La Famiglia di Mosè

 

Fra gli argomenti che mi trovai a dover approfondire, per completare in modo logico e coerente il mio libro, ce ne fu uno che doveva avere in seguito una importanza fondamentale nella mia ricerca della *****: la famiglia di Mosè. In tutte le opere che trattano di Mosè ci sono interminabili dissertazioni sui suoi genitori naturali e soprattutto su quelli adottivi, che secondo la tradizione sarebbero da ricercarsi addirittura nella famiglia del faraone. Nessuno, però, parla mai della famiglia formata dallo stesso Mosè, dei suoi figli e dei suoi discendenti. E’ un argomento che sembra oggetto di un rigoroso tabù: invano se ne cercano notizie negli innumerevoli libri che trattano di Mosè. Eppure non c’è dubbio che egli abbia avuto una moglie e dei figli e dei discendenti.

Mi ero imbattuto in questo problema proprio meditando sulle circostanze della morte di Mosè e sull’incredibile esiguità di notizie che la Bibbia fornisce in proposito. Di una cosa, in particolare, non riuscivo a capacitarmi, e cioè il fatto che non venisse indicato chi aveva provveduto ai suoi funerali.

Una costante che avevo notato nei resoconti relativi alla morte dei patriarchi, è che essi vennero invariabilmente sepolti dai propri figli. Abramo fu sepolto dai "suoi figli Isacco ed Ismaele, nella caverna di Mac Pela, nel campo di Efron, figlio di Zocar l’ittita, di fronte a Mamre" (Gn. 25,9). Isacco a sua volta fu sepolto dai suoi figli Esaù e Giacobbe (Gn. 35,29). I funerali di Giacobbe furono particolarmente imponenti e ad essi è dedicata l’intera seconda metà dell’ultimo capitolo di Genesi. Il suo cadavere fu imbalsamato in Egitto e poi trasportato a Ebron e sepolto nella caverna di Mac Pela da Giuseppe e tutti i suoi fratelli.

E Mosè? Chi seppellì Mosè? Ormai sapevo tutto di lui, per lo meno tutto quello che sta scritto nel Pentateuco, e ricordavo bene che egli aveva due figli maschi, che all’epoca della sua morte dovevano essere entrambi adulti. Logica e tradizione vogliono che fossero i suoi figli a seppellirlo. Ma la Bibbia non lo dice e la cosa mi pareva piuttosto strana. Fu allora che cominciai a rendermi conto di un fatto che sulle prime mi era completamente sfuggito, ma ora che me ne chiedevo le ragioni mi pareva enorme: la famiglia di Mosè era completamente sparita dagli ultimi tre libri del Pentateuco.

Non c’è dubbio che Mosè avesse una famiglia. Quando fuggì dall’Egitto, si rifugiò nel paese dei madianiti e trovò ospitalità presso Ietro, "che gli diede in moglie la propria figlia Zippora. Ella gli partorì un figlio ed egli lo chiamò Ghersom, perché diceva "sono un emigrato in terra straniera’" (Es. 2,22). Più tardi Zippora gli diede un secondo figlio maschio, Eliezer, nato in circostanze cui la Bibbia allude in modo vago e misterioso (Es. 4,24).

Quando Mosè tornò in Egitto per organizzare l’esodo, stando al versetto Es. 4,20, portò con sé la moglie e i figli. Ma evidentemente o questa informazione non è esatta, oppure successivamente egli rimandò moglie e figli presso il suocero Ietro, perché è qui che essi si trovavano al momento dell’Esodo. Il capitolo 18 di Esodo è interamente dedicato alla visita di Ietro a Mosè, a Refidim, nei pressi del monte sacro, in occasione della quale egli gli riportò la famiglia: "Ietro, suocero di Mosè, aveva preso Zippora, moglie di Mosè, dopo che l'aveva rinviata, e i suoi due figli; il nome di uno era Ghersom, poiché aveva detto: "Sono stato un ospite in terra straniera", e il nome dell'altro Eliezer, perché: "Il Dio di mio padre è venuto in mio aiuto, e mi ha liberato dalla spada del faraone." Ietro, suocero di Mosè, venne da Mosè con la sua moglie e i suoi figli, nel deserto dove era accampato, al monte di Dio. E disse a Mosè: "Sono io Ietro, tuo suocero, che vengo da te, con tua moglie, e con lei ci sono i suoi due figli."

Questa è l'ultima volta in cui Zippora e i due figli di Mosè vengono nominati nel Pentateuco. Da questo momento in poi sembrano svanire nel nulla.

La moglie cushita di Mosè

 

Scartai subito l’ipotesi che fossero tornati nel paese di Midian insieme a Ietro. In Esodo 18,27 si dice che "poi Mosè congedò suo suocero, che se ne andò nella sua terra". Se Zippora e i suoi figli se ne fossero andati con lui, il racconto dovrebbe averlo riportato. Mi rendevo conto che era una prova abbastanza debole, ma trovai presto la conferma che Zippora e i suoi due figli erano rimasti con Mosè.

L’episodio di Ietro, come ho già fatto notare nel capitolo precedente, si colloca alla fine della permanenza presso il monte sacro, quando Mosè era già saldamente a capo del popolo ebraico e gli stava dando un assetto amministrativo. Questa collocazione è importante, per la chiara coincidenza con un episodio verificatosi pochi giorni dopo. Non appena congedato il suocero Ietro, Mosè, con tutto il popolo ebraico, "nel 20° giorno del 2° mese del 2° anno" (Num. 10,11), lasciò per sempre l’area del monte sacro, avviandosi a nord, verso la Palestina. Prima tappa fu Kibrot Attaava e dopo questa Azerot. E fu qui, ad Azerot, che accadde un fatto riportato in Numeri 12: "Miriam e Aronne parlarono contro Mosè a causa della donna cushita che aveva preso: poiché aveva preso una donna cushita."

La maggioranza dei testi, fra cui la stessa Bibbia di Gerusalemme, traducono il termine "cushita" con "etiope", presupponendo che derivi da "Kush", nome che veniva allora conferito alla Nubia, una regione a sud dell'Egitto, tributaria dei faraoni, abitata da popolazioni negroidi. Sulla base di questa traduzione qualcuno suggerisce che Mosè abbia avuto anche una moglie nera. La cosa mi pareva priva di senso, perché Mosè si era riunito soltanto da pochi giorni alla sua moglie legittima Zippora, madianita. Niente di strano che la donna, piombata all’improvviso nella comunità ebraica, avesse suscitato le gelosie di altre "primedonne", come Miriam e Aronne, che fino a quel momento avevano avuto un rapporto esclusivo e privilegiato con Mosè.

Non avevo dubbi che la "moglie cushita" che aveva scatenato la gelosia di Miriam e Aronne fosse la stessa Zippora. Ma mi serviva la prova che il termine "cushita" fosse quello con cui venivano definiti i madianiti appartenenti alla tribù di Ietro. Trovai subito conforto a questa mia intuizione nelle note stesse dei testi che consultavo, le quali si premuravano di far notare che in Abacuc 3,7 Cushan viene riportato come una località di Madian. La conferma definitiva, però, la ebbi in seguito, quando trovai in un testo apocrifo del Vecchio Testamento, databile al secondo secolo a.C., un passo in cui Ietro e Zippora vengono espressamente indicati come cushiti1.

Cushita, quindi, significa non etiope, ma madianita; probabilmente quella particolare tribù di Madian, cui apparteneva Ietro e la figlia Zippora. Più tardi questa conclusione doveva risultare importante per determinare l’ubicazione della tomba di Mosè.

Censura esercitata sulla Bibbia a proposito della famiglia di Mosè

 

La conclusione di questa indagine, in ogni caso, fu che Zippora, la moglie cushita di Mosè, era rimasta con lui e certamente anche i suoi figli. Ma proprio per questo mi appariva incredibile, enorme, che il Pentateuco non dicesse più una sola parola su di loro. In tutta la Bibbia appare evidente la straordinaria importanza che il popolo ebreo ha sempre attribuito alla famiglia e alla discendenza. Mosè non poteva sfuggire alla regola.

Questo silenzio poteva essere attribuito soltanto a due cose: o c’era stato una censura che aveva o tagliato o mascherato, a seconda dei casi, tutte le notizie relative alla famiglia di Mosè; oppure questa famiglia era sparita, per un qualche motivo, prima dell’invasione della Palestina. Ma se così fosse stato il racconto avrebbe dovuto riportarlo; una cronaca tanto dettagliata da registrare un banale litigio di Miriam a causa della moglie di Mosè, non poteva non riportare un fatto così enorme come l’eventuale annientamento della sua famiglia. In ogni caso, quindi, si deve ammettere che c’è stata censura, vuoi da parte dell’autore stesso del Pentateuco, vuoi successivamente, perché niente viene riportato in merito ad un argomento come questo, di primaria importanza proprio nella logica stessa di chi ha riportato i fatti.

