta a vari Comuni, compreso Milano, di intitolare a loro nome una via o una piazza. Tutti ci risposero che c'e' una legge rigorosa, secondo la quale bisogna aspettare dieci anni dalla morte di un personaggio prima di far figurare il suo nome nella via di una citta'. Infatti, per la Callas abbiamo aspettato vent'anni. Come mai per Cuccia non e' stata rispettata questa legge? Ma la legge non e' uguale per tutti?

La domanda finale, che supponiamo retorica, ha un'ovvia immediata risposta: certo che NO, la legge NON e' uguale per tutti, non lo e' qui da noi oggi, e non lo e' stata quasi mai in passato, in nessun posto. Di fronte per esempio alla legge italiana delle moderne I e II repubblica, tutti sono uguali, ma alcuni sono piu' uguali degli altri, la recentissima conclusione del caso Sofri docet. Non credo ci sia mai stato un uguale numero di processi e controprocessi, e tanta mobilitazione da parte del potere politico (e neppure solo di un certo "segno") per sostituirsi al potere giudiziario, una volta tanto stranamente poco disponibile a raccogliere gli alti lai degli innocentisti.

Che Sofri esca presto di prigione, in qualche modo, non appare neppure cosa troppo ingiusta, dal momento che uno degli altri imputati, e condannati, per lo stesso reato e' latitante (ne' immagino venga alacremente ricercato), mentre un terzo sta a casa perche' "malato".

Il riferimento alla "malattia" come espediente (che pero' funziona soltanto quando a utilizzarlo siano i piu' "agguerriti") per aggirare i rigori (si fa per dire) della legge, mi rimanda per associazione d'idee a un altro simile caso. Non ricordo l'anno, ma ero sicuramente MOLTO piu' giovane, quando ho sentito dire per la prima volta che la povera nostra connazionale Silvia Baraldini giaceva ingiustamente reclusa in una cella americana (se non proprio innocente, condannata in modo troppo severo, per reati in fondo "minori"), senza alcuna considerazione per le sue condizioni di salute, minate da quello che un comune eufemismo definisce un "morbo incurabile". E' passata parecchia acqua sotto i ponti, e dopo periodici revivals del caso, la nostra intellighenzia sinistrese e' riuscita a far trasferire la prigioniera in un carcere italiano (primo passo, negli intendimenti dei protagonisti, di una sua facile prossima liberazione, grazie al dilagante "buonismo", favorito da una magistratura di solito compiacente). Al momento del ritorno in patria, S.B. viene accolta all'aeroporto quasi come un eroe nazionale, presente perfino il ministro della "giustizia" Diliberto (in cerca di - dubbia - pubblicita'?!), ma poiche' i tempi della scarcerazione evidentemente tardano - per qualche presumibile intoppo diplomatico con il governo USA, che mostra in certe questioni una rigidita' per noi inusuale - si torna di tanto in tanto a riproporre l'immagine della persona che langue quasi moribonda tra le mura del luogo di pena, dopo aver abbondantemente pagato, almeno secondo il metro della legge italiana, il suo debito alla societa'.

Quest'ultima circostanza sara' anche vera, ma non e' mai opportuno usare la menzogna come strumento al servizio seppure di una giusta causa: le bugie hanno (non proprio sempre, ma talora fortunatamente si') le gambe corte, o, sarebbe meglio dire, nella presente circostanza, la vita lunga...

 

(UB, 7 ottobre 2000)