ATTACCO TERRORISTICO AGLI USA

(Giordano Cottini)

 

Abbiamo tutti visto e ne siamo stati profondamente colpiti, le immagini degli attacchi terroristici contro New York e Washington. Sinceramente, qualcosa del genere me la attendevo, o forse soltanto la temevo. E' un tipo di offesa alla quale non siamo preparati, dal momento che viene portata da persone disposte a sacrificare la loro vita pur di portare con sé il maggior numero possibile di "nemici" o presunti tali. Purtroppo, il terreno di cultura di questa mentalità, di queste attitudini, è l'Islam, col suo ossessivo richiamo alla "guerra santa", presente in 15 "sure" (capitoli) coraniche su 114. Non voglio, con ciò, dire che il Corano inciti alla guerra, dato che questo Libro, che gli islamici considerano dettato da Dio (Allah) al profeta (Mohamed), mostra una genuina ispirazione, direi, poetica, allorché magnifica le doti di Dio: "…Non esiste animale a cui Dio non assicuri il cibo e la dimora, poiché tutto ciò è scritto nel Libro dell'Universo.." (XI,6) o "...Dio fa crescere sulla terra vigneti, campi di grano e palmeti, tutti irrorati dalla pioggia che cade dal cielo…" (XIII,4) o "Solo Dio è l'Onnipotente sino a Lui risalgono le preghiere e le buone opere. Ma Egli rende vane le trame dei malvagi e prepara per essi il fuoco dell'Inferno." (XXXV,10), oltre che una profonda umanità: "…Liberate gli schiavi che ve lo chiedono, se li reputate virtuosi e timorati, e concedete loro una parte delle ricchezze che Dio vi ha dato…"(XXIV,33).

Il fatto è che il Corano, a differenza del cristiano Nuovo Testamento, rispecchia la durezza dei tempi in cui ha avuto origine: Cristo è vissuto essenzialmente ai tempi di Tiberio: l'Impero era in pace, esisteva ordine e legge, esisteva la certezza del diritto, di un diritto avanzatissimo per quei tempi, tanto che Lui ha potuto permettersi di dire "…dai a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio…) e di occuparsi solo di fornire agli uomini i suoi preziosi insegnamenti morali, trascurando le regole del vivere civile, già date dalla Lex Romana. Mohamed, invece, è vissuto oltre cinque secoli dopo. L'impero, almeno quello di occidente, era collassato, nella penisola arabica non esisteva alcuna certezza del diritto se non nella rudimentale forma di norme consuetudinarie tribali. Non vi era ordine, non legge scritta: il Profeta ha dovuto combattere!

Ecco quindi che le conseguenze di questa situazione si riflettono nel Libro: assieme a regole di altissimo valore morale: "…Se il vostro debitore è in difficoltà, lasciate che egli torni ad essere in grado di pagarvi senza averne alcun danno. Ma meglio sarebbe per voi rimettergli il suo debito!" (II,280), "…fai l'elemosina...perdona…", compaiono anche le leggi scritte, semplicemente per dare regole di vita certe al suo popolo. Beninteso, leggi anche di alto valore, per quei tempi, basti pensare a come sollevi i diritti e la dignità della donna, rispetto a quello che doveva essere l'uso del tempo di completa oggettificazione della stessa. Ora la donna acquisisce dei diritti, essa ha diritto a rispetto: "…Siate gentili e comprensivi nei loro confronti. Sappiate che se le tratterete con disprezzo, offenderete Dio, il quale ve le ha date come un Suo dono!…" (IV,19); essa ha diritto ad una parte, minoritaria rispetto ai figli maschi, dell'eredità, ma pur sempre una parte; essa può essere ripudiata, ma non disprezzata : "…Alle donne ripudiate spettano i mezzi di sussistenza e ciò secondo le possibilità del marito…" (II,241), ma vale meno di mezzo uomo: "…Ecco quanto Dio vi prescrive di lasciare ai vostri figli in eredità: la parte del figlio maschio sia uguale a quella di due figli femmine messe insieme…" (IV,11) e "…siano sempre presenti due testimoni uomini, mancando due uomini, un uomo e due donne…" (II,282), ma ben più, ora, di un cammello!

Rimane il fatto che le leggi del vivere civile, che il Profeta, per mancanza di un Corpus Iuris, ha dovuto scrivere nel Libro, assieme a leggi morali di grande spessore e valore eterno, se andavano bene allora, ora sono state superate dall'evoluzione della società; non possono però essere aggiornate perché scritte, per mezzo del Profeta, da Dio stesso e nessuno ha l'autorità per farlo!

Non esiste il corrispondente islamico del Papa, da Cristo, in qualche modo, nominato suo successore in terra.

Conseguenza di tutto ciò è una arretratezza, direi culturale e strutturale delle società islamiche rispetto alla nostra, arretratezza che cercano di superare quegli Stati che, non senza molte difficoltà, cercano di mantenersi laici separando, così, il potere civile da quello religioso, cosa non facile proprio perché, secondo l'Islam, Dio ha dettato anche le regole del vivere civile e, quindi, lo Stato non ha bisogno di produrre alcuna altra legge, essendo questa scritta nel Corano!

Ma mentre l'arretratezza culturale può essere considerata, in prima approssimazione, un fenomeno che, alla fin fine, riguarda solamente chi la possiede, il richiamo coranico, martellante, alla "guerra Santa" è qualcosa che riguarda anche noi.