Ma se i motivi per tacere o censurare ogni informazione in merito alla tomba di Mosè erano evidenti, verosimilmente per evitarne la profanazione ed il saccheggio, non altrettanto lo erano i motivi per tacere, o censurare, informazioni relative alla famiglia del profeta. Non riuscivo a capire se e quale potesse essere il nesso fra le due cose, che comunque avevano una cosa in comune: riguardavano entrambe Mosè.

L’idea che qualcuno avesse voluto cancellare la sua famiglia dalla storia, mi lasciava disorientato, quasi incredulo. Eppure era un dato di fatto innegabile. Mi sembrava impossibile, però, vista l’importanza della famiglia e del ruolo che essa doveva aver svolto in seno alla società israelita, che tale operazione avesse potuto effettuarsi senza lasciare tracce. Nel testo dovevano necessariamente essere sopravvissuti indizi, incongruenze, fatti e nomi che denunciassero in modo evidente l’operazione di censura e dai quali fosse possibile ricostruire la vera storia di questa famiglia, e capire se era davvero scomparsa dalle cronache di Israele e quando, oppure se aveva continuato a sussistere.

Il ruolo della famiglia di Mosè era stato irrilevante nei primi libri del Pentateuco e perciò una eventuale operazione di censura poteva non aver lasciato tracce rilevabili. Non così nei libri successivi: sparita la figura di Mosè, il ruolo della sua famiglia doveva essere divenuto troppo rilevante per farla sparire senza lasciare tracce. Mi detti perciò ad esaminare i libri successivi alla loro ricerca.

Il libro di Giosuè - Spartizione della Palestina fra le famiglie israelite

 

Cominciai con il libro di Giosuè, che narra la conquista e la spartizione della Palestina fra le varie tribù. Qui vengono elencate una per una tutte le famiglie di Israele, anche le più modeste, con i territori loro assegnati. La famiglia di Mosè, il personaggio in assoluto più importante di Israele, non poteva essere ignorata in questo contesto. Lessi e rilessi Giosuè alla ricerca di un indizio che mi potesse illuminare su che fine avevano fatto i figli di Mosè. Incredibilmente non vi trovai un singolo cenno. Ero sbalordito.

Tutti avevano avuto un pezzetto di territorio, anche i personaggi più insignificanti; persino qualcuno dei parenti madianiti di Mosè aveva ricevuto la sua parte di eredità in Palestina. Infatti Obab il chenita e suoi discendenti ebbero un territorio in mezzo a Israele, nella valle del Giordano, vicino a Gerico2. Obab era fratello, o fratellastro, di Zippora e quindi cognato di Mosè; lo incontriamo per la prima volta in Numeri 10, quando Mosè si accinge a lasciare il monte Horeb. Evidentemente era venuto a Refidim insieme al padre Ietro.

Mosè lo invitò ad unirsi a lui, dicendogli: "Noi partiamo per il luogo circa il quale Jahweh disse 'Io ve lo darò'. Vieni con noi e per certo ti faremo del bene, perché Jahweh ha proferito il bene riguardo a Israele". Ma egli gli rispose: "Non verrò, ma andrò al mio proprio paese e ai miei parenti". A ciò disse: "Ti prego, non ci lasciare, perché conoscendo bene dove ci possiamo accampare nel deserto, ci devi servire da occhi. E deve accadere che nel caso tu venga con noi, con il bene con il quale Jahweh farà del bene a noi, noi, a nostra volta, faremo del bene a te". " (Nm. 10,29-32).

In Esodo non viene riportata la risposta finale di Obab, ma non ci può essere dubbio che sia stata positiva, altrimenti non avrebbe avuto un territorio fra gli israeliti. Segno evidente che egli aveva accettato le offerte di Mosè, unendosi a lui, e che questi aveva mantenuto le sue promesse. Mi sembrava importante il fatto che il madianita Obab, in quanto cognato di Mosè, avesse avuto assegnata una parte di eredità in Israele, all'atto della spartizione. A maggior ragione, quindi, la famiglia vera e propria di Mosè doveva aver avuto, all'atto della spartizione, una parte adeguata ai meriti e alla posizione del capostipite.

Invece nulla: i figli di Mosè non sono mai nominati, neppure di sfuggita. Quella famiglia sembrava sparita, volatilizzata. Non era possibile! Appariva fin troppo evidente che ci dovesse essere stata una censura nel libro a questo proposito.

Il santuario di Silo

 

Ma non era l’unica. Dal momento che cercavo nel libro di Giosuè notizie che avrebbero dovuto esserci e invece non c’erano, non potei fare a meno di notare un’altra clamorosa omissione di questo libro.

Fin dalla spartizione la città di Silo, situata nel territorio montagnoso di Efraim, si era imposta come una delle località più importanti della Palestina. Al termine delle operazioni militari, infatti, "tutta l’assemblea dei figli d’Israele si congregò a Silo e vi collocarono la tenda di adunanza, giacché il paese era ora assoggettato dinanzi a loro (Gs. 18,1). "A Silo, dinanzi a Jahweh, all’ingresso della tenda dell’adunanza, Eleazaro il sacerdote e Giosuè figlio di Nun e i capi dei padri della tribù di Israele distribuirono a sorte come possedimento le eredità di ogni singola tribù" (Gs. 19,51). Da Silo erano partite le tribù per andare a prendere possesso dei propri territori, separandosi le une dalle altre, dopo "quaranta" anni di vita e di guerre assieme.

Che Silo rivestisse un ruolo centrale nelle vicende della Israele dei Giudici, prima cioè che Davide e Salomone consacrassero Gerusalemme quale centro religioso e politico della nazione, l’avevo dedotto fin dal penultimo capitolo di Genesi, dove Giacobbe riunisce tutti i suoi figli per benedirli e preannunziare "quello che vi accadrà nei tempi futuri". In quell’occasione Giacobbe tolse la primogenitura a Ruben, per aver violato la sua moglie Bilha, e pure a Simeone e Levi per aver distrutto la città di Sichem. Arrivato al quarto figlio, Giuda, egli gli conferì il diritto di primogenitura, con le parole: "Giuda, te loderanno i tuoi fratelli; la tua mano sarà sulla nuca dei tuoi nemici; davanti a te si prostreranno i figli di tuo padre. …Non sarà tolto lo scettro da Giuda, né il bastone del comando di tra i suoi piedi, finché non verrà Silo, a cui esso appartiene e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli."

La Bibbia di Gerusalemme traduce la parola Silo con "colui" a cui esso (il bastone del comando) appartiene, ipotizzando che si tratti di una profezia relativa al Messia. Ma personalmente trovavo la cosa priva di senso, una deliberata e immotivata distorsione del testo. Una rapida indagine attraverso il testo biblico, infatti, mi convinse ben presto che Silo era assurta a città guida di Israele fin dalla conquista della Palestina ed era rimasta tale fino alla sua distruzione, operata dai Filistei ai tempi di Samuele. E trovai conferma che in quell’intervallo di tempo rivestì in Israele lo stesso ruolo rivestito più tardi da Gerusalemme. In Geremia 7,12-16, infatti, il profeta preannunciando la distruzione di Gerusalemme e del suo tempio, mette in bocca a Jahweh le seguenti parole: "… nella mia dimora che era in Silo avevo da principio posto il mio nome … io tratterò questo tempio (di Gerusalemme) che porta il mio nome e nel quale confidate e questo luogo che ho concesso a voi e ai vostri padri, come ho trattato Silo".

Silo era stata distrutta subito dopo la sconfitta subita dagli ebrei ad opera dei filistei, quando l’arca fu catturata. Il racconto omette di raccontarne la distruzione, ma fa un esplicito riferimento ad essa quando dice che alla sconfitta seguirono avvenimenti così gravi "che chiunque li udì ne ebbe stordite le orecchie"(1 Sam. 3,11).

A Silo, che si trovava nel territorio montagnoso di Efraim, in posizione baricentrica rispetto ai territori conquistati, era stato eretto il tempio a Jahweh dove veniva conservata l’arca dell’alleanza (1 Sam.4,3). A Silo risiedeva il gran sacerdote Eli. A Silo tutta Israele portava le proprie offerte per il Signore (1 Sam. 2, 13 seg). A Silo tutti gli anni convenivano gli israeliti da ogni parte della Palestina, "per prostrarsi e sacrificare a Jahweh degli eserciti" (Gdc, 21,19; 1 Sam. 1,3).

Sulla base di tutte queste indicazioni, così chiare e precise, mi pareva non fosse possibile nutrire dubbi sul fatto che il "bastone del comando", subito dopo la conquista della Palestina fosse passato da Giuda, il neo-primogenito, al titolare del tempio di Silo. Da quel momento fino alla sua distruzione, ai tempi di Samuele, Silo era stata per Israele quello che più tardi sarebbe stata Gerusalemme.

Ai tempi della spartizione del territorio fra le tribù di Israele, quindi, Silo era in assoluto la città più importante di tutta la Palestina. L’autore del libro di Giosuè non poteva ignorare quella che era in effetti la notizia più significativa di tutto il libro e cioè a chi fosse stata assegnata la città di Silo ed il suo santuario. Il titolare del santuario, infatti, in quanto sommo sacerdote, era la massima autorità di Israele.

Era importante a questo punto scoprire a chi fosse stata assegnata la città di Silo, nel corso della spartizione della Palestina. Rilessi ancora una volta l’intero libro di Giosuè. Controllai più volte se per caso non fosse stata assegnata a qualcuno dei leviti, in particolare ai discendenti di Aronne. Niente da fare. I leviti ebbero in tutto 48 città, distribuite fra le varie tribù, che sono nominate una ad una. In particolare "ai figli del sacerdote Aronne toccarono in sorte tredici città nella tribù di Giuda, nella tribù di Simeone e nella tribù di Beniamino (Gs.21,4) … questa fu la porzione per i figli di Aronne, appartenenti alle famiglie levitiche dei Qehatiti, per i quali infatti fu estratto il primo sorteggio. Furono date loro: … Hebron e i suoi pascoli, Libna e i suoi pascoli, Jattir e i suoi pascoli, Estemona e suoi pascoli, Holon e i suoi pascoli, Debir e i suoi pascoli, Ajin e i suoi pascoli, Jutta e i suoi pascoli, Bet-Semes e i suoi pascoli: nove città di quelle due tribù (Giuda e Simeone). Della tribù di Beniamino: Ghibeon e suoi pascoli, Gheba e i suoi pascoli, Anatot e i suoi pascoli, Alemon e i suoi pascoli: quattro città. In tutto, le città dei sacerdoti figli di Aronne furono tredici città con i loro pascoli." (Gs. 21,10-18). Il testo prosegue completando l’elenco nominativo di tutte le 48 città date in possesso ai leviti, comprese le quattro nella regione di Efraim: Sichem, Ghezer, Qibsajim e Bet-Horon. Di Silo neanche l’ombra!

Silo, quindi, non era stata assegnata ad un levita e tanto meno ad un discendente di Aronne, Eleazaro o suo figlio Fineas. Nondimeno era sede del tempio a Jahweh e vi risiedeva la più alta autorità di Israele. Il fatto che nel libro di Giosuè non venga detta una singola parola da cui si possa capire a chi era stata assegnata la città costituisce una omissione altrettanto clamorosa di quella relativa alla mancata menzione della famiglia di Mosè. Non era possibile che il narratore ignorasse proprio quelle che erano le notizie più importanti di quella spartizione, a chi era andata Silo e quale fosse la parte toccata ai figli di Mosè.

L’ipotesi della censura stava diventando certezza per me. Come pure prendeva corpo l’ipotesi che fra la famiglia di Mosè e Silo ci fosse un nesso ben preciso.

Notizie sulla famiglia di Mosè e su Silo nel libro dei Giudici

 

In Giosuè avevo trovato soltanto indizi indiretti a favore della mia ipotesi, e cioè omissioni di notizie che non potevano essere omesse. In Giudici cominciai a trovare i primi consistenti indizi diretti.

Ben due capitoli di Giudici, il 17.mo e 18.mo, vengono dedicati a una storia apparentemente strana e avulsa dal contesto narrativo del libro stesso. Si parla infatti di un "certo" levita, figlio cadetto di un personaggio ignoto, che parte da Betel in cerca di fortuna e viene accolto in casa di un non meglio identificato Mica, che lo assume come suo "sacerdote" personale. Dopo varie vicende, il nostro sacerdote approda a Dan, dove fonda un santuario.

Alla fine (Gdc. 18,30), si scopre che questo levita innominato aveva un nome ben preciso, Gionatan, ed era figlio nientemeno che di Ghersom. Ebbi un tuffo al cuore: Ghersom, infatti, era il figlio primogenito di Mosè. Il testo che leggevo in quel momento era la Bibbia di Gerusalemme, tratta dalla versione dei 70 e specificava che si trattava di un certo "Ghersom figlio di Manasse". L’unico Manasse che avessi incontrato fino ad allora era il figlio primogenito di Giuseppe, morto in Egitto almeno un secolo prima. Non poteva trattarsi di lui, nel modo più assoluto. Ero perplesso: che si trattasse di un errore, o peggio ancora di una interpolazione voluta? Dopotutto nella scrittura ebraica è sufficiente inserire una n tra la m e la s per cambiare il nome di Mosè in Manasse. I miei sospetti trovarono conferma quando andai a consultare il testo masoretico, il testo ebraico originale. Qui c’è scritto chiaramente che si trattava proprio di lui, Ghersom figlio di Mosè. Nella Bibbia dei settanta, quindi, il nome di Mosè era stato cambiato in Manasse: opera di un lontano epigone del nostro censore.

Avevo la conferma, quindi, che Ghersom, figlio di Mosè, era entrato in Palestina. Non soltanto: una notizia importante del brano di Giudici è anche che i figli di Ghersom erano sacerdoti per diritto di nascita. Ma c’era anche un ultimo particolare che attirò subito il mio interesse, e cioè il fatto che i Daniti, "misero in onore per proprio uso la statua scolpita, che Mica aveva fatta, finché la casa di Dio rimase a Silo". (Gdc. 18,31). Cosa centrava Silo con Gionatan? E perché compariva in riferimento a Ghersom? Era evidente da questo cenno che fra Gionatan e il santuario di Silo doveva esistere un qualche legame diretto. E l’ipotesi più immediata che mi balzò alla mente è che il titolare del santuario di Silo fosse uno della sua stessa famiglia, e quindi verosimilmente suo padre Ghersom, o il suo erede, fratello maggiore di Gionatan. Qualcuno, comunque di famiglia: della famiglia di Mosè.

 

Anche l’episodio successivo, che prende interamente gli ultimi tre capitoli di Giudici, mi colpì per alcune "omissioni" inammissibili. Protagonista dei fatti, pure in questo episodio, è un non meglio identificato "levita, che abitava all’interno delle montagne di Efraim" (Gdc. 19,1); guarda caso proprio dove stava Silo. Questo personaggio, in viaggio da Betlemme a casa propria con una sua moglie, viene fatto oggetto di avances da parte degli abitanti di Gabaa, beniaminiti. Per trarsi d’impaccio egli consegna loro la propria moglie, che muore in seguito alle violenze subite. Tornato a casa, il nostro levita manda messi a tutte le tribù di Israele, che si radunano "come un sol uomo dinanzi al Signore, a Mizpà" (Gdc. 20,1) e decidono di sterminare l’intera tribù di Beniamino, per il gravissimo peccato commesso.

C’erano varie cose che non mi convincevano in questo episodio. Innanzitutto la natura di un peccato così grave da meritare lo sterminio di un’intera tribù, donne e bambini inclusi. I tentativi di spiegazione che leggevo nelle note a piè di pagina del testo, che identificano il peccato in una violazione delle regole dell’ospitalità, mi sembravano addirittura patetici. A mio parere la gravità della punizione era giustificata non tanto dalla gravità del peccato, quanto piuttosto dall’importanza di colui contro cui era stato commesso: certamente non un anonimo "levita", ma una personalità di primissimo piano in Israele, che aveva il potere di convocare tutte le tribù "dinanzi al Signore" e chiedere vendetta. Non poteva esserci dubbio che il suo nome fosse ben noto al redattore di questo episodio, che quindi doveva averlo omesso deliberatamente. Oppure, come per la famiglia di Mosè, il nome era stato oggetto di censura.

Anche il luogo in cui le tribù si riunirono per decidere la rappresaglia, il santuario di Mizpà, mi risultava quanto meno strano. Mosè aveva insistito a lungo nel suo ultimo discorso nella valle di Moab, riportato in Deuteronomio, perché ci fosse un unico luogo di culto, a cui far affluire tutte le offerte. L’eccezione a questa regola, il santuario di Dan, veniva riportata con evidenza, ma in ogni caso collegata a Silo, dove sorgeva il tempio legittimo. Non esistevano altri santuari in Israele a quell’epoca, tanto meno nelle immediate vicinanze di Silo.

Mizpà significa "belvedere, luogo elevato" e normalmente viene associato con il nome della località in cui si trova, come ad esempio Mizpà Ramon, il Belvedere di Ramon. Messo così, da solo, può indicare un luogo elevato di una località qualsiasi. Scopersi ben presto che questa Mizpà si trovava proprio a Silo (Gdc. 21,12). Il santuario presso cui le tribù si erano riunite, quindi, doveva essere quello di Silo, il quale, come più tardi quello di Gerusalemme e come tutti i luoghi di culto a quell’epoca, era verosimilmente costruito in posizione elevata, su un "mizpà", appunto.

Ovvia e ineludibile conclusione era che l’anonimo levita protagonista di questo truculento episodio doveva essere un pezzo grosso del tempio di Silo, forse addirittura il titolare stesso, e cioè il gran sacerdote, o un suo stretto parente. E doveva essere una persona di straordinaria importanza, come appunto un discendente diretto di Mosè.

 

Il gran sacerdote Eli

 

Fin qui avevo ottenuto una conferma diretta che la famiglia di Mosè era sopravvissuta ed era entrata in Palestina e qualche forte indizio che questa famiglia fosse titolare del santuario di Silo. Ma mi mancavano prove dirette in questo senso.

C’era un modo, però, per sapere con certezza chi avesse avuto Silo in eredità. Le cariche in Israele, come pure il possesso di beni e città erano sempre ereditari. Bastava che controllassi gli antenati del titolare del santuario di Silo ai tempi di Samuele, per scoprire chi l’aveva avuta in sorte all’atto della spartizione. Nei libri di Samuele tutti i personaggi vengono identificati con le loro genealogie, di norma quelli importanti fino a Giacobbe. Il primo libro, infatti, si apre con la genealogia completa di Samuele, fino ad Efraim, figlio di Giuseppe. A maggior ragione, pensavo, dovevano essere citati gli antenati del gran sacerdote Eli, titolare del tempio, il personaggio più importante di Israele a quell’epoca.

Ma quando andai a controllare rimasi di stucco: gli antenati di Eli non vengono citati da nessuna parte. Neppure il nome di suo padre. Il solito censore all’opera? Ormai mi ero rassegnato all’idea dell’inutilità di quella ricerca, quando scoprii un passo, 1 Sam.2,27, in cui il censore lascia filtrare qualche informazione in merito ad un grande antenato di Eli, ovviamente senza riportarne esplicitamente il nome: "Un giorno venne un uomo di Dio a Eli e gli disse: ‘Così dice il Signore: Non mi sono forse rivelato al tuo antenato mentre gli ebrei si trovavano in Egitto come schiavi nella casa del faraone? Ed egli fu scelto fra tutte le tribù di Israele per me, perché facesse il sacerdote e salisse sul mio altare per far ascendere il fumo dei sacrifici, per portare dinanzi a me l’efod, affinché io dessi alla casa del tuo antenato tutte le offerte fatte mediante il fuoco dai figli di Israele?"

Sulla base delle prime parole, mi sembrava non potessero esserci dubbi che il "grande antenato" di Eli dovesse identificarsi con lo stesso Mosè: fu a lui e a lui solo che Dio si rivelò in Egitto; lui fu sempre l’unico interlocutore diretto con Dio. E fu Mosè a consacrare il tabernacolo e ad offrire i primi sacrifici; fu lui a ungere Aronne ed i suoi figli (Es.29). Il cenno all’efod ed al sacerdozio sembrava invece doversi riferire piuttosto ad Aronne. Non c’era dubbio, comunque, sulla base di questo passo, che Eli discendesse dall’uno o dall’altro dei due protagonisti assoluti dell’Esodo: Mosè o Aronne. Lessi tutti i commenti esegetici a questo passo, e trovai una unanimità di consensi sul fatto che si dovesse trattare di Aronne; come voleva il nostro censore, del resto. Ma per me non aveva senso.

Di Aronne conoscevo tutte le città, e Silo non era fra queste. Mentre Ghersom, figlio di Mosè, e suo figlio Gionatan erano associati a Silo. Dovendo scegliere fra i due, mi pareva praticamente obbligato ritenere che il grande antenato di Eli fosse lo stesso Mosè. Cominciavo a vederci chiaro: se la famiglia di Mosè era realmente sopravvissuta, come sembrava, non avevo dubbi che doveva aver avuto in possesso proprio Silo.

Dovevo trovare, però, altre prove che quella famiglia fosse entrata in Palestina e sopravvissuta. Il cenno di Gdc. 18,30, mi sembrava insufficiente, da solo, a confermare in modo certo quel fatto, mentre il cenno al grande antenato di Eli di 1 Samuele 2,27 era ambiguo e si prestava a due differenti interpretazioni. Come indizi mi sembravano consistenti, ma quel che mi occorreva trovare era una vera e propria lista di discendenti di Mosè e precise indicazioni su quale fosse il ruolo assegnato a questa famiglia.

 

Le liste genealogiche di Cronache

 

Cominciai a leggere con attenzione i libri di Cronache, che riportano uno zibaldone di informazioni, messe insieme dai deportati di Babilonia al loro rientro a Gerusalemme. E qui, finalmente, cominciai a trovare le prove che andavo cercando. In 1 Cronache 23,14 c’è scritto che "riguardo a Mosè, uomo di Dio, i suoi figli furono contati nella tribù di Levi. Figli di Mosè: Ghersom ed Eliezer. Figli di Gherson: Sebuel il primo. Figli di Eliezer furono Recabia il primo. Eliezer non ebbe altri figli, mentre i figli di Recabia furono moltissimi".

Di Gherson viene citato soltanto il primogenito, Sebuel, mentre sappiamo da Gdc. 18,31 che aveva avuto per lo meno un altro figlio maschio, Gionatan. Di Eliezer viene citato il primo ed unico figlio, Recabia, ma specificando che quest’ultimo ebbe molti figli. Non era molto, ma in ogni caso mi dava la certezza su un certo numero di punti che fino a quel momento avevo soltanto ipotizzato. Innanzitutto che la famiglia di Mosè gli era sopravvissuta ed aveva avuto discendenti. In secondo luogo che questo fatto era ben noto in Israele e che non poteva non essere riportato nelle cronache di Giosuè e Giudici. Pertanto l’ipotesi della censura esercitata sul testo, vuoi dal redattore stesso o da qualcuno successivamente, diventava certezza.

Ancora, però, mi mancava la conferma precisa e diretta (non volevo contare come tale, infatti, il versetto di Giudici 10, 31, che per primo mi aveva messo sulle tracce della famiglia di Mosè) che la famiglia fosse entrata in Palestina ed avesse svolto un ruolo di primo piano nella vita religiosa e politica di Israele. Ma la trovai presto proseguendo nella mia lettura di Cronache. Due capitoli più avanti, al versetto 24, si legge: "Sebuel, figlio di Gherson, figlio di Mosè, era sovrintendente dei tesori. Tra i suoi fratelli, nella linea di Eliezer: suo figlio Recabia, di cui fu figlio Isaia, di cui fu figlio Ioram, di cui fu figlio Zicri, di cui fu figlio Selomit. Questo Selomit con i fratelli era addetto ai tesori delle cose consacrate, che il re Davide, i capi dei casati, i capi di migliaia e di centinaia e i capi dell’esercito avevano consacrate, prendendole dal bottino di guerra e da altre prede, per la manutenzione del tempio. Inoltre c’erano tutte le cose consacrate dal veggente Samuele, da Saul figlio di Kis, da Abner figlio di Ner e da Ioab figlio di Zeruià; tutti questi oggetti consacrati dipendevano da Selomit e dai suoi fratelli."

Sei generazioni fra Eliezer, figlio di Mosè, e Selomit, vissuto ai tempi di David: il conto tornava. Tornava anche il fatto che i discendenti di Mosè si trovassero a Gerusalemme, al tempo di Davide. La prova, però, riguardava solo quelli del ramo cadetto. La linea principale della discendenza di Mosè, invece, si arrestava, come al solito a Sebuel, primogenito di Ghersom.

Sebuel, nipote di Mosè, viene indicato come "sovrintendente dei tesori"; un incarico vago e probabilmente non corretto, dal momento che subito dopo viene precisato che era ricoperto dalla linea cadetta dei discendenti di Mosè. Ma in ogni caso un incarico concreto, che presuppone la sua presenza in Israele. Aveva avuto dei discendenti? Se il ramo cadetto ai tempi di Davide occupava una carica importante come quella di sovrintendenti ai tesori consacrati, il ramo principale doveva occupare una carica ancora più elevata. Ma l’unica carica più elevata era quella del sommo sacerdozio.

Ai tempi di Davide, dopo che Saul era morto ed il regno di Israele era stato incorporato in quello di Giuda, c’erano due sommi sacerdoti in carica, apparentemente alla pari: Ebiatar e Zadok3. Ebiatar era figlio di Achimelech, il gran sacerdote fatto uccidere da Saul a Nob, con tutta la famiglia; era riuscito a sfuggire al massacro rifugiandosi presso Davide, allora un bandito alla macchia. Achimelech era figlio di Achitub, figlio del secondogenito di Eli, Fineas. Zadok, invece, era zio di Ebiatar, essendo anche lui figlio di Achitub (2 Sam.8,17). Dopo il massacro di Nob, Zadok era con tutta probabilità divenuto sommo sacerdote al servizio di Saul (1 Cro.12,29), ma alla morte del suo successore, Is-Baal, era passato con Davide (2 Sam. 5,1-5; 1 Cro.12,24), portandogli in dote il regno di Israele.

Sia Zadok che Ebiatar, quindi, erano entrambi pronipoti di Eli e in qualità di gran sacerdoti avevano alle loro dirette dipendenze i discendenti del ramo cadetto di Mosè. Se qualche dubbio mi era rimasto circa il "grande antenato" di Eli, svanì completamente. Non era possibile che i discendenti di Mosè fossero in posizione subordinata a quelli di Aronne.

Trovai anche una prova esplicita e diretta che la famiglia di Eli e dei sacerdoti suoi discendenti non aveva niente a che vedere con Aronne. Al tempo di Davide, infatti, i discendenti di Aronne costituivano una famiglia a parte, ben separata da quella dei sacerdoti. Alla morte del figlio di Saul, Is-Baal, come si è detto, tutti i capi di Israele trattarono con Davide per passare al suo servizio. La lista delle persone che passarono al suo servizio è riportata in 1 Cronache 12, 23-40. Quando si arriva ai leviti viene citato espressamente "Ioiadà, capo della famiglia di Aronne, e con lui tremilasettecento; e Zadok, potente giovane di valore, e il casato dei suoi antenati con ventidue capi"4.

Un’altra notevole "svista’ da parte del nostro censore! Fotografa la situazione dei leviti e dei sacerdoti al momento della riunificazione dei regni di Giuda e Israele. Da un lato c’erano i sacerdoti discendenti di Eli, Zadok con 22 "elef", fra cui evidentemente tutti i discendenti di Eliezer, a cui va aggiunto Ebiatar e la sua famiglia, al servizio di Davide fin dal primo momento; dall’altro i leviti, fra cui specificamente la famiglia di Aronne, con a capo Ioiadà, che non erano sacerdoti. Questo fatto è confermato anche nei versetti 2 Sam. 8,15-18, dove è specificato che "Zadok, figlio di Achitub, e Ebiatar figlio di Achimelek erano sacerdoti … Benaià, figlio di Ioiadà, era capo dei Cretei e dei Peletei" (guardia personale di Davide).

La famiglia dei sacerdoti discendeva direttamente da Eli, titolare del santuario di Silo ai tempi di Samuele. Avevo prove sufficienti per affermare con certezza che il "grande antenato" di Eli era lo stesso Mosè, non Aronne. Un rapido conteggio degli anni trascorsi dall’Esodo, fatto confrontando le genealogie di Samuele, Saul e Davide, mi convinse che Eli doveva essere figlio di Sebuel; la genealogia del ramo principale della famiglia di Mosè poteva quindi essere ricostruita in modo completo: Mosè, Ghersom, Sebuel, Eli, Fineas, Achitub, Achimelech e Zadok (fratelli), Ebiatar. Tra Ghersom e Zadok ci sono sei generazioni; sette fra lui e ed Ebiatar. Il conto delle generazioni, quindi, torna bene5.

Ora, finalmente, il mistero della "scomparsa" della famiglia di Mosè era risolto. La famiglia dei sacerdoti di Israele era costituita dai discendenti di Mosè e solo da loro, per diritto di nascita. Una conclusione clamorosa, che andava contro tutte le tradizioni, ma che mi appariva inoppugnabile sulla base dei dati forniti dalla Bibbia.

 

La famiglia dei sacerdoti si costituisce antenati aronnidi

 

Si trattava ora di capire quando e perché la discendenza mosaica della famiglia sacerdotale era stata "scambiata" con una discendenza aronnide. Controllai tutti i passi di Re, Cronache, Esdra e Neemia, e trovai che sacerdoti e leviti vengono sempre nominati assieme, ma ben distinti a sottolineare il fatto che si tratta di due diverse famiglie6. Da un certo punto in poi, però, si comincia a specificare che i sacerdoti erano tali perché discendenti da Aronne, mentre i leviti discendevano da altre famiglie non specificate.

La discendenza "aronnide" della famiglia dei sacerdoti viene sancita per la prima ed unica volta da un passo di 1 Cronache 24, 1-6: "Figli di Aronne: Nadab, Abiu, Ebiatar, Eleazaro e Itamar. Nadab e Abiu morirono prima del padre e non lasciarono discendenti. Esercitarono il sacerdozio Eleazaro e Itamar. David, insieme con Zadok dei figli di Eleazaro e con Achimelech dei figli di Itamar divise (i sacerdoti) in classi secondo il loro servizio. Poiché risultò che i figli di Eleazaro, relativamente alla somma dei maschi, erano più numerosi dei figli di Itamar, furono così classificati: sedici capi di casati per i figli di Eleazaro, otto per i figli di Itamar."

Mi resi conto immediatamente che queste genealogie sono un falso patente e deliberato. Itamar, ultimo dei figli di Aronne, era stato ordinato sacerdote da Mosè in Esodo 29. Ma da allora era scomparso completamente dalle cronache bibliche, se si eccettua un cenno in Numeri, quando gli vengono affidate responsabilità nella cura del tempio-tenda. Nessun suo discendente viene mai citato nella Bibbia. Inoltre la genealogia di Zadok e Achimelech è perfettamente nota dai libri di Samuele: erano fratelli, entrambi figli di Achitub, figlio di Fineas, figlio di Eli, gran sacerdote a Silo ai tempi di Samuele.

Pensai in un primo momento che il testo riflettesse la differenza gerarchica fra il ramo principale della famiglia sacerdotale, facente capo a Ghersom e quello cadetto, facente capo a Eliezer; ma non mi tornava molto bene, perché Zadok e Achimelec, in quanto fratelli, appartenevano entrambi al ramo principale. Alla fine mi vennero in soccorso i soliti commenti esegetici, i quali spiegavano che questi versi rispecchiano l’accordo intervenuto alla fine dell’esilio babilonese fra le due famiglie sacerdotali concorrenti, quella dei discendenti di Zadok e quella dei discendenti di Ebiatar.

In effetti i due avevano retto il sommo sacerdozio assieme per tutto il regno di Davide. Alla morte di quest’ultimo, però, Ebiatar aveva sostenuto la candidatura alla successione di Adonia, consacrandolo re7, mentre Zadok aveva sostenuto Salomone8, che risultò vincitore. Ebiatar cadde in disgrazia; ebbe salva la vita in considerazione dei meriti acquisiti con Davide, ma fu allontanato da Gerusalemme: "Vattene in Anatot, nella tua campagna. Meriteresti la morte, ma oggi non ti faccio morire, perché tu hai portato l’arca del Signore davanti a Davide mio padre. Così Salomone escluse Ebiatar dal sacerdozio"9. Zadok rimase unico grande sacerdote a Gerusalemme ed il pontificato rimase alla sua famiglia fino alla distruzione di Gerusalemme. La famiglia sacerdotale di Ebiatar, invece, rimase esiliata ad Anatot, esclusa dal servizio del tempio, ma in compenso non venne deportata a Babilonia.

Al rientro dall’esilio babilonese, i due rami della famiglia sacerdotale, rimasti separati per oltre quattro secoli, si riunirono. Fu allora che si diedero ufficialmente, come antenati, i due figli di Aronne: Zadok fu congiunto ad Eleazaro, per ribadire il suo primato nel sacerdozio; Achimelec, padre di Ebiatar, fu collegato a Itamar, senza però riferire in nessun luogo i dettagli della sua genealogia. Tutti i sacerdoti diventarono così "figli di Aronne".

Si tratta di un falso deliberato, perché colui che compilò quelle genealogie conosceva perfettamente la Bibbia, di cui anzi aveva il monopolio assoluto, al punto che diversi studiosi ritengono che sia proprio lui il famoso "redattore", colui che avrebbe messo insieme un certo numero di tradizioni orali, scrivendo il testo attuale della Bibbia. Ed era lui stesso sacerdote ed in quanto tale non poteva ignorare chi fossero i suoi veri antenati. Si tratta infatti di Esdra, gran sacerdote di Gerusalemme al rientro da Babilonia.

Fu dunque dopo l’esilio babilonese che la famiglia sacerdotale si costituì antenati aronnidi e inventò la favola dei leviti votati al sacerdozio, seppellendo definitivamente nel mondo delle leggende Mosè e la sua discendenza. Che si trattasse di un fatto intenzionale non c’è dubbio: discendenze del genere non si dimenticano, tanto meno nel giro di poche generazioni. Ma per quale ragione? Potevo pensare almeno una mezza dozzina di validi motivi, ma rimaneva uno sterile esercizio. Il motivo vero lo sapeva Esdra e non lo dichiarò per iscritto: probabilmente non lo sapremo mai.

L’Itinerario di Binyamin da Tudela

 

Prima di Esdra, però, la famiglia sacerdotale doveva proclamare apertamente la propria discendenza da Mosè e la cosa doveva essere universalmente nota. Lo provano le liste di discendenti di Mosè sfuggite all’opera del censore e il modo in cui le genealogie della famiglia sacerdotale erano state censurate. Esiste, però, almeno una fonte esterna alla Bibbia che conferma questo fatto in maniera inequivocabile. Si tratta dell’Itinerario di Binyamin da Tudela, un dotto rabbino che nella seconda metà del dodicesimo secolo d.C. effettuò un lungo viaggio, che lo condusse attraverso le comunità ebraiche di tutto il mondo.

La caratteristica di questo "Ititnerario" è che non si tratta del classico libro di viaggio, con avventure e imprese meravigliose. E’ in sostanza una lista di nomi di città in cui sono presenti comunità ebraiche, presentate in ordine geografico, con partenza e arrivo alla Francia meridionale, passando fino all’estremo oriente. Di ogni città vengono indicati il numero degli abitanti ebrei, la lista delle personalità illustri, in massima parte rabbini e studiosi della Bibbia, la presenza di scuole e centri di studi biblici e ogni altra particolarità di interesse da un punto di vista religioso ebraico.

Molti studiosi sottolineano le inesattezze ed evidenti esagerazioni del racconto, sostenendo che si tratti di pura invenzione. Ma altri sostengono invece la buona fede e l’attendibilità dell’autore, dimostrandola attraverso centinaia di pagine di pazienti glosse e precisazioni. Probabilmente, come in tutti i resoconti del genere, ci sono informazioni vere e altre un po’ meno. Quando ne sentii parlare per la prima volta, pensai subito che forse Binyamin da Tudela poteva offrire qualche indicazione indipendente in merito alla discendenza della famiglia sacerdotale.

Non tutti gli ebrei deportati a Babilonia avevano fatto ritorno a Gerusalemme: la maggior parte era rimasta nel paese e fra essi certamente qualche membro della famiglia sacerdotale. Se la discendenza aronnide della famiglia sacerdotale era stata inaugurata ufficialmente da Esdra soltanto dopo il rientro a Gerusalemme, come appare dalla Bibbia, i sacerdoti rimasti a Babilonia, pensavo, dovevano aver continuato a proclamarsi discendenti di Mosè. Con un po’ di fortuna avrei potuto trovarne la prova.

Nella sua relazione di viaggio, Binyamin da Tudela si sofferma a lungo nella descrizione di una delle più grandi comunità ebraiche dell’epoca, quella residente a Bagdad, l’antica Babilonia, formata in gran parte da discendenti di deportati ebrei che non seguirono Esdra e Zedechia nel loro viaggio di ritorno a Gerusalemme. Quasi non credevo ai miei occhi, quando tra le varie informazioni che fornisce, trovai proprio quella che mi interessava: "La comunità di Bagdad, che annovera circa quarantamila ebrei, vive sicura, prospera e stimata sotto il califfo. Conta grandi dotti e capi di accademie, assai versati nello studio della Torah. Le accademie rabbiniche sono dieci: a capo della maggiore, intitolata al Ga’on Ya’aqov, è il rabbino capo Semu’el ben ‘Ali, levita, la cui famiglia discende da Mosè, nostro maestro - sia su di lui la pace.10"

Di tutti i rabbini citati da Binyamin di Tudela nel suo Itinerario, Semu’el ben ‘Ali è l’unico ad essere dichiarato discendente di Mosè; l’unico in tutta la letteratura ebraica. E guarda caso risiedeva proprio a Babilonia. Semplice coincidenza fortuita? Difficile crederlo. Per me rappresentava una ulteriore e convincente prova che la famiglia sacerdotale di Gerusalemme, prima dell’esilio babilonese, dichiarava apertamente la propria discendenza da Mosè e che la discendenza da Aronne era stata "inventata" da Esdra soltanto al rientro dall’esilio.

Tutto veniva a combaciare.

Il Libro della Legge

 

Rimaneva da scoprire chi aveva operato le censure nel testo biblico miranti a cancellare la famiglia di Mosè dalla storia, quando e perché. L’indiziato più ovvio era naturalmente Esdra, che aveva già dimostrato di aver falsificato la genealogia della propria famiglia, nascondendone la discendenza da Mosè. Fra l’altro aveva il monopolio del libro sacro: niente di più facile per lui, che l’aveva ricopiato e tradotto, di omettere quelle parti che non voleva rendere pubbliche. Ma la cosa non mi sembrava verosimile. Non mi convinceva che lui, sacerdote, avesse censurato così larga parte del testo sacro e per di più in maniera tanto grossolana e maldestra. Se proprio voleva far scomparire la discendenza di Mosè, bastava cambiare pochi nomi e apportare ritocchi insignificanti al testo, senza far sparire nel contempo anche Silo. Gran parte del lavoro di censura doveva essere stato effettuato prima di Esdra.

L’aver ricostruito la genealogia dei discendenti di Mosè, mi aveva messo in grado di ricostruire con buona attendibilità anche la genesi del libro sacro. La tradizione attribuisce a Mosè la scrittura del Pentateuco, cosa che gli esegeti hanno sempre rifiutato, con la scusa che Deuteronomio racconta i fatti accaduti nell’ultimo giorno di vita del profeta. Ma se per Mosè intendiamo la sua famiglia, com’era nell’uso corrente del popolo ebraico, non il profeta personalmente, allora la cosa appare non solo verosimile, ma anche assai probabile.

E’ più che ovvio, infatti, che i suoi discendenti, titolari del tempio di Silo, abbiano conservato gelosamente la documentazione relativa all’Esodo, al tempio tenda, alle leggi e ai cantici scritti da Mosè e riposti nell’arca. Nel Pentateuco è detto varie volte che Mosè, o chi per lui, scriveva il testo delle leggi e dei sermoni, registrava le entrate del tempio-tenda, annotava gli avvenimenti e riponeva il tutto nell’arca11. E’ verosimile che vi abbiano aggiunto gli atti relativi alla spartizione della Palestina e alle successive vicende storiche del periodo dei giudici, tutta documentazione prodotta o raccolta da loro stessi. Ad esempio, da un’analisi accurata del contenuto, ero arrivato alla conclusione che Deuteronomio fosse stato scritto dal nipote di Mosè, Sebuel, che dovette assistere bambino agli avvenimenti narrati nel libro12.

E’ più che legittimo pensare che sia stato l’autore stesso di Deuteronomio ad omettere deliberatamente ogni notizia che potesse in qualche modo compromettere il segreto della tomba di Mosè. D’altra parte i suoi discendenti erano gli unici a conoscere la verità e gli unici che potevano divulgarla, essendo Mosè stato sepolto, come voleva la tradizione, dai suoi stessi figli. Erano anche i possessori esclusivi di tutti i documenti prodotti da Mosè e da loro stessi e quindi potevano disporne a loro piacimento.

Non mi sembrava verosimile, invece, che fossero stati loro a censurare, oppure ad omettere deliberatamente, nel libro di Giosuè le notizie relative all’origine della propria famiglia e alla attribuzione della città di Silo. Costituivano il fondamento legittimo del loro potere e non avevano quindi alcun interesse a nasconderli. Non cessarono mai, infatti, come avevo appurato, di proclamarsi discendenti di Mosè. Il colpevole, quindi, doveva essere qualcun altro.

