Nota di commento di Mario Ludovico
all'articolo di Alberto Bolognesi

PASO DOBLE - La scienza all'asta


Brillante è quest'articolo di Bolognesi. Dalla sua parte, che è anche la mia, c'è da tempo anche un ragguardevole numero di scienziati, che si sono purtroppo autoemarginati nel silenzio. Se costoro, soprattutto dalle accademie, prendessero insistenti iniziative per richiamare la scienza ai suoi doveri, come ha fatto ad esempio Arp, diverrebbero ufficialmente emarginati. Ci si dovrebbe convincere che, oggettivamente, non certo soggettivamente, ciò non sarebbe affatto un male.

Accadde persino ad Einstein di essere emarginato proprio mentre più era celebrato (benché ad uso e consumo altrui), vista la scientifica inutilità della Relatività Generale. Paradossalmente, forse, come dice Lindley [David Lindley, The End of Physics, Basic Books, N.Y. 1993, pagg. 7-13.], gran parte della colpa va allo stesso Einstein. Mi riferisco ancora all'Einstein della Relatività Generale. Ad un certo punto della storia ci si mette a fantasticare con il gioco del " Lego matematico" per arrivare dovunque si voglia arrivare (J.J.Thomson fu esplicito su questo punto). Infatti, e contrariamente a quanto Einstein - da scienziato di rigorosa formazione prussiana suo malgrado - affermò in qualche occasione (cioè che "la teoria va abbandonata se contraddetta dall’esperienza"), egli si sarebbe rammaricato dell'errore di Dio, in caso di mancata osservazione della deflessione della luce delle stelle ad opera della massa solare, perché la sua Relatività era una teoria corretta [D. Lindley, ibidem .].

Humour di Einstein a parte, come nota R. W. Clark, l’accettazione della Relatività sottintese "che la strada migliore da seguire fosse non quella dell'osservazione da cui ricavare poi, per via induttiva, leggi di validità generale, bensì il processo diametralmente opposto di postulare una teoria e scoprire dopo se i dati di fatto vi si adattavano" [Ronald W. Clark, Einstein, Rizzoli 1976, pag. 113.].

Ho indugiato su Einstein, perché dobbiamo all’abuso della Relatività Generale quel papocchio pseudo-scientifico costituito dalla cosmologia ufficiale corrente.

L'improbabile australo-ricercatore intervistato da Bolognesi ripete cose ormai ovvie a tutti quelli davvero interessati - in buona e in mala fede - alle sorti della scienza.

Il problema è tuttavia immane, perché il pianeta pullula di pseudo-scienziati alternativi e di cialtroni convinti, profondamente convinti per propria pochezza - al pari degli scienziati cresimati - di essere portatori della vera Verità nella scienza. In fondo, sembra a me, il problema è proprio questo:  ritenere che esista una Verità, unica e sola.

Abbiamo un bisogno assillante - come hanno già osservato alcuni - di una reductio ad unum, sorta di urgenza congenita, come quella di respirare, radicata specialmente (ma non soltanto) in una cultura di origine giudaico-cristiana.

Quanto a darwinismo, con rispettivi neo-derivati, ed a cosmologia in generale, sembra a me trattarsi niente più che di stimolanti, laboriose e suggestive ipotesi, certamente non ancora di scienza. Libero pensiero retribuito, forse inutile per molti e un po' costoso, ma sostanzialmente innocuo. Assai più innocuo, comunque, di qualsiasi filosofia che si volga in politica.

C’è tuttavia un appunto che non mi sento di trascurare, né la buona retorica dovrebbe a mio avviso ignorare. Al di fuori delle teorie evoluzionistiche, da oltre mezzo secolo, s'è sviluppata una ricerca importante, sia sul piano sperimentale sia a livello logico, che mostra chiaramente l'ineluttabile intreccio fra caso e necessità. Caso e necessità stabiliscono relazioni "logicamente rigorose" (fra l'altro, il "caso" è ormai un termine col quale si allude a complessità estreme, ossia ad ipercomplessità eccedenti la nostra capacità di identificazione sistematica e univoca di informazione).

I cosiddetti sistemi complessi sorgono ed i rispettivi processi evolutivi si sviluppano, per vincoli intrinseci e ambientali - pure questi in parte identificabili - che "affliggono" caos locali. Gli sviluppi di tali sistemi, da un certo punto in poi, esulano dalla nostra capacità di identificazione, di comprensione e di controllo, per riconfondersi nell'indeterminato insieme caotico dei sistemi ipercomplessi.

I linguaggi che trattano di questi argomenti non sempre sono univoci, ma i significati della sostanza convergono. Ritengo che tali ricerche siano un fatto rilevante per il nostro arricchimento culturale. Così, per esempio, agli importanti studi di Ilia Prigogine e seguaci sulle strutture dissipative si affiancano a, o sono seguiti da, quelli di Robert Laughlin sui sistemi emergenti.

Sempre a mio avviso, invece, né di scienza né di scientifica ipotesi può parlarsi a proposito dei più recenti sviluppi della microfisica teorica, alla quale, anzi, per il suo mostruoso indotto sperimentale può addebitarsi uno sperpero enorme di risorse pubbliche. E fremo di raccapriccio alle dichiarazioni di alcuni addetti ai lavori, onde, quali che siano i risultati sperimentali, la teoria non sarà mai del tutto smentita.


Mario Ludovico, Poznan, 10 gennaio 2011