Una ricostruzione del tempio di Gerusalemme
secondo una stampa ebraica, Amsterdam, 1695
(da: L'eredità di Israele, AA. VV., Ed. Vallardi, Milano, 1960)
 

VERO O AUTENTICO?


 



In questo numero di Episteme appare, a firma del Prof. Bartocci, una positiva recensione de La Bibbia senza Segreti di Flavio Barbiero (Rusconi, Milano, 1988); opera di singolarmente difficile reperimento ma che, con una certa fortuna, sono riuscito a procurarmi mentre, per chi non avesse le mie stesse chances, l'articolo di Bartocci è tanto analitico da riuscire a rendere, egualmente e molto bene, contenuti e senso dell'opera: questa mia nota non sarà pertanto una seconda recensione ma si limiterà ad esaminare il metodo col quale l'Autore affronta la lettura e l'interpretazione del Pentateuco. È noto l'approccio che, dal XVIII sec., gli "spiriti forti" hanno con il testo biblico; occasione spesso di derisione per le apparenti incongruenze narrative o le impossibilità fisiche, che risaltano ove sola s'impieghi un'ottica ignara dell'effettiva natura e delle specifiche caratteristiche di un epifenomeno del sacro qual è appunto il genere, assolutamente non letterario, d'appartenenza. Il Barbiero, ancorché l'atteggiamento di fondo sia prossimo a questi noti, storici precedenti, non cade in tali abusate soluzioni ma egli, non so quanto poi davvero conscio della scelta, percorre due strade, le quali avrebbero illustri antefatti esegetici: la prima è quella di affrontare l'interpretazione senza uscire dalla narrazione, facendo in modo che il testo trovi in se stesso le soluzioni ai problemi posti dal racconto all'attento lettore,1 la seconda è invece quella del letteralismo teologico che assevera, sin nei particolari di essi, l'autenticità degli eventi trattati.2 Nel caso del Nostro, non c'è però, ad elaborare i principi di questa composita esegesi, alcuna ermeneutica tradizionale:3 lo studio in argomento, affrontando brutalmente, alla lettera, alcuni libri della Bibbia,4 non volge volterrianamente in ridicolo alcunché ma, prendendo tutto terribilmente sul serio, con un abile collage ed una serie di rimandi incrociati, ricostruisce un racconto altro da quello, a suo parere disaggregato, della versione nota. Il montaggio che ne risulta è, come in un film dove quest'indispensabile operazione sia condotta da un buon regista, di notevole coerenza narrativa ed è attraverso questo disvelarsi che dovrebbe apparire il "segreto" nascosto dalle vesti mitiche della narrazione. Inutile dire come dominino la scena trucchi ed imbrogli, i quali spaziano dal repertorio del prestigiatore a quello dell'arruffapopoli di genio; il personaggio, destinato a fare le spese di quest'operazione "ricostruttiva" è soprattutto Mosè, la cui figura si erge infine quale quella di uno dei grandi criminali della storia, capace di forgiare, con assoluta mancanza di scrupoli e per pura sete di potere, da un ammasso di sciocchi ignorantissimi e creduloni un popolo temibile.

Confesso di non avere alcun interesse per questo tipo d'avvicinamento ai problemi d'ordine tradizionale ma che, avendo constatata l'enormità della deriva da un percorso di corretto intendimento di tutte queste tematiche e riscontrandone, al fondo, la prima responsabilità nell'insistenza su quel letteralismo teologico al quale facevo cenno più sopra, penso non sia superfluo affrontare e cercare di chiarire il non facile problema posto dal rapporto tra verità ed autenticità.5

È nota la classificazione medievale dei sensi reperibili nelle scritture;6 di fatto, la struttura di questo tipo di testi ci mette di fronte ad un'ampia molteplicità di significati la cui individuazione non è semplice, non disponendosi questa secondo una stratificazione di tipo geologico ma intersecandosi secondo modalità non lineari. Avviene pertanto che, l'autentico fatto storico, in particolare quello attinente la storia sacra, traduca, a suo modo, verