Beethoven
(Piero Buscaroli)
(Rizzoli, 2004)


 


Ho avuto modo di leggere, del "Beethoven" che Piero Buscaroli ha dato alle stampe, la parte relativa agli anni di formazione del Titano a Bonn, quelli dal 1775 al novembre 1792. Mi attendevo un libro eclatante, pieno di corpose contestazioni al miracolismo imperante negli odierni studi musicologici e mi trovo in imbarazzo, come già con "La morte di Mozart" (1996), perché la nuova fatica di Buscaroli si può con molta buona volontà definire "romanzo storico", ma il termine più corretto sarebbe "fantasie poetiche su Beethoven". Per uno scrittore che intenda presentare una nuova e coerente figura storica, come per ogni autore di romanzi storici, è doveroso inserire il protagonista in un contesto nel quale i fatti documentati vengono "interpretati" quel tanto necessario a richiamare l'attenzione sulle vicende personali del suo eroe. Ora, nel "Beethoven" manca la certezza di fatti che Buscaroli pretende di imporci per storici, mentre di altri vi è la certezza che storici non sono, per cui non si può parlare di una nuova, attendibile ricostruzione "scientifica" della formazione a Bonn del Titano. Basti pensare che quasi ignora l'esistenza e l'opera didattica del Kapellmeister veneto Andrea Luchesi (Motta di Livenza 1741-Bonn 1801) che creò a Bonn la scuola musicale più avanzata di Germania e fu maestro al Titano fino ai suoi 22 anni. Viene quindi a mancare anche la materia per definirlo un romanzo storico. Già nel mio "L'assassinio di Mozart" avevo motivato il rigetto delle incoerenti conclusioni alle quali era giunto Buscaroli sulla morte di Mozart; devo dire con tutta franchezza che mi sarei aspettato da lui più prudenza e precisione, meno pressapochismo e supponenza. Avrebbe dovuto prevedere che qualcuno gli avrebbe contestato gli sfondoni di fatti e di logica che ci ammannisce nelle prime 250 pagine del nuovo libro. Da una eventuale accusa di non essere obiettivo mi posso facilmente difendere citando fatti, persone e parafrasando l'abate Ferdinando Galiani, di mozartiana memoria: "Non ce l'ho con nessuno. Sono solo contro chi sragiona". Per questo cito Buscaroli, lo critico, continuo a sperare che smetta di criticarmi senza citarmi e inizi a citarmi dopo aver letto quanto affermo con prove. Sarebbe un salto di qualità nella sua incerta correttezza deontologica, per un dialogo che potrebbe portare ad una più giusta valutazione, che non pretendo di monopolizzare, di fatti e persone importanti ma ignorati dalla storia della musica della fine del '700.

Già, contro ogni previsione, il prof. Giovanni Carli Ballola, nella terza edizione del suo Beethoven, è giunto a metà del guado; pur continuando a non citarmi, ammette che Andrea Luchesi, ignorato nelle precedenti edizioni, possa essere stato maestro del Titano. Forse mi capiterà di vedere Piero Buscaroli, in qualche futura edizione del suo Beethoven, confessare di essersi lasciato malamente ingannare accettando l'"artigiano della musica" Christian Gottlob Neefe quale maestro a Bonn e Joseph Haydn come insegnante del Titano a Vienna, come da un secolo e mezzo proclamano i musicologi tedeschi ed i loro epigoni anglosassoni e italiani. Nel frattempo continuo a pensare che le biografie di Haydn, Mozart e Beethoven che non citano Andrea Luchesi, Kapellmeister a Bonn dal 1774 al 1794, fornitore di musiche a Haydn ed a Mozart, non meritino i soldi spesi per l'acquisto. Devo oggi però aggiungere che non li valgono nemmeno alcune delle poche biografie che citano Luchesi, almeno per quanto riguarda la formazione di Beethoven a Bonn. Questo rimane tuttora il grande "buco nero" delle biografie beethoveniane, 'scientifiche' o dozzinali, e le priva di ogni valore per le profonde ripercussioni che la formazione con Luchesi a Bonn ebbe sull'intera vita del musicista a Vienna. Lascio ad altri giudicare se 'nel totale' la nuova biografia di Buscaroli meriti la qualifica di "scientifica"; senza tema di smentita affermo che, per quanto riguarda la formazione a Bonn del Titano, 'attendibile' assolutamente non è.

Ne specifico qui le ragioni, a supporto delle quali sono sufficienti i pochissimi documenti che la vergognosa cancellazione bisecolare di Luchesi ha consentito di giungere ai giorni nostri, cosciente del fatto che, a supporto delle testimonianze di Bernhard Joseph Maeurer, di Franz Ries e di Ferdinand Heller, che non subirono condizionamenti asburgici, mancano quelle di Beethoven e di altri allievi di Luchesi a Bonn quali Anton Reicha, Andreas e Bernhard Romberg, il conte Ferdinand von Waldstein, Ferdinand Ries - il che proietta una luce abbastanza sinistra sull'intera vicenda della sparizione di Luchesi - e ricorrendo alla logica per giustificare le mie deduzioni. Ma soprattutto mi sono dedicato al riesame ed alla lettura critica delle fonti, un impegno protrattosi per circa un ventennio, il che mi consente oggi di affermare che Buscaroli si è limitato a recepire in modo acritico le notizie lasciate filtrare in modo distorto ed a ricamare sulle interpretazioni tramandate da fonti volutamente menzognere o semplicemente errate.

Valga come primo esempio la serie di affermazioni delle pagine 91 e 92, con le quali Buscaroli avalla e contribuisce a diffondere le falsità ammannite dalla musicologia austro-tedesca per oltre due secoli. Commentando le notizie su Johann van Beethoven forniteci dai fratelli Gottfried e Cecilia Fischer, figli del fornaio padrone di casa dei Beethoven, Buscaroli scrive:

"L'analisi dei costumi di cui erano capaci i fratelli Fischer non tentò neppure di cogliere quale fosse, e quanto lungo, il periodo in cui il 'robusto bevitore' che Maria Magdalena ancora mostrava di non temere, si tramutò nel malato violento, attorno a cui tutto il sistema dei valori e dei doveri crollò insieme. Nessuno ha identificato il trapasso dai bagliori di una vita di famiglia un tempo agiata allo sgretolarsi del benessere con una rapidità che dovette essere insolita. Il posto di Kapellmeister ch'era stato di suo padre fu negato a lui e concesso ad Andrea Lucchesi (n. 1741), uno dei tanti maestri dell'invasione musicale italiana, la cui rovina e fine Georg Philip Telemann aveva preconizzato da quando ventenne a Lipsia dirigeva il Collegium Musicum negli anni intorno al 1700. Capo ed impresario di una delle tante compagnie girovaghe di opera italiana, comparsa sul Reno intorno al 1771, Lucchesi, si fermò quando il 26 maggio 1774 lo nominarono Kapellmeister con il bellissimo stipendio di mille fiorini l'anno; quello che Mozart aveva sempre sognato. Dovette piacere molto a Max Friedrich, che l'Ottobre dello stesso anno lo fece anche Consigliere elettorale. Con la formazione di Beethoven poco ebbe a che vedere, perché tra congedi e vacanze fu quasi sempre assente dal 1774 al 1794, e somma fortuna di Beethoven fu essere istruito, invece, dal "vice" di Lucchesi, ch'era Neefe, allievo di un allievo di Sebastian Bach. Il rapporto col ragazzo, che a quattordici anni passava per averne dodici, fu dunque limitato al primo periodo che precedette l'arrivo di Neefe. Il Kapellmeister veneto prese le parti di Beethoven in una questione, metà seria e metà scherzosa, che l'aveva messo ai ferri corti con il cantante Heller, recitante solista nelle 'Lamentazioni di Geremia' che si eseguirono, con Beethoven al pianoforte, invece che all'organo, nella settimana santa che finì il 27 Marzo 1785. Quando ritornò nel 1794, Beethoven aveva trasferito per sempre a Vienna penati e destini. E Lucchesi (o Luchesi, o Luchesy, come arrivò a storpiarlo l'amministrazione elettorale) non lo vide più. Diventò ricco proprietario di case e di terre, sia a Bonn che nel Veneto natio, impoverì dopo l'occupazione francese che gli fece perdere il posto, e morì sessantenne nel 1801. In anni recenti Motta di Livenza, madre amorosa, ha affidato ad un grande volume ed altre pubblicazioni le sue speranze in una ventata di revisionismo, che restituisca a Lucchesi la grandezza di cui fu defraudato, con una montagna di composizioni, che a sentire i suoi rivendicatori odierni, comprenderebbero metà delle sinfonie di Haydn e Mozart, e chissà che cosa ancora. Gli avari rapporti che con Beethoven ebbe il Lucchesi, e la differeza delle età, ci permettono di salvare il giovane Ludwig dai rischi d'un simile rendiconto. Più tardi Johann tornò alla carica con una supplica di cui resta la minuta. Non era più la richiesta d'alti posti e stipendi, era una domanda di aiuto appena mascherata. Dopo la morte della madre, il 30 Settembre 1775, il suo stipendio era sceso a 145 fiorini l'anno, meno della metà del guadagno di suo padre".

Analizzando nel dettaglio queste affermazioni che Buscaroli ritiene apodittiche, notiamo:

-a) I fratelli Fischer, pur imprecisi, elencano (Thayer, Anh. VII, p.357) tra i frequentatori di casa Beethoven "il Kapellmeister Luchesi con moglie, due figli ed una figlia". Non fanno menzione di assenze prolungate del Kapellmeister Luchesi, che documentatamente, dal novembre 1771 alla morte il 21 marzo 1801, mancò da Bonn solo dal 26 aprile 1783 agli inizi di maggio 1784 e ritornò in tempo per dirigere il suo Requiem al solenne trigesimo dell'elettore Maximilian Friedrich, morto il 15 aprile 1784. Dopo di allora Luchesi non si mosse più e nessuno di coloro che si sono interessati alla cappella di Bonn, nemmeno chi avrebbe avuto interesse a farlo, ha mai osato parlare di prolungate assenze del Kapellmeister Luchesi od anche solo di suoi brevi congedi. Buscaroli quindi afferma il falso. Quanto al Requiem di Luchesi, approfitto per ricordare che fu composto a Venezia nel 1771, vent'anni prima di quello di Mozart, che ne plagiò l'inizio del Tuba mirum (variò una sola nota), e dal brano per tenore e violino Judex Ergo ricavò la sinfonia concertante K.364 per violino e viola, trasferendo la voce di tenore sul violino ed il violino sulla viola.

-b) Lo "sgretolamento del benessere" non ci fu mai; tutto dipese unicamente dal penchant di Johann per l'alcool. Non risulta che Johann van Beethoven abbia dato prove di "ubriachezza violenta"; molesta sì, violenta no. Da dove Buscaroli ricavi che Johann percepiva nel settembre 1775 lo stipendio "da fame" di 145 fiorini annui, divisi in 4 trimestri (Quartal) lo sa solo lui. Tra l'altro, a pag. 90 Buscaroli si contraddice gravemente scrivendo:

"Le domestiche (ma sì, bisogna fermarsi un istante, intorno al 1780 un tenore di corte con 145 fiorini al mese poteva concedersi più domestiche, il che non testimonia per le sue floride condizioni, ma per quelle, tuttavia sopra il minimo vitale, delle donne) conducevano i bambini (...) sulle rive del Reno".

Lo stipendio dello sfiatato tenore Johann sarebbe in questo caso pari a (12x145=) 1740 fiorini annui, più del doppio dello stipendio di 800 fiorini che Giuseppe II concesse a Mozart dal dicembre del 1787. In nessun momento della sua vita Johann percepì la cifra, annua, trimestrale o mensile dichiarata da Buscaroli. I documenti dicono che servì gratuitamente fino a 24 anni, ottenne nel 1764 100 talleri imperiali (Reichsthaler) pari a 150 fiorini, cui si aggiunsero 25 fiorini il 17 novembre 1769 e 50 fiorini il 3 aprile 1772, per un totale di 225 fiorini. (Un inciso; Buscaroli quota 2 fiorini il tallero imperiale, che ne valeva più o meno 1,50). Dopo la morte del padre, Johann ricevette dalla Camera di corte un contributo di 60 taIleri ( 90 fiorini) per il mantenimento della madre in ospizio a Colonia ed il 5 giugno 1775 ebbe l'assicurazione che avrebbe continuato a riceverli anche dopo la morte di lei, avvenuta il 30 settembre 1775. Johann percepiva dunque, dalla morte del padre nel dicembre 1773 (225+90=) 315 fiorini con cui figura a stipendio nell'aprile 1784, alla venuta di Maximilian Franz, che subito gli limò i 15 fiorini eccedenti la stipendio "storico" di tenore di corte. Buscaroli tace però l'informazione del violoncellista di Colonia Bernhard Joseph Maeurer, che negli anni 1777-1780 fece parte della cappella di Bonn e fu allievo per la composizione di Luchesi e di solfeggio di Johann: a partire dal 1774 la famiglia Beethoven riceveva dall'ambasciatore inglese George Cressner 400 fiorini annuali (100 fiorini a trimestre), un "sussidio" taciuto ma mai contestato, che portava il reddito di Johann ai 715 fiorini annui che ebbe fino alla venuta di Max Franz nell'aprile 1784. Ad essi vanno aggiunti i proventi delle lezioni di canto e solfeggio che venivano affidate da Luchesi a Johann, tolto dai ruoli attivi per scarsità di voce ancora nel 1772. Il "sussidio Cressner" originò la diceria che Ludwig Junior fosse figlio illegittimo di Federico Guglielmo II di Prussia; diceria che Beethoven non smentì né fu smentita dall'amico Wegeler dopo la sua morte. In realtà sostituiva la pensione che Ludwig van Beethoven senior aveva disposto a favore del nipote fino alla concorrenza di 600 fiorini. Venne erogata sotto forma di sussidio per controllare Johann, il che ci assicura che aveva già dato preoccupanti manifestazioni di tendenza all'alcolismo prima della morte del padre. Al cambio di reggenza Johann fu subito decurtato da Max Franz, ignaro dell'accordo col suo predecessore, di 15 fiorini dello stipendio, perdette i 400 fiorini del sussidio, vide poi riconosciuto il diritto a percepire la pensione di 600 fiorini del nonno, ma il tutto si risolse per lui in una perdita secca di 115 fiorini (715-600=115). Lo assicura Thayer, che scrive (A.W. Thayer, "Beethovens Leben", Leipzig, 1866, p.157 - I edizione tedesca - sfuggita a Buscaroli?): "Nella lista generale degli stipendi () quello di J.Reicha è di 666 Talleri (1000 fiorini), quello del tenore Beethoven di 290 talleri e quello di Beethoven junior di 100 talleri". Lo stipendio di Johann fu dunque aumentato a circa 450 fiorini ed ora padre e figlio percepiscono insieme 390 talleri, importo nominalmente pari ai 600 fiorini della pensione del nonno. In realtà, dai libri contabili del principato oggi a Düsseldorf, risulta che 1000 fiorini corrispondono a 649,60 talleri mentre 600 fiorini equivalgono a 389,60 talleri. (C.Valder-Knechtges, "Die Kirchenmusik", p.68).

-c) Scrive Buscaroli, e dichiara anche la sua fonte:

"Schiedermair costringe a penose riflessioni sull'imbarazzo in cui si trovò il quattordicenne Beethoven quando si rese conto che il suo finalmente raggiunto stipendio fisso era sottratto al salario del "calvinista", e perciò esposto ad ogni sopruso, suo maestro Neefe. Ne è buona conferma la lista dei salari annuali della cappella, datata 27 luglio 1784, dove lo stipendio di Neefe () crolla da 400 a 200 fiorini, mentre Ludwig Betthoven (sic!) prima "senza salario", spunta finalmente i suoi 150 fiorini. Gli stessi tolti a Neefe, con un ulteriore risparmio (il vizio di famiglia Absburgo) di 50 fiorini".

E' del tutto arbitrario e perciò errato collegare i 150 fiorini (100 talleri) dello stipendio di Ludwig alla riduzione da 400 a 200 fiorini dello stipendio di Neefe, prima di tutto perché gli importi non coincidono. In secondo luogo, la proposta di modifiche (anonima ma di Johann van Beethoven) al principe Max Franz prevedeva per Neefe solo il licenziamento "secco" perché "superfluo, pagato doppio da straniero, non particolarmente abile all'organo e calvinista", e la sostituzione con Ludwig van Beethoven Junior, ma anche il recupero e la riduzione di altri stipendi (dalle dimissioni del Primo Violino Gaetano Mattioli 1000 fiorini, la cantante Neuer dimezzata da 600 a 300 fiorini, Luchesi ridotto da 1000 a 600 fiorini). Non esiste quindi collegamento tra i 200 fiorini tolti a Neefe ed i 150 assegnati a Beethoven, tanto è vero che Neefe fu riportato nel febbraio 1785 all'originario stipendio senza intaccare quello di Beethoven Junior. Neefe fu salvato da Luchesi, che rifiutò di accettare come organista unico l'inesperto tredicenne Ludwig (l'episodio della stonatura di Heller dice che ne aveva motivo), non diede corso alla richiesta di congedo di Neefe e lo riportò allo stipendio storico di 400 fiorini nel febbraio 1785. Fu invece dalla pensione di nonno Ludwig che furono tratti i 100 talleri del nipote e l'aumento a 290 talleri del padre Johann. La pensione era conglobata sull'unico stipendio in grado di "sostenerla", quello del Kapellmeister Luchesi, che da naturalizzato percepiva 600 fiorini annui ma aveva lo stipendio "di facciata" di 1000, concordato con il principe Max Friedrich, per pareggiare lo stipendio di Gaetano Mattioli, pagato doppio perché straniero. I 400 fiorini eccedenti (100 ogni Quartal) Luchesi li girava a George Cressner, che li "elargiva" alla famiglia Beethoven. Fu questo il motivo della decurtazione da parte di Max Franz dello stipendio di Luchesi da 1000 fiorini nominali ai 600 fiorini reali e dell'aumento di Johann van Beethoven da 300 fiorini a 450, altrimenti inspiegabile. Ludwig Junior ebbe 150 fiorini, ritagliati dai 600 della pensione del nonno, perché questo era il salario minimo di ingresso di ogni minorenne a mezzo servizio, quello che ebbero Johann Peter Salomon a Bonn e Mozart a Salisburgo. Questo spiega l'ostinato silenzio di Beethoven sulla vicenda Cressner e perché abbia lasciato circolare la diceria della sua nascita illegittima senza difendere l'onore della madre: avrebbe dovuto spiegare che il sussidio perveniva attraverso il Kapellmeister Luchesi, di cui a lui e agli altri era vietato parlare. Cito Thayer, che ci racconta anche di un abortito tentativo di Max Franz di indurre Luchesi a dare le dimissioni. Resosi conto che Luchesi non aveva percepito mai più dei 600 fiorini dello stipendio storico, cercò vanamente di ridurgli offensivamente lo stipendio a 400 fiorini annui: "Lo stipendio di cui Luchesi nella lista (del 25 giugno 1784 redatta da Max Franz) fu accreditato, era chiaramente insufficiente al mantenimento della sua numerosa famiglia e senza dubbio basato su un malinteso, poiché la lista è accompagnata da un decreto emanato due giorni dopo, nel quale il principe convertiva i 400 fiorini in 400 talleri, ovvero 600 fiorini". Alla base dello scorretta manovra di Max Franz volta ad allontanare l'ereditato "Kapellmeister a vita" Luchesi, c'era la "storica" promessa a Mozart di nominarlo suo Kapellmeister una volta divenuto principe elettore di Colonia, risalente alla fine del 1781. Cito Thayer (I 144) che Buscaroli ignora: "Jahn non dice il motivo per il quale Mozart non fu chiamato a Bonn. Forse sarebbe andato lì se Luchesi, a seguito della riduzione del suo stipendio, si fosse dimesso; ma Luchesi mantenne il suo ufficio di Kapellmeister e non poteva assolutamente essere licenziato senza motivo". Naturalmente Buscaroli non si chiede quali contropartite ottenne Max Franz da Luchesi a vantaggio del suo protetto Mozart e della musica austriaca: farebbe bene invece a meditare sul certo fatto che la fama di Mozart iniziò a lievitare dal 1784 quando, grazie a Max Franz, riuscì a mettere le mani sui lavori di Luchesi e ad intestarseli. Quanto a Neefe, posso affermare che mai ebbe i 600 fiorini annui di stipendio che invece dichiara Buscaroli (p.169).

-d) Nessun nesso logico collega l'esternazione invidiosa di Georg Philip Telemann contro gli italiani, risalente agli inizi del 1700, con le vicende di Luchesi e Beethoven di settant'anni posteriori. Citare a sproposito e ripetutamente (pp.91, 188 e 243) l'oracolo Telemann - tra l'altro allievo di Antonio Caldara - impedisce a Buscaroli di comprendere che quella dei musicisti italiani nei secoli XVII e XVIII fu una emigrazione qualificata che insegnò a tutta Europa a far musica di ogni genere e non solo teatro musicale. Invece di fare dello chauvinisme à rebours contrario alla verità, Buscaroli avrebbe potuto più propriamente citare Johann Mattheson, che in una lettera relativa a Benedetto Marcello (6 ottobre 1725) riconosce lealmente la supremazia degli italiani in campo musicale scrivendo: "Se non è atto di temerità in uno straniero, anzi in un tedesco, d'accompagnare le voci di applauso e di giubilo di quanti l'Italia nutrisce maestri famosissimi, i quali fuor di dubbio sono i primi d'Europa". Lo dico perché dai tempi di Telemann, e con grande invidia dei tedeschi, passarono sotto l'egemonia della musica italiana città come Dresda, Buckeburg e Salisburgo, paesi interi come l'Austria, e la tedesca Caterina II di Russia, nata principessa di Anhalt-Zerbst, corteggiò a lungo il veneziano Baldasarre Galuppi per averlo a San Pietroburgo a riqualificare la cappella di corte (1765-1768), compito che fu poi affidato per la continuazione a Tomaso Traetta. Spiace che Buscaroli non abbia capito quale fosse il compito affidato in origine a Luchesi e non abbia letto il dottore itinerante Charles Burney, che spiegava nel 1772 i motivi dell'invidia tedesca, rimasti invariati dai tempi di Telemann: "In quasi tutte le città, ogni musicista ed ogni orchestra a servizio di un principe tedesco - per quanto piccolo possa essere il suo regno - costituiscono una monarchia musicale, gelose l'una dell'altra, e tutte unanimemente gelose degli italiani, che vengono nel loro paese. Per mio conto, quale spettatore imparziale estraneo a queste contese, non vi ero per nulla interessato, e penso che i pregiudizi vi avessero un ruolo importante da entrambe le parti. Quanto agli italiani, si deve riconoscere che sono ricercati, adulati e sovente retribuiti con uno stipendio doppio di quello che è assegnato persino a quei tedeschi che sono loro superiori per merito. E' perciò giustificabile che i tedeschi, così provocati, sottovalutino il talento di alcuni grandi maestri italiani e li trattino con un disprezzo ed una severità che dovrebbero essere rivolti soltanto alla più grossolana ignoranza ed alla stupidità".

-e) Uno degli sfondoni più squalificanti Buscaroli lo prende quando, convinto di sapere tutto, disdegna di aggiornarsi e scrive che Luchesi fu capo ed impresario di una delle tante compagnie girovaghe di opera italiana, comparsa sul Reno intorno al 1771, () si fermò quando il 26 maggio 1774 lo nominarono Kapellmeister con il bellissimo stipendio di mille fiorini l'anno, quello che Mozart aveva sempre sognato. Come a dire che quel deficiente di Max Friedrich, principe elettore di Colonia/Bonn, elargiva ad un immeritevole italiano (Luchesi) uno stipendio che avrebbe fatto la felicità di un tedesco ben più meritevole (Mozart). Buscaroli digerisce tutte le falsità e gli errori accumulatisi in due secoli sulla scomoda persona di Luchesi e già cinque anni orsono denunciati da Luigi Della Croce al Congresso internazionale beethoveniano svoltosi a Berlino dal 30 giugno al 1 luglio 1999. Organizzavano la Hochschule der Künste, la Freie Universität entrambe di Berlino, ed il Beethovenarchiv di Bonn. Gli atti (ovviamente) non sono mai stati pubblicati, ma l'intervento di Luigi Della Croce - Il giovane Beethoven e il "suo" Kapellmeister Andrea Luchesi - è apparso sulla "Rassegna musicale italiana", Anno IV, n.15, Luglio-Settembre 1999, pp.13-16. Scrive il presentatore del Convegno Internazionale Beethoveniano: Orizzonti praticamente inesplorati ha aperto l'intervento di Luigi Della Croce. Sono orizzonti che il supponente Buscaroli nemmeno immagina, quindi continuano a rimanere totalmente inesplorati nel suo libro. Luigi Della Croce, che dà atto di servirsi della documentazione da me fornita, l'ha ritenuta più che sufficiente a contestare le menzogne di Maynard Solomon ("Beethoven - Musica Mito Psicoanalisi Utopia", Einaudi, 1998), di Carl Dahlhaus ("Beethoven e il suo tempo", E.D.T., Torino, 1990) e di altri falsari più o meno coscienti: "Il mutismo di Beethoven sull'istruzione ricevuta da Andrea Luchesi non cancella peraltro il fatto che questi abbia presieduto in prima persona e in primo luogo, com'era nelle sue competenze e nei suoi doveri di Kapellmeister, alla formazione del grande allievo. In ogni caso non è realistico pensare che Neefe "divenne nel 1780 o 1781 l'unico maestro significativo di Beethoven sino a che il giovane lasciò Bonn nel novembre del 1790" (M. Solomon) o che "fu il solo musicista di rango tra i maestri di Beethoven" (C. Dahlhaus). Una rapida rassegna dei musicisti compositori, presenti in cappella elettorale negli anni della prima giovinezza di Beethoven, comprende oltre al Kapellmeister Luchesi (dal 1771) e all'organista Neefe (dal 1779), il violinista Ferdinand d'Anthoin (dal 1771 cognato di Luchesi), il tenore Ferdinand Heller (dal 1774), il violoncellista Joseph Reicha (dal giugno 1785), il fagottista Johann Kuechler (dal 1780 al 1786), il conte Ferdinand von Waldstein (dal 1788). Di questi almeno Joseph Reicha è una figura, sul piano creativo, non certo meno rilevante di Neefe. Su tutti dominò tuttavia Andrea Luchesi creatore poliedrico di opere il cui valore, a giudicare dai pochi esemplari che vengono faticosamente strappati all'oblio, è indiscutibile. Il giovane Beethoven ne fu influenzato e in quale misura?"

Una risposta parziale ce la dà Philip Radcliffe (NOHM 1307, p. 261) che nella Sonata in Si bemolle maggiore op.22 di Beethoven (1802) trova che: "Il bellissimo Adagio con molt'espressione ha una linea melodica particolarmente fluente, di quella cantabilità di origine italiana che ha, nella musica di Beethoven, un'importanza maggiore di quanto i critici tedeschi abbiano mai voluto ammettere". Il che razionalmente si spiega con il fatto che lo stile del maestro si diffonde, a guisa di famiglia, dal maestro agli allievi (P. Lichtenthal) e l'insegnamento di un grande maestro dura a lungo e giunge lontano (Brodsky). Lo conferma Ferdinand Heller, il solo degli allievi di Luchesi che ne coltivò a Bonn il ricordo fino agli anni 1830, che nel 1792 compose in pretto stile luchesiano sei arie italiane oltre a molti lavori sacri oggi in parte reperibili alla Biblioteca Estense di Modena.

Passo ora ad evidenziare le falsità accolte e ridivulgate da Buscaroli.

1) Buscaroli afferma che Luchesi fu "capo ed impresario di una compagnia operistica girovaga". Ancora nel n.15 del luglio/settembre 1999 la RMI citava il "Notatorio Gradenigo n.XXXI" (Venezia-Biblioteca del Museo Correr), che riporta gli avvenimenti di rilievo di Venezia e del dominio veneto, ed alla data del 5 dicembre 1771 annota: "Il Sig. Andrea Luchesi, veneziano, giovane assai perito et commendato nell'Arte Filarmonica, passa dalla propria Patria al serviggio di Massimiliano Federigo di Konigsegg-Rothenfels, vescovo ed elettore di Colonia, ed ivi si tratterrà per alcuni anni, ben accolto e stipendiato da quel Principe, mecenate generoso delli Virtuosi, et Letterati, et amante dell'Armonia musicale".

Nella dedica al principe elettore di Colonia Max Friedrich dell'op.1 stampata a Bonn nel 1772, "Sei sonate per il cembalo con l'accompagnamento di un violino", riprodotta in "Andrea Luchesi, l'ultimo Kapellmeister di Bonn al tempo del giovane Beethoven" di Theodor Anton Henseler ancora nel 1937, Buscaroli poteva leggere il ringraziamento di Luchesi per essere stato chiamato dall'Italia al servizio personale del principe. Altre notizie su Luchesi Buscaroli poteva desumerle dai lavori di Claudia Valder-Knechtges, tra i quali un "Un italiano nell'ambiente del giovane Beethoven" (1983). Già nel mio libro "Andrea Luchesi - L'ora della verità", apparso nel 1994, (grande volume lo definisce Buscaroli, ma l'ha letto?) contestavo l'affermazione che Luchesi fosse a capo di una compagnia operistica itinerante e ricordavo che Giannantonio Moschini ("Letteratura veneziana del Secolo decimottavo", Venezia, 1806) accreditava al nobile dilettante veneziano Jseppo (Giuseppe) Morosini il merito di aver protetto ed assistito il celebre Luchesi della Motta, che fu poi maestro di musica alla corte dell'elettore di Colonia, ove si maritò riccamente ed ove godette di ogni favore. A Venezia Luchesi era ricordato come "maestro di musica", partito cioè con un incarico didattico. Buscaroli disponeva di tutti gli elementi per scoprire la verità; gli mancò un po' di umiltà.

2) I due tenori, il soprano, il primo violino Gaetano Mattioli (il solo che fino al 1784 rimase a Bonn) ed il grammatico italiano che seguirono Luchesi, costituivano un corpo insegnante destinato a riqualificare la cappella del principato di Colonia-Bonn, scaduta ai minimi livelli artistici dopo la decennale conduzione di Ludwig van Beethoven senior. Questi giunse alla direzione della cappella per le dimissioni del violinista e compositore Joseph Touchemoulin ma non fu mai in grado di comporre alcunché di originale e le doti del nipote non derivano certamente da un retaggio familiare. Parlare di retaggio fiammingo o tedesco con riferimento alle doti di compositore di Beethoven è assolutamente fuori luogo; non si tratta di doti tramandate in famiglia ma degli effetti del competente insegnamento di Luchesi.

3) Lo stipendio che percepì Luchesi per la sua opera di riqualificazione, prevista della durata di tre anni (1 giugno 1771- 31 maggio 1774) non fu di 1000 ma di 1207 fiorini annuali (800 talleri), il doppio dello stipendio storico della carica di Kapellmeister pari a 600 fiorini (400 talleri).

4) Luchesi fu nominato Kapellmeister il 26 maggio 1774 perché si attese la scadenza del contratto a lui più favorevole per conferirgli la carica, vacante dal 24 dicembre 1773, con l'obbligo di naturalizzazione ed uno stipendio storico che non superò mai i 600 fiorini. Naturalmente Luchesi ottenne delle condizioni che lo decisero a sposare la figlia del più influente Consigliere Segreto del principe (1775) ed a rimanere a Bonn alla scadenza del triennio malgrado l'esiguità dello stipendio (dimezzato), quali la possibilità di continuare a fornire sua musica ad altri committenti sotto nome altrui ed il non dover curare gli aspetti economici e disciplinari della cappella, demandati al Konzertmeister italiano Gaetano Mattioli con 1000 fiorini di stipendio.

In merito agli errori accolti acriticamente da Buscaroli, segnalo prima quello di cui sono riuscito a ricostruire l'origine ed il "colpevole".

- Quando Buscaroli scrive che Luchesi con la formazione di Beethoven ebbe poco a che vedere, perché tra congedi e vacanze fu quasi sempre assente dal 1774 al 1794, () Quando ritornò nel 1794, Beethoven aveva trasferito per sempre a Vienna penati e destini e Lucchesi non lo vide più, riproduce acriticamente gli errori di certo Raffaello Brenzoni, musicologo. Questi, nell'articolo dedicato a Mozart dal titolo "In Veneto", apparso in Barblan-Della Corte "Mozart in Italia" (Ricordi, 1956, p. 144), elenca le persone importanti di Venezia annotate da Leopold nel "Taccuino di viaggio" e scrive: "Il "Signor Luchesi, maestro di cembalo" è Andrea Lucchesi (Motta di Livenza 28 maggio 1741). Fino al 1770 abitò a Venezia, poi passò a Bonn, dove nel 1774 fu nominato maestro di Cappella. Sono noti, dal 1794, i suoi rapporti con Beethoven. Sue composizioni sono nominate in lettere di Leopold dell'11-6-1768 e del 16-10-1774". Quattro errori in poche righe, a dimostrazione del pressappochismo che impera negli scritti di musicologia, non solo italiani, che Buscaroli non contribuisce certo ad eliminare. Luchesi nacque il 23 maggio 1741, partì da Venezia nel novembre 1771 chiamato dall'elettore di Colonia ed a Bonn entrò subito in contatto con tre generazioni di Beethoven. A Bonn, nel luglio del 1792, in assenza di Max Franz e del conte Waldstein, entrambi a Francoforte per l'elezione di Franz II, fu Luchesi ad accordarsi con Haydn perché Beethoven potesse seguirlo a Vienna ed a Londra per il biennio mancante alla maggior età e salvo approvazione del principe. Nel 1794 Beethoven era a Vienna ma di Luchesi era stato allievo fino al novembre 1792; solo nell'anno sabbatico di Luchesi (1783-84) fu affidato a Neefe perché lo tenesse in esercizio, come era allora prassi. Buscaroli avrebbe dovuto capire che il 1794 era un errore di Brenzoni, ma l'impotentia ratiocinandi al cospetto del 'mostro sacro' - che già gli impedì di individuare la causa mortis di Mozart nel bastone del geloso Franz Hofdemel - lo ha inibito una volta ancora, e non per l'ultima. Errata è anche la data dell'11-6-1768, che va spostata di 10 anni (1778), altrimenti il rapporto di Luchesi con i Mozart sarebbe iniziato due anni e mezzo prima del documentato incontro a Venezia nel febbraio 1771.