Re Giosfat censura il "libro della legge"

 

Per scoprirlo dovetti seguire passo passo, sulla Bibbia, il destino di quei documenti. Essi dovevano essere stati riordinati e organizzati in un libro vero e proprio ai tempi di Samuele, probabilmente a cura di Samuele stesso13. Il libro era finito poi nell’arca portata da Davide a Gerusalemme (2 Cr.5,10), e da allora era rimasto conservato nell’ambito del tempio. I libri di Samuele, Re e Cronache14 offrono sufficienti notizie per ricostruire le vicende di questo libro, detto appunto "il Libro della Legge" e mi consentirono di individuare il probabile autore delle censure operate sul libro di Giosuè.

Si tratta quasi certamente di Giosafat, il re salito sul trono di Giuda intorno all’870 a.C.. Giosafat volle divulgare il contenuto del "libro della Legge" direttamente al popolo, cosa che non era mai stata fatta in precedenza, e perciò "mandò i suoi ufficiali nelle città di Giuda: avevano con sé il libro della legge del Signore e percorsero tutte le città di Giuda, istruendo il popolo" (2 Cr.17,7). Si trattava certamente di copie del "libro della legge", non dell’originale, che rimaneva custodito gelosamente nel tempio di Gerusalemme. Ma c’era qualcosa che Giosafat non poteva permettersi di trascrivere in quelle copie prodotte ad uso didattico.

A quel tempo Giuda era in guerra aperta contro Israele. Come primo atto del suo regno, infatti, Giosafat "si fortificò contro Israele. Egli mise guarnigioni militari in tutte le fortezze di Giuda; nominò governatori per le città di Giuda e per le città di Efraim occupate dal padre Asa" (1 Cr.17,1-2). In queste condizioni egli non poteva in alcun modo propagandare scritti che potessero delegittimare la posizione di Giuda a favore di Israele. Nel "libro della legge" originale era certamente scritto che la città di Silo era stata assegnata alla famiglia di Mosè e che ad essa era dovuta obbedienza da parte del popolo ebraico. Silo, purtroppo, era in territorio di Israele. Nelle copie ad uso didattico prodotte da Giosafat, certamente tutta la parte relativa a Silo era stata emendata e con essa anche le notizie intimamente collegate, come quelle relative ai suoi titolari, la famiglia di Mosè.

Si trattava di una censura senza dubbio grossolana, perché l’intenzione non era di produrre un falso, ma soltanto di evitare di propagandare notizie politicamente inopportune. Sennonché qualche tempo dopo la Palestina fu invasa dagli assiri. Il regno di Israele fu distrutto e scomparve definitivamente dalla scena della storia. Il regno di Giuda sopravvisse in condizioni di vassallaggio. Manasse, il più empio dei re di Giuda, abolì il culto di Jahweh e dedicò il tempio di Gerusalemme al culto di divinità assire. Il "libro della legge" scomparve. Fu ritrovato soltanto alcuni decenni dopo dal gran sacerdote Elchia (2 Re 22.8; 23,2), quando il re Giosia decise di restaurare il tempio e ripristinare il culto di Jahweh.

Quel che deve essere accaduto è che fu ritrovato non il libro originale, che doveva essere in esemplare unico, ma una delle copie didattiche prodotte dal re Giosafat, grossolanamente censurata. E su questa copia si trovò a lavorare Esdra. Non doveva essergli rimasto molto da fare per completare l’opera di occultamento della famiglia di Mosè e trasformare ufficialmente i sacerdoti di Gerusalemme in discendenti di Aronne. Probabilmente si limitò a pochi ritocchi, come la sostituzione o soppressione di qualche nome qua e là e il suggerire, dove poteva, che i sacerdoti fossero figli di Aronne.

 

NOTE:

 

1 - Citare Apocalisse di Mosè -

 

2 - Giudici 1,16 e 4,11

 

3 - 2 Sam. 8,17; 15,24-36; 17,15; 19,12; 20,25 ecc

 

4 - (1 Cr,12,27-28). La Bibbia dice che Ebiatar fu l’unico superstite della famiglia di Achimelec sfuggito al massacro di Nob. Saul, però non poteva essere così sciocco da cancellarla completamente, dovette lasciare almeno uno della famiglia, per farne il legittimo successore: Zadok, appunto. Lui ed Ebiatar erano verosimilmente gli unici sopravvissuti del ramo principale della discendenza di Mosè. Ma rimanevano quelli del ramo cadetto, che probabilmente non erano stati coinvolti nel massacro e che passarono al servizio di Saul. Si tratta quasi certamente dei 22 elef, di cui parla il versetto in questione,

 

5 - Inserire considerazioni sui tempi da Ghersom ad Eli, tratte dal libro Bibbia Senza Segreti

 

6 - 1Cr.23,2; 16,4; 12,27; 27,17; 2 Cr.11,13; 13,9-10; 19,10-26-34; 30,16 seg.; 31,2; 35,10seg.; 1 Re 8,3; Esd.1,5; 2,7; 3,10, 6,18-19; 8,15-23-30; 9,1-10; 18,23; Neemia 7,73; 8,13; 10,1; 10,29-35 seg.; 11,3-10-16; 12

 

7 - 1 Re 1,7-8

 

8 - 1 Re 1,34

 

9 - (1 Re 2,27).

 

10 - Binyamin da Tudela, Itinerario, Luisé Ed. Pag. 52

 

11 - Vittoria su Amalek: Es.17,14; tappe dell’Esodo: Nm.33,7; discorsi, leggi e regolamenti: Es.34,4; 34,27; Dt. 18,8; 28,58-61; 29,19-26; 30,10; 31,9-24

 

12 - Vedi: F. Barbiero, La Bibbia senza segreti, parte V, cap VII: "Sebuel il Deuteronomista"

 

13 - Vedi: F. Barbiero, La Bibbia senza segreti, parte V, cap VIII: "Il Redattore"

 

14 - 1 Cr.26,29; 2 Cr.17.17; 34,14; 2 Re 22,9

 

 

MOSES' FAMILY

 

During his exile in the Sinai, Moses married the midianite Zipporah who gave him two children, Ghersom and Eliezer, both born in the desert (Ex.2,22; 18,4-4 and 4,19). When he returned to Egypt to organize the Exodus, Moses sent his wife and children back to his father-in-law, Reuel (also known as Jethro) who in turn brought them again to Moses at Rephidim when he was firmly established as chief of the Israelites (Ex.18,1-6).

On that occasion, Jethro's son Hobab accompanied his father. When Moses decided to leave the Holy Mount to make his first ill-fated attempt to conquer Palestine, he "said to Hobab son of Reuel the Midianite, Moses' father-in-law: 'We are setting out for the place about which the Lord said 'I will give it to you.' Come with us and we will treat you well, for the Lord has promised good things to Israel.' He answered, 'No, I will not go; I am going back to my own land and my own people.' But Moses said, 'Please, do not leave us: you know where we should camp in the desert and you can be our eyes. If you come with us we will share with you whatever good things the Lord gives us."

Hobab's reply is not reported, but according to what follows there can be no doubt as what it was. Judges 1,16 and 4,11 states that Hobab and his descendants inherited territory in the middle of Israel, a sure sign that he had accepted Moses' offer, had joined him and that the latter had kept his promise. An interesting detail here is that in both the passages mentioned in Judges, Hobab is described as Moses’ "father-in-law" although in the dialogue quoted in Numbers he was only his "brother-in-law." Probably both these appellatives were acceptable. In view of his initial lack of enthusiasm, it is reasonable to suppose that Hobab had haggled over his support for Moses and that he had asked for guarantees. If so, what better guarantee than a marriage? Moses was obliged to marry one of Hobab's daughters in a second marriage; this woman was probably the "Cushite wife" who was the object of a quarrel at Hazeroth between Moses and Miriam, Aaron's sister (Nm.12,! 1).

This fact may not have any great importance in itself, since Moses had no offspring from this union. But it should be brought to the reader's attention that the Midianite, Hobab, as both brother-in-law and father-in-law to Moses, obtained an inheritance in Israel; this is all the more reason, therefore, why Moses' real family must have received an adequate and substantial part in accordance with his position as founder of the Jewish nation. However these details are not mentioned in any part of the Bible whatsoever, which is highly suspicious.

There can be no doubt that Moses' family had had an inheritance in Palestine, unless it disappeared completely and immediately after the death of the founder. But this can be discounted; no matter how the compiler or any other person may have tried to cancel all mention of Moses' family from the text, sufficient details have slipped by to enable us to establish with certainty that Moses was the founder of a long line of descendants--descendants whose traces can be tracked to the time of David, and whose vicissitudes can be brought to light with maximum reliability.