E' ben vero che, interpretato con saggezza, la stessa saggezza che traspira da tutto il Corano, non è un richiamo alle armi feroce ed indiscriminato, men che meno nei confronti della "gente del Libro", ovvero ebrei e cristiani, dall'Islam visti come i precursori del messaggio del profeta, dal momento che in più punti si dice che "…Se però i vostri nemici depongono le armi, allora anche voi deponetele e perdonate loro. Dio, infatti, è clemente e misericordioso!…" (II, 192).

Rimane il fatto che, mentre i Vangeli non offrono il minimo appiglio a chi voglia fare del male al suo prossimo (..."porgi l'altra guancia"…o…"dovrai perdonare settantasette volte sette!…") e, pertanto, le violenze perpetrate dai cristiani sono un esercizio senza alcuna rete di protezione teologica, il Corano questa rete di protezione la offre, a chi voglia usarla, magari forzando lo spirito del Libro!

E, in più, la Guerra Santa è un formidabile mezzo per conseguire il perdono di Dio e raggiungerlo in Paradiso: "…Non considerate morti quelli che sono stati uccisi sulla Via di Dio. No! Essi sono vivi presso il loro Signore…" (III,169) O "…e quanti, in quel giorno, fedeli al Patto giurato davanti a Dio, lottarono nella Sua Via ed incontrarono la morte attendono di ricevere da Lui la meritata ricompensa..." (XXXIII,23,24) O, ancora "…Egli guida infatti i combattenti della Guerra Santa, perdona i loro peccati e li farà entrare nel Suo Paradiso..."(XLVII 5,6) e così via.

Già, il Paradiso, ove i fedeli vivranno eternamente, all'ombra di alberi che danno "ogni genere di frutti", ove scorrono " freschi ruscelli" e ove potranno avere "ogni sorta di cibo" e "spose purissime dagli occhi meravigliosi e dalla candida pelle…" (XXXVII,48,49) e la soddisfazione di ogni loro desiderio: ce n'è abbastanza per spingere un giovane acculturato soltanto al Corano, che non ha mai avuto nulla di tutte le cose promesse nel Paradiso, che le donne le ha solo immaginate visto l'obbligo che hanno di coprirsi con "ampie vesti", a divenire al contempo eroe e martire e guadagnarsi, con un colpo solo, tutte queste delizie!

Una sera mi trovavo a cena con un alto personaggio islamico e, in particolare, sedevo accanto alla signora. Incuriosito, con le dovute attenzioni, sondai la signora in merito a come avvertisse la sua condizione di donna islamica, dato che, come ho già detto sopra, le donne sono trattate malino: mi rispose che il Profeta, in realtà, ha esaltato la condizione della donna e l'ha valorizzata.

Mi resi conto di quello che è il nocciolo dell'educazione femminile nell'Islam: la consapevolezza, giustificata, (come abbiamo visto sopra) che la posizione della donna sia stata risollevata dal Profeta, ma anche la condanna, inconsapevole, al ruolo subalterno imposto dalla necessità di dovere essere protetta, dall'uomo, in quanto fragile fisicamente e mentalmente : "…Agli uomini è data preminenza sulle donne, perché Dio ha stabilito che gli uni prevalgano sulle altre e provvedano ai loro bisogni…" (IV,34)!

Sondai la signora anche sul terrorismo e sulla attitudine, tutta islamica, di uccidere se stessi pur di far morire dei nemici.

La risposta della signora fu un "ma perché, voi in Italia non avete chi uccide? Non avete la mafia e la criminalità?".

E qua sta il punto che rende molto più facile gestire la nostra pur pericolosa criminalità organizzata: un mafioso, un delinquente nostrano ha almeno rispetto per la sua stessa vita, anche se è disponibile ad attentare a quella altrui per un motivo concreto.

Ciò rende molto più gestibile il fenomeno, rispetto al caso di chi, mischiato ad innocenti, senza alcun motivo che lo porti a voler uccidere quegli innocenti in particolare, imbottito di esplosivo fa saltare se stesso e chi gli sta attorno o devia contro le Twin Towers e le migliaia di persone innocenti ivi al lavoro o in visita turistica, un aereo con tutti i suoi sconvolti ed innocenti passeggeri!

Ho detto che temevo un attentato del genere: per la verità pensavo più ad un ordigno nucleare(ce ne sono così tanti al mondo!) chiuso nel portabagagli di un'auto portata a spasso (e perciò non tale da destare sospetti) per un centro cittadino e fatta detonare dal suo lucido, folle, guidatore.

Non siamo preparati a fronteggiare un siffatto nemico, con una siffatta attitudine al sacrificio di sé. Prepararci a rispondere a questo tipo di minaccia potrebbe significare, oltre a ricercare la piena collaborazione di tutti i Paesi più civili, dover forzare le nostre tradizioni di tolleranza e civiltà, forse non sempre idonee a contrastare comportamenti di cieca, brutale e fanatica ferocia.

Per questo mi confermo nell'opinione, che, purtroppo, ho sempre avuto, che, cessato l'equivoco del comunismo mondiale, il nemico per la nostra società, per la nostra civiltà, sia sempre lo stesso, quello stesso che fu fermato a Poitier, sotto le mura di Vienna, a Lepanto: il mondo islamico, o meglio l'estremismo islamico che l'interpretazione distorta (voluta o dettata da ignoranza) del Messaggio dell'Islam può fertilizzare.

Come ho detto, a parte divergenze strategiche occasionali, anche gravi, né la matrice culturale cristiana né quella buddista o induista offrono alcuna scusa all'uomo per fare del male ad un proprio simile; purtroppo quella islamica sì, per quanto lontana anni luce dalle intenzioni del Profeta!