- Nella settima edizione del "Grove's Dictionary of Music and Musicians" datata 2000, la studiosa tedesca Claudia Valder-Knechtges, che pur sopravvaluta Neefe e Joseph Reicha, contraddice platealmente le affermazioni di Buscaroli in merito alle continue assenze di Luchesi da Bonn:

"A parte una visita a Venezia nel 1783-84, dove Luchesi produsse la sua opera seria "Ademira", e dove probabilmente ricevette il titolo di "Direttore dell'Accademia Musical de' Tedeschi", Lucchesi rimase a Bonn finché la corte fu dissolta dopo l'occupazione francese della Renania nel 1794. Nel 1787 fu nominato "Consigliere titolare". Dal 1782 al 1792 il giovane Beethoven fu membro della cappella di corte, dapprima come assistente organista, poi come cembalista e suonatore di viola. In aggiunta all'insegnamento di Neefe ed all'esperienza nell'orchestra di Reicha, lo sviluppo musicale di Beethoven deve essere stato considerevolmente influenzato da Lucchesi che, nella sua qualità di Kapellmeister, determinava il repertorio della musica sacra eseguita a corte".

Escluso che Luchesi fosse sempre o quasi assente da Bonn, il che riduce logicamente l'importanza del "vice" che opera solo in sostituzione, richiamo l'attenzione sulla superficialità della prima parte e l'illogicità della seconda del ragionamento di Buscaroli che scrive:

"In anni recenti, Motta di Livenza, madre amorosa, ha affidato ad un grande volume ed altre pubblicazioni le sue speranze in una ventata di revisionismo, che restituisca a Luchesi la grandezza di cui fu defraudato, con una montagna di composizioni, che a sentire i suoi rivendicatori odierni, comprenderebbero metà delle sinfonie di Haydn e Mozart, e chissà che cosa ancora. Gli avari rapporti che con Beethoven ebbe il Luchesi e la differenza delle età ci permettono di salvare il giovane Ludwig dai rischi di un simile rendiconto"

come dire che Luchesi era troppo vecchio per insegnare a Beethoven o che Beethoven era troppo giovane per imparare da Luchesi. Se Buscaroli avesse ragionato prima di scrivere, si sarebbe risparmiato l'obbligo di spiegare, ammesso che sia possibile, quale "differenza delle età" sia per lui accettabile. Sembra lo siano per Buscaroli i 38 anni che intercorrono tra Haydn e Beethoven, i 22 anni che dividono Neefe da Beethoven, mentre non lo sarebbero i 30 anni tra Luchesi e Beethoven. Qui non si tratta di un rapporto di amicizia, dove le differenze di età possono avere effetti bloccanti, ma di insegnamento e tutto fa ritenere che Luchesi fosse legato al giovane Ludwig da una promessa al nonno di seguire ed educare il nipote vista l'inadeguatezza del padre. Il che spiega l'essersi Luchesi prestato a "girare" la pensione del nonno a Cressner e la difesa di Ludwig Junior dopo l'errore di far perdere il tono al tenore e compositore Ferdinand Heller, accusato a torto di aver voluto scommettere in merito con il giovane aiuto-organista. Quanto alla prima parte, che nulla ha in comune con la seconda, Buscaroli non esclude il passaggio sistematico di lavori da Luchesi a Haydn ed a Mozart, senza rendersi conto che, se ciò corrispondesse a verità, priverebbe il suo lavoro di ogni validità. Secondo i "rivendicatori odierni" di Luchesi, Beethoven non avrebbe imparato da Haydn e Mozart ma direttamente dal maestro mottense, e questa possibilità meritava un approfondimento ad excludendum da parte di Buscaroli, non una pura e semplice segnalazione che proietta gravi ombre sulla fondatezza della sua ricostruzione.

- Il praenobilis Dominus Andrea Luchesi, discendente dalle famiglie nobili di Lucca trasferitesi nella Serenissima nel XIV secolo, non fu nominato "Consigliere elettorale" (Hofrat - Consigliere di corte) carica che comportava impegni gestionali e fu conferita al primo-violino Gaetano Mattioli - che Buscaroli ignora - ma "Consigliere del principe" (Kurfürstlicherat), titolo onorifico il cui portatore diveniva cugino del principe ed entrava con la moglie a far parte dei duecento ospiti d'onore della corte nelle cerimonie ufficiali. Tra il giugno 1785 ed il giugno 1786 fu nominato "Consigliere titolare" anche da Max Franz, in tempo per comparire nel calendario di corte per il 1787.

- L'affermazione di Buscaroli che Luchesi ebbe poco a che vedere con la formazione di Beethoven, la cui "somma fortuna" sarebbe stata di essere istruito, invece, dal "vice" di Lucchesi, ch'era Neefe, allievo di un allievo di Sebastian Bach, è la conseguenza dell'errore di Brenzoni e di quello indotto in Thayer da Otto Jahn, che diede risalto ad una discendenza artistica di Neefe da Johann Adam Hiller, tacendogli l'importanza di Luchesi ed i suoi lunghi studi teorici e pratici a Venezia con Baldasarre Galuppi, Padre Paolucci, Padre Vallotti e con il conte Giordano Riccati. In realtà Neefe fu "vice" di Luchesi e di Gaetano Mattioli durante l'anno di assenza di entrambi a Venezia, e sostituì il Kapellmeister anche nell'insegnamento ai giovani, che mantenne in esercizio per conto di Luchesi e con le indicazioni dategli da Luchesi. Thayer, sulla base dei documenti mutili passatigli da Otto Jahn, si permette di correggere le notizie fornite nel 1838 da Franz Gerhard Wegeler. Questi, con l'avallo di Franz e Ferdinand Ries, rispettivamente compagno ed allievo di Beethoven, escluse un ruolo importante di Neefe nella formazione di Beethoven in questi precisi termini: "Neefe, già direttore musicale della compagnia Grossmann, attivo più tardi come organista di corte, influì modestamente sull'educazione musicale del nostro Ludwig, il quale anzi lamentò le critiche che quegli, con eccessiva severità, espresse riguardo ai suoi primi tentativi di composizione". In realtà Neefe fu la "bestia nera" di Johann van Beethoven, che vedeva in lui l'usurpatore del posto di organista di corte spettante al figlio, al quale trasmise le sue antipatie e inimicizie.

- Errata è anche l'affermazione di Buscaroli che Luchesi sia divenuto "ricco proprietario terriero nel Veneto natio". La sua famiglia se l'era formata a Bonn, dove effettivamente divenne proprietario di due magnifiche case, un podere oltre-Reno, un appezzamento di bosco in collina, ma nel Veneto non risulta che sia più venuto dopo il 1784.

- Quando Buscaroli afferma che il rapporto di Luchesi col ragazzo, che a quattordici anni passava per averne dodici, fu dunque limitato al breve periodo che precedette l'arrivo di Neefe, sostiene cose contraddette dai documenti perché, se è vero che Beethoven iniziò a suonare il cembalo e l'organo a cinque anni, Luchesi ne seguì la formazione fin da subito e non era possibile mistificarlo sull'età del bambino. Neefe giunse a Bonn nel novembre 1779 come cembalista teatrale ed ebbe rapporti con la cappella quando fu nominato organista cum spe succedendi a Gilles van den Eeden il 15 febbraio 1781. Grossmann e Luchesi avevano impostato dal novembre 1778 il teatro di corte del principe di Colonia ed un anno e mezzo prima dell'arrivo di Neefe - 26 marzo 1778 - il poco più che settenne Beethoven si era esibito a Colonia al cembalo col padre ed una allieva di canto del padre. T.A. Henseler ritiene che abbia eseguito sonate e concerti di Luchesi, e non per la prima volta. Anche dopo l'arrivo di Neefe Ludwig Junior dipese da Luchesi per l'istruzione e per i permessi necessari a mettere a disposizione degli allievi l'orchestra di corte, competenza riservata al solo Kapellmeister. Lo assicura Arthur Loewemberg che, nell'edizione 5* del Grove (1964) cita Bernhard Joseph Maeurer, da noi già incontrato per i 400 fiorini del "sussidio Cressner" ma taciuto da Buscaroli, e scrive: "Poiché Luchesi era il principale musicista a Bonn durante l'infanzia e la gioventù di Beethoven, i suoi lavori devono essere stati tra le prime impressioni musicali di Beethoven. Questi non può aver mancato di sentirli con frequenza in chiesa ed in teatro, quando da giovane suonava la viola nell'orchestra diretta da Luchesi. Secondo i ricordi del violoncellista di Bonn B.J. Maeurer contenute nel cosiddetto 'Fischof Manuscript' () Luchesi revisionò ed eseguì uno dei primi lavori di Beethoven (la cui esistenza non è altrimenti nota) una cantata in memoria del Ministro plenipotenziario inglese George Cressner che morì nel 1781, quando Beethoven aveva 10 o 11 anni. () Thayer respinge la testimonianza considerando che Maeurer aveva lasciato Bonn un anno prima della morte di Cressner. Si dovrebbe però considerare che egli era andato soltanto a Colonia e potrebbe essere facilmente tornato per brevi visite. Il racconto sembra comunque troppo circostanziato per essere rigettato in modo sbrigativo". Buscaroli, impegnato a risolvere ad ogni costo le contraddizioni della biografia di Beethoven, non rigetta il racconto "in modo sbrigativo"; elimina il problema alla radice. Ragiona come quella brava massaia che, con logica ferrea, usava la forbice per togliere ogni alone alle macchie. Toglie George Cressner, Bernhard Joseph Maeurer, la cantata ed il tutto non lascia alone. Se non è pressappochismo questo, mi sottraggo all'obbligo di trovare un'altra definizione che renda l'idea senza espormi a querele.