The first consistent clue is to be found in Judges; no less than two chapters, Judges 17 and 18, are dedicated to an account which appears strange and extraneous to the context of the narrative. It tells of a "certain" Levite, the younger son of an unknown man, who departs from Bethel in search of his fortune and who is received into the home of a certain Micah, not clearly identified, who makes him his personal priest. After a series of events, the said priest arrives at Dan, where he founds a Sanctuary.

Finally (Judges 18,30) we discover that this unnamed Levite was Jonathan, none other than the son of Ghersom, Moses' first-born.

It is extremely interesting to note that the Sanctuary he founded at Dan enjoyed a certain prestige during the entire time that the Sanctuary at Shiloh remained the foremost in Israel (Judges 18,31). It follows from this indication that there must have been a connection between Jonathan and the keeper of the Sanctuary at Shiloh. An immediate and highly interesting possibility springs to mind--that the keeper of the Shiloh Sanctuary was from the same family as the keeper of the Dan Sanctuary; therefore, he was quite likely Jonathan's brother, that is to say, brother to the first-born son of Ghersom.

When the conquest of Palestine occurred, Ghersom could not have been more than thirty-five. As the chief's son he must have had a primary role in the events of those times. In any case he had surely been assigned an estate or property in keeping with his father's position. It is quite unacceptable to conclude that Moses had not provided for his son's future, leaving Joshua to effect the necessary arrangements.

In view of the exceptional importance given to the family and its direct descendants throughout the entire Old Testament, Moses must certainly have made such arrangements, ensuring for his descendants a position of absolute pre-eminence among the families of Israel.

However, not one of the books of the Pentateuch nor those subsequent to it make any mention whatsoever of such arrangements, neither are there any passages indicating how these might have been effected during the partition of Palestine. It is most likely that in the original version of the texts, ample space had been dedicated to the subject but later censored for some reason; we will investigate this later in the text. Fortunately, this censoring was not complete enough to erase every indication. Thus, through more or less direct references, with fragments of genealogy that the censor missed, and through passages that have clearly been censored, it has been possible to piece together a fairly reliable reconstruction of Moses' dispositions and the subsequent fate of his family.

From 1 Chronicles 23,14-18 we discover that both of Moses' sons, Ghersom and Eliezer, survived their father and had sons of their own. The second born, Eliezer’s descendants can be traced through the time of David; the Selomite that David nominated superintendent of the treasures consecrated to God was his direct descendant (Chr.26). The compiler makes a point of emphasizing that this nomination was quite legitimate, having been assigned to him by direct inheritance because he was a relation of Sebuel, son of Ghersom who at one time had had a similar appointment (Chr.26).

But the story is different concerning the main branch of Moses' family, the one which springs directly from his first-born, Ghersom. All traces of this branch are lost immediately, beginning from the first generation. In 1 Chronicles 23,16 only the name of Ghersom's first-born, Sebuel, is indicated, specifying that he was "the Chief," thus leaving it as understood that Ghersom had at least one other son, who was in fact that Jonathan who founded the Sanctuary at Dan (Judges 18,30).

With these two of Moses’ grandsons, the genealogical chain of the main branch of his family is broken; no one following is specifically indicated as being a son of the one or of the other.

From Judges 18,31 it can be inferred, however, that when Jonathan founded the Sanctuary at Dan, the keeper of the Shiloh Sanctuary must have been his elder brother, Sebuel. Since both property and appointments were hereditary in Israel, we can presume that the first custodian of the Shiloh Sanctuary had been his father, Ghersom, and that Eli, the last Pontiff of Shiloh, must have been Sebuel's son or grandson. Eli's two sons Hophni and Phinehas both died a few hours before their father. Hophni had no male heirs but Phinehas left a new-born son, Ichabod (1 Sam.4,21), who turns up in Samuel 14,3 with the name of Ahitub. We know that this Ahitub had at least one son, who was that Ahijah, alias Ahimelech, that we come across in the time of Saul, high priest at Nob (1 Sam. 21,2).

Because of his support for David, King Saul killed Ahimelech together with eighty-four other priests of his clerical college plus the entire population of Nob (1 Sam. 22,9-20). Of Ahimelech’s sons, only Abiathar escaped with his life, seeking refuge with David who was being hunted by the suspicious king. According to the account in 1 Samuel 22, 20, Abiathar was the sole survivor of Ahimelech's family, but certainly not of Ahitub's. Ahimelech, having inherited the post of Pontiff, was undoubtedly the first-born, but must have had at least one brother. In fact, we later discover (2 Sam. 15,24-27) that after the massacre at Nob, the ark remained in the hands of Zadok the priest, son of Ahitub (2 Sam. 8,17); evidently he was the same Ahitub, father of Ahimelech and grandfather of Abiathar; otherwise by what right could Zadok be in possession of the ark and share the Pontificate with Abiathar throughout the entire reign of David? (2 Sam. 8,17; 15,24-36; 17,15; 19,12; 20! ,25 etc.).

It is not quite clear which of the two, Zadok or Abiathar, was the lawful Pontiff; it would seem that David put them on exactly the same level. They both served as priests and both carried the ark, so it appears that they shared the responsibilities of Pontiff equally. However, during David's last years of reign, when the struggle for the succession flared up between David’s sons, Adonijiah and Solomon, Abiathar allied himself to Adonijah the loser, while Zadok, siding with the prophet Nathan, supported Solomon and consecrated him king (1 Kings 1,34).

Abiathar fell into disgrace; his life was spared in consideration of merit acquired with David, but he was exiled from Jerusalem: "'Go back to your fields in Anathoth. You deserve to die, but I will not put you to death now, because you carried the ark of the Sovereign Lord before my father David and shared all my father's hardships.' Thus Solomon removed Abiathar from the priesthood of the Lord" (1 Kings 2,26-27). Zadok remained the sole High Priest and his son, Azariah, had the honor of consecrating the temple at Jerusalem (1 Kings 4,2). The Pontificate remained in his family for centuries.

With Abiathar exiled to Anathoth, a Levite city (Josh. 21,18) located just north of Jerusalem, we lose all traces of one of the principle branches of Moses' family. However, from Jeremiah 1,1, we learn that Jeremiah was the son of Hilkiah, one of the priests at Anathoth. Was he a descendant of Abiathar? It seems at least possible.

In conclusion, therefore, we can affirm with reasonable certainty that Moses' family did not disappear from the scene after his death, but became numerous, and for centuries continued to prosper and to exercise a determining influence in the affairs of Israel. Upon the partition of Palestine, the city of Shiloh was assigned to Ghersom, Moses' first-born son; it was also designated as the religious center of Palestine, later to be superseded by Jerusalem.

For some reason, which will we will see later, someone censured all the parts relative to Shiloh and to the inheritance of Moses’ family. It is interesting to note, regarding this, that the censorship was not very thorough, limited to a cancellation of the main passages and neglecting the finer details. But this operation, unfortunately, has caused the loss of the direct evidence of an essential part of Moses' mission: effecting all that was necessary to ensure the future unity of Israel through the centuries by means of the religious consolidation he crafted, and through the perpetuation of the laws he imposed.

The Sanctuary of Shiloh played a fundamental part in this purpose and whoever held this sanctuary, naturally held the position of absolute ecclesiastical primacy in all Israel. But it was not simply based on a desire to secure a safe future and a decorous living for his family, that Moses had the Shiloh Sanctuary assigned to his first-born; only the family of the undisputed leader could hold this appointment without provoking protest.

Proof of the supremacy exerted by Shiloh and its holder over all Israel is to be seen in verse49,10 of Genesis: Jacob, just before he died, blessed his sons and conferred the right of first-born (and consequently the primacy of all Israel) to his fourth-born son Judah. He disinherited Reuben, his first-born, for having raped his wife Bilha, then Simeon and Levi for having destroyed Sichem. The compiler of Genesis makes him say: "The sceptre will not depart from Judah, nor the ruler's staff from between his feet, until Shiloh comes and the obedience of the nations is his."

Moses himself saw to it that after the conquest of Palestine the supremacy over the Jewish people should pass from Judah's family to his own, and the Shiloh Sanctuary was the instrument together with the Law and other of Moses’ dispositions through which that primacy was effected. Any evidence that Moses had paid attention to these problems has been lost. Sufficient details, however, have survived which allow us to affirm with a reasonable margin of certainty that it was precisely to these problems that he dedicated all his energies during the last years of his life--as well as to rebuilding Israel’s political structure, and the dispositions he left publicly to Joshua before he died.