Scopo di un biografo serio dovrebbe essere di sciogliere i nodi della biografia del suo eroe. O almeno tentare. Ignorando volutamente il grande "buco nero" della formazione di Beethoven a Bonn, Buscaroli individua il primo di questi "buchi" nel discusso incontro con Mozart e nel contestato contatto con Giuseppe II dell'aprile 1787, in occasione del primo viaggio a Vienna del giovane Beethoven. Voglio contribuire a cercare una soluzione con una mia ipotesi, che su quelle fantasiose oggi circolanti ha il vantaggio di considerare veritiere le affermazioni di Beethoven e di spiegare logicamente i fatti accertati. Beethoven, che dice di aver incontrato Giuseppe II e Mozart, fu inviato da Max Franz al fratello imperatore, in procinto di partire per la Crimea con Caterina II di Russia, quale possibile "pianista al seguito" e l'obbligo di rientro immediato nel caso non fosse stato scelto - come poi avvenne. Viaggiò dunque per ordine ed a spese del principe, che dovette pagare i 33 fiorini (3 carolini) del debito da Ludwig contratto col Consigliere Johann Wilhelm Schaden di Augusta sia pure con ritardo (se ne lamentò con Haydn sei anni dopo!). Max Franz gli diede pure una lettera di presentazione per Mozart, al quale chiese un parere sul suo secondo organista. Il giudizio di Mozart fu entusiastico, ma Giuseppe II, cui il ragazzo fu presentato, decise altrimenti e Beethoven, nel giro di un mese, era rientrato a Bonn. Nessun motivo di rancore nei confronti di Mozart, né lezioni da ricevere da lui. Tutti tacquero sulla questione perché, se Ludwig Junior impressionò Mozart nell'aprile del 1787 per le sue doti di contrappuntista, è chiaro che cinque anni e mezzo dopo, nel novembre 1792, nulla aveva da imparare da Joseph Haydn e solo qualche chinoiserie del veccho contrappunto di Fux da Schenk o Albrechtsberger, il "creatore di scheletri musicali" come lo definì il Titano. Beethoven, fino a 22 anni, ebbe a maestro Luchesi, allievo di un teorico innovativo come Padre Vallotti, il che spiega il senso di superiorità che il giovane provò nei confronti dei suoi "maestri" viennesi, dai quali tutti fu definito indocile e non desideroso di imparare.

Un altro esempio di smacchiatura con l'uso delle forbici Buscaroli ci dà quando, con la sicumera che lo distingue, nega l'esistenza di screzi tra Haydn e Beethoven risalenti al 1793/94 e scrive:

"Il titolo dato alla traduzione italiana (a cura di G. Pestelli, 1988) di un saggio di James Wester promette un "dissidio" tra Haydn e Beethoven che il lettore poi non trova, per la buona ragione che non c'è mai stato".

Ora James Webster, da Buscaroli definito "musicologo inconcludente", ha veramente scritto un "saggio" sui rapporti tra i due "mostri sacri" che non avrebbe mai potuto scrivere un amante della verità; un chiaro esempio di come non dovrebbe essere condotto uno studio se si intende fare della scienza e non della mistificazione miracolistica, paragonabile soltanto a quella di Buscaroli. Ma Webster, a differenza di Buscaroli, non osa negare il "dissidio". Si è reso conto che nel 1800 Beethoven è un compositore completo e certamente non autodidatta, sa che Neefe non fu all'altezza dei meriti che gli attribuisce Thayer nel 1866 (Wegeler e Ries lo esclusero fin dal 1838), ignora (?) Luchesi e vede in Haydn il solo compositore di fama incontrato da Beethoven. Così, ricorrendo ad una pia fraus, "deduce" erroneamente che Haydn "deve" essere il maestro inutilmente cercato. Ma perché Haydn possa essere "il maestro" di Beethoven bisogna spostare il "dissidio" con Beethoven tra il 1800 ed il 1804, cosa che Webster tenta di fare distorcendo e travisando i documenti rimasti. Buscaroli non si abbassa a falsificare prove; decide che rottura non c'è mai stata. Non importa se esistono documenti più che sufficienti a motivare l'insorgere di un "dissidio" mai sanato tra i due: Buscaroli ha deciso - un colpo di forbice zac - il rapporto Haydn/Beethoven fu un legame unico, curioso, pieno di sorprese e anche delicatezze tra due supremi maestri, le cui nascite erano separate da un varco di trentotto anni. E se qualcuno dei contemporanei dei due "grandi" dice che ci fu dissidio, non ha capito nulla.

Haydn aveva inviato il 23 novembre 1793 a Max Franz cinque lavori di Beethoven come prova dei progressi fatti sotto la sua guida, gli chiedeva di aumentare il "sussidio" di studio a 1000 fiorini (Beethoven ne aveva dichiarati 500 - pari a 100 ducati), di rendergli 500 fiorini prestati a Beethoven e di lasciarglielo ancora per qualche tempo, visto che un anno dei due di affidamento era trascorso senza andare a Londra. Il "dissidio" con Beethoven iniziò quando ricevette la seguente risposta:

23 dicembre 1793. Bonn. Il principe a Haydn.
Minuta della cancelleria, corretta autografa dal principe. Nomine Serenissimi.
"Al Kapellmeister di Esterhazy Haydn a Vienna. d.d. Bonn il 23 dicembre 1793
Expediatur sequenti (di altra mano)
La musica del giovane Beethoven che Lei mi ha inviato, l'ho ricevuta con la Sua lettera. Intanto queste musiche, esclusa la fuga <corretto dal principe: Intanto tutte queste musiche, esclusa la sola fuga> erano state dallo stesso già composte ed eseguite qui a Bonn, prima che facesse questo suo secondo viaggio a Vienna, per cui le stesse non possono essere testimonianza alcuna dei suoi progressi fatti a Vienna <corretto dal principe: così le stesse è impossibile che possano essere per me una testimonianza dei suoi progressi fatti a Vienna>. Quanto inoltre all'assegno che ha avuto finora per la sua sussistenza a Vienna, consta lo stesso in realtà solo di 500 fiorini: è però unitamente a questi 500 fiorini continuato il suo stipendio locale < corretto dal principe: il suo locale stipendio, poco prima acquisito> di 400 fiorini per tutto il tempo, così ha ricevuto nell'intero anno 900 fiorini. Non comprendo quindi bene come si sia comportato in modo così ampiamente ingiusto nella sua economia, come Lei mi scrive <corretto dal principe in: Non comprendo bene perciò come si sia comportato in modo ampiamente maldestro nella sua economia>. Penso perciò se non possa mettersi in viaggio di ritorno un'altra volta verso qui per svolgere qui il suo servizio: difatti dubito molto che con la sua attuale permanenza abbia fatto importanti progressi nella composizione e nel gusto e temo che egli, come dal suo primo viaggio a Vienna, porterà con sé dal viaggio soltanto debiti.<corretto dal principe: Io lascio a Lei del resto decidere se potrebbe intraprendere il suo viaggio di ritorno verso qui per riprendere il suo servizio; poiché dubito che con il suo attuale soggiorno presso di Lei abbia fatto importanti progressi e spero che questo soggiorno abbia giovato a lui più del suo primo là>
(Maximilian Franz Elettore)

Per quanto Buscaroli si affanni a definire Max Franz "arcibestia", evitando di esibire le lettere di Haydn, Beethoven e Max Franz pubblicate da Fritz von Reinöhl ancora nel 1935, la denuncia dell'incapacità didattica dell'"illustre idiota" Haydn (come lo definì Giuseppe Carpani, "Le Haydine", Padova, 1823, p. 252) è precisa ed impietosa. Buscaroli ignora che Haydn ammise di non saper comporre per i fiati (Marc Vignal, "Haydn", Paris, 1988, p. 261), che "dimenticò" di essere autore di sessanta sinfonie nel 1778 (M. Vignal, loc. cit., p. 210) e che si trovò ad averne intestate fino a 256. Soprattutto ignora che Haydn dovette recarsi a Londra con Johann Peter Salomon, nel dicembre 1790, per sfuggire all'obbligo contratto con Ferdinando IV di Borbone di andare a Napoli (M. Vignal, loc. cit., p. 336), dove la sua usurpata fama non sarebbe durata lo spazio di un giorno, con grave danno per l'immagine della musica austriaca. La "scappatoia" era stata studiata con il contributo di Max Franz, che conosceva perfettamente i limiti di Haydn, passato a Natale del 1790 per Bonn a prendere le sinfonie di Luchesi e ritornato da solo nel luglio 1792 per chiedere l'aiuto di Beethoven a Londra. Il tentativo di farsi vanto di meriti non suoi e la non tanto velata accusa di avarizia ad un principe-vescovo di casa Absburgo fece andare in bestia Max Franz, che rispose per le rime. La data della lettera di Max Franz dice che arrivò a Vienna poco prima dell'esecuzione dei trii dell'opera 1, quando Haydn sconsigliò Beehoven di pubblicare il terzo (probabilmente troppo luchesiano) ed ebbe inizio il dissidio, materializzatosi subito nella partenza di Joseph Haydn per l'Inghilterra il 19 gennaio 1794, senza Beethoven e con il solo Joseph Elssler junior come valletto.

Vediamo come in realtà si svolsero i fatti. Nel novembre 1793 Joseph Haydn, rifatto il pieno di sinfonie luchesiane, chiede al principe Esterhazy di esonerare Johann Elssler dal servizio militare ed a Max Franz di prolungare l'affidamento di Beethoven per portarli con sé a Londra nelle stagioni di concerti del 1794 e 1795. Per dare maggior peso alla sua richiesta, invia a Max Franz cinque lavori del giovane "allievo" e chiede il raddoppio del suo sussidio. Max Franz, che conosce già i lavori di Beethoven, si sentì raggirato, accusato di spilorceria e scaricò su Haydn, con molto più motivo, le accuse di insipienza didattica e di incapacità di controllo del giovane, al quale riconobbe soltanto la capacità di far debiti. Se ne deduce che la rottura e la conseguente mancata partenza di Beethoven per Londra furono decise da Haydn, ma "indotte" da Max Franz, che lasciò ad Haydn decidere se portare a Londra Beethoven alle condizioni stabilite. E' certo ed umano che Haydn abbia sempre taciuto a Beethoven i motivi del suo mutato atteggiamento, evitando di esibirgli la lettera e limitandosi a contestare la falsità dell'importo del sussidio di studio dichiarato da lui. Negato l'aumento e di conseguenza la possibilità di rientrare dei 500 fiorini prestati a Beethoven, costretto a rinunciare all'aiuto del giovane a Londra, squalificato come didatta e convinto di esser stato raggirato dal suo allievo, Haydn ha mille ed una ragione per troncare ogni rapporto con Beethoven e di disinteressarsi del suo futuro. Con questo credo di aver fatto giustizia del rapporto idilliaco che Buscaroli vorrebbe instaurato tra Haydn e Beethoven, (che non ci fu mai), e del "dissidio" (che ci fu e divenne cronico) malgrado i tentativi di van Swieten e di altri amici comuni di sanarlo.

Buscaroli non fa menzione del fatto che Ferdinand Ries, allievo di Beethoven, escluse la genuinità dei tre quartetti per cembalo WoO 36 che, ribadita da Andreas Holschneider nel 1970, costrinse la Deutsches Grammophon al precipitoso ritiro dal mercato dei quartetti già incisi dall'Amadeus Quartet in occasione del bicentenario della nascita del Titano (1970). Parimenti non menziona i dubbi che circondano la paternità delle due cantate imperiali WoO 87 - per la morte di Giuseppe II - e WoO 88 - per la nomina ad imperatore di Leopoldo II - e non ci spiega perché esse sarebbero state affidate al diciannovenne Beethoven quando vi era a Bonn il Kapellmeister Luchesi, che per diritto/dovere ne doveva essere incaricato per primo. E si convinca Buscaroli che, comunque, le due cantate nascono in un ambiente saturo di influenze luchesiane.

Vediamo ora le errate interpretazioni, che Buscaroli avalla, di due documenti importanti: la prima segnalazione di Beethoven da parte di Neefe al Cramer's Magazin, datata "30 Marzo 1783", e la "profezia" del conte Waldstein che Beethoven diventerà con il lavoro assiduo il "nuovo Mozart". In data incerta ma sicuramente posteriore alla fine di aprile 1783, Neefe invia al Cramer's Magazin una "Relazione sulla cappella del principe elettore di Colonia a Bonn e su altri musicisti locali" che segnala la consistenza della cappella prima della partenza per l'Italia di Luchesi e Mattioli (26 aprile), entrambi sostituiti da Neefe alla direzione temporanea. La relazione inizia con la scheda personale del Musikdirektor e Primo violino (Konzertmeister) Gaetano Mattioli, perché ricopre il massimo incarico amministrativo, prosegue con la scheda del Kapellmeister Luchesi, quella dell'organista Neefe, elenca i componenti della cappella e della Hausmusik del Ministro Belderbusch, i dilettanti locali e - buon ultimo - segnala tra questi "Louis van Betthoven, [sic] figlio del sopraelencato tenore di corte, un ragazzo di 11 anni e di talento molto promettente. Suona con molta prontezza e con energia il cembalo, legge molto bene dallo spartito e, per dirla tutta in una volta, suona la maggior parte del "Clavicembalo temperato" di Sebastian Bach che il signor Neefe gli ha messo tra le mani. Chi conosce questa raccolta di preludi e fughe in tutte le tonalità (che si può quasi dire il "non plus ultra") saprà che cosa ciò significa. Il signor Neefe inoltre gli ha dato, per quanto lo consentivano gli altri suoi impegni, una istruzione al basso continuo. Ora lo esercita nella composizione e per suo incoraggiamento ha fatto stampare a Mannheim 9 Variazioni su una marcia. Questo giovane genio meriterebbe sostegno perché possa viaggiare. Diventerà certamente un secondo Wolfgang Amadeus Mozart se progredirà come ha iniziato". Neefe è qui reticente nei confronti di Beethoven; tace che, con il placet di Luchesi, è stato suo "vicario" durante la tournée estiva con la Compagnia Grossmann dopo la morte di Eeden (giugno-ottobre 1782), tace anche che dalla partenza di Luchesi (26 aprile 1783) - sempre con l'accordo del Kapellmeister - ora lo sostituisce all'organo e che Luchesi glielo ha affidato perché lo tenga in esercizio durante la sua assenza, come è d'obbligo per ogni buon maestro. Neefe infatti usa l'espressione "Ietzt übt er hin in der Composition", non gli insegna ma lo esercita nella composizione per incarico del vero maestro assente, con l'obbligo di restituzione e compatibilmente con i suoi molti impegni. Neefe cerca qui di costituirsi dei meriti che non ha e non avrà mai, come hanno messo bene in chiaro Franz Wegeler e Ferdinand Ries fin dal 1838. L'augurio al partente Beethoven del conte Ferdinand von Waldstein, che secondo Leon Plantinga (Clementi, p. 307) ha "concesso così inconsapevolmente il suo beneplacito a superficiali generazioni di storiografia musicale dottrinaria" era così concepito:

"Caro Beethoven! Lei parte ora per Vienna realizzando desideri tanto a lungo ostacolati. Il Genio di Mozart è ancora in lutto e piange la morte del suo alunno. Presso l'inesauribile Haydn ha trovato rifugio ma non totale occupazione; attraverso lui, ancora una volta anela ad unirsi a qualcuno. Grazie ad una ininterrotta fatica, possa Lei ricevere lo spirito di Mozart dalle mani di Haydn".
Bonn il 29 Ott. 792 Il Suo vero amico Waldstein

Il conte Waldstein non fa "profezie" ma previsioni motivate sul futuro di Beethoven. E' stato lui ad ottenere dal principe Max Franz - dopo l'accordo con Luchesi - che Beethoven possa seguire Haydn a Vienna e Londra con un sussidio di studio. Era anche al corrente del precedente piano di Gottfried van Swieten di sostituire l'ormai impresentabile Haydn con Mozart quale copertura dei lavori di Luchesi, piano abortito per la morte di Mozart il 5 dicembre 1791. Lo si deduce dal fatto che "il Genio" ha trovato in Haydn rifugio ma non occupazione, temporaneo ricetto ma nessuna possibilità di esercizio. Il conte fece presente al principe che il solo in grado di assicurare la necessaria continuità di stile ai lavori "luchesiani" di Haydn e Mozart era Beethoven, allievo di Luchesi, e che inviare il giovane a Vienna era doveroso e necessario per la salvaguardia della fama della musica austriaca. Naturale che l'interessata lettura dei musicologi tedeschi sia diversa.

Accenno ad altre pinzillacchere di Buscaroli senza pretesa di esaurirle: Salomon non ripassò con Haydn per Bonn nel luglio 1792 (p. 87); Mozart non fu impegnato da Salomon ad andare in Inghilterra (p. 87); Eeden non andò in pensione nel 1780 (p. 97) e Neefe non lo sostituì il 15 febbraio 1781 (p. 100); la sigla S.S. relativa a Max Franz non corrisponde a Sua Santità, titolo riservato al pontefice, ma a Sua Serenità (S.A.S.E. va interpretato come Sua Altezza Serenissima Elettorale); la lettera di Beethoven del 1793 a Neefe è falsa (p. 100, vedi Webster).

Per riassumere la mia opinione motivata sull'ultima fatica di Buscaroli:

a - L'autore non ha una visione sufficientemente chiara della formazione di Beethoven.

b - Ignora l'importanza dell'insegnamento di Luchesi e la sua presenza a Bonn dal 1771 al 1801, con il solo anno di assenza 1783-84.

c - Accetta tutte le falsità ammannite dalla musicologia austro-tedesca.

d - Non si chiede il motivo del silenzio di Beethoven e degli altri allievi sul loro maestro a Bonn. Luchesi aveva esautorato il nonno e "troncato" la carriera al padre di Beethoven, ma ciò spiega soltanto il suo silenzio, non quello degli altri allievi di Luchesi.

e - Ignora che Beethoven nascose per tutta la vita la verità sulla sua formazione.

f - Tace che Beethoven prese dai quartetti con pianoforte WoO 36 di Luchesi temi presenti nelle sonate op.2, nella "Patetica" op.13 e nel finale della sonata op.27 n.1.

g - Ignora che il tema dell' "Inno alla gioia" Beethoven lo prese dall'inno Coelestis Urbs Jerusalem di Luchesi del 1785, passato attraverso la Fantasia op.80 alla Nona sinfonia.

In sostanza Buscaroli, a suon di colpi di forbice, regredisce di oltre settant'anni. Per non cadere nella pania dei vari falsari Riezler, Schiedermair, Schmidt-Görg, Solomon, Brandenburg e soci, Buscaroli doveva leggere la denuncia profetica di Fausto Torrefranca che, settantaquattro anni orsono (1930, "Le origini italiane del romanticismo musicale", pp. 556 ss.) scriveva: "Non dimentichiamo che a Bonn era un maestro italiano, il Lucchesi, autore di concerti che lo stesso Leopold Mozart cita. E poi, data la falsità dell'indirizzo storico fin qui seguito, è assai probabile che non si sia correttamente indagato circa i veri maestri spirituali dell'infanzia e della giovinezza del grande compositore fiammingo-tedesco".

O avere l'umiltà di leggere Theodor Anton Henseler che, nel 1937, in pieno nazismo, ebbe il civile coraggio di dare alle stampe "Andrea Luchesi, l'ultimo maestro di cappella di Bonn al tempo del giovane Beethoven", dove esclude la possibilità di avere un'idea esatta della formazione di Beethoven se si dimenticano quattro maestri italiani: Luchesi, Salieri, Clementi e Cherubini. Oppure lo studio della dr. Claudia Valder-Knechtges del 1984, "I lavori secolari di Andrea Luchesi", che termina con una precisa affermazione (p. 118): "Quelle conquiste italiane che Johann Christian Bach e Mozart conobbero in Italia e fruttificarono in loro, Beethoven le poté acquisire a Bonn grazie a Luchesi".

Ma ancor prima, nel 1837, l'"Enciclopedia della musicologia generale o Lessico universale dell'arte musicale", edito a Stoccarda da Gustav Schilling (Vol. IV p. 463), evitava di menzionare Beethoven e gli altri allievi di Luchesi ma scriveva: "Andrea Lucchesi, un tempo Kapellmeister del principe di Colonia a Bonn () suoi maestri nella musica furono Cocchi a Napoli, Paolucci (un allievo di Padre Martini) a Bologna, e dopo di lui Saratelli, maestro di cappella del doge di Venezia. Il primo gli insegnò particolarmente la composizione drammatica, gli altri due lo stile sacro ed il contrappunto. Nel 1771 venne a Bonn come Direttore musicale di una compagnia girovaga d'opera ed entrò subito dopo in servizio del principe con uno stipendio annuale di 1000 fiorini. Vi rimase anche fino alla morte, cioè fino agli inizi del nostro secolo. Sufficiente in tutti gli stili, ha composto molto ed anche cose eccellenti. Per il teatro scrisse tra l'altro anche le opere L'isola della fortuna, Il marito geloso, Le donne sempre donne, Il matrimonio per astuzia, Il giocatore amoroso (un intermezzo per due persone), Il Natal di Giove, L'inganno scoperto, Ademira ed oltre a ciò una quantità di intermezzi piccoli e grandi, cantate e pezzi drammatici occasionali. Per la chiesa sono di lui noti: un vespero a due cori, un oratorio latino, un Te Deum (questi tre composti in esclusiva per il conservatorio degli Incurabili di Venezia), una messa da Requiem per le esequie dell'ambasciatore spagnolo a Venezia, duca di Monte Allegro, un'altra messa per l'importante convento di S. Lorenzo a Venezia, una messa e vespero per la festa della concezione di Maria a Verona e poi ancora molte messe, antifone, mottetti e simili per la cappella di Bonn. E infine per la camera apparvero molte sinfonie, una messa dozzina di sonate per il cembalo con accompagnamento di violino, concerti per cembalo, trii e simili. Come virtuoso si è esibito particolarmente all'organo, e secondo la tradizione deve specialmente a questo talento la fama eminente di cui godette un tempo in Italia. I suoi lavori sono tutti in stile facile e piacevole, però la sua composizione è più pura di quella della maggior parte dei suoi compatrioti; solo che sulle sue composizioni sacre questo modo di scrivere dovette esercitare un influsso dannoso, per cui vi mancano il necessario rispetto, la solennità e l'elevatezza dello stile. Perciò sono poi anche tutti i suoi lavori appartenenti a questo genere abbastanza caduti in dimenticanza dopo la sua morte".

Questa è solo una delle segnalazioni di Luchesi che Buscaroli ignora. Lo nominano con menzioni sempre onorevoli Leopold Mozart (1771), Burney (1772), Meusel (1778), La Borde per la novità delle idee (1780), Neefe sul Cramers Magazin (1783), Choron e Fayolle che segnalano la straordinaria purezza della sua musica (1815), il già citato Schilling (1837), Fétis per lo stile diverso da quello tedesco (1844), Kornmüller (1891), Schmidl, che accenna al suo insegnamento a Beethoven (1902), Riemann (1913), Prod'homme (1927), Loewemberg (1964), il Meyers Handbuch (1966). Roberto Zanetti (1970) parlando del concerto classico per pianoforte, scrive: "Nell'area tedesca troviamo vari musicisti, di cui il più interessante, per la sua fervida opera di animazione culturale a Bonn, è forse Andrea Lucchesi, autore di varia musica strumentale e di 6 sinfonie edite nel 1773. Di suo si conosce anche un concerto per cembalo stampato a Bonn nel 1773 (altri 4 concerti sono invece andati perduti). Tra le musiche a stampa si segnalano due raccolte di sonate a cembalo e violino (1772-73)".

E poi Jers (1972), tutti i lavori di Claudia Valder-Knechtges dal 1983 alla scheda del Grove 7° (2000) ed i miei che Buscaroli dice di conoscere: A. Luchesi e la cappella di Bonn (1993), L'ora della verità (1994) e L'assassinio di Mozart (1997). Ed ho citato soltanto i più importanti.

Se è vero che dal mattino si riconosce la giornata, da queste prime ore non posso che trarre previsioni nefaste per il seguito. Pertanto non mi sento di invitare il lettore ad acquistare un libro che ha una sola caratteristica certa: costa troppo. Non vorrei che poi se ne lamentasse con me.

Silea 12 giugno 2004.

(Giorgio Taboga)
 
 



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Piero Buscaroli, Beethoven
Rizzoli - Milano
I edizione aprile 2004, pp.1360, Euro 45
[Una presentazione dell'autore di questa recensione si trova nel numero 4 di Episteme.]

gtaboga@tiscali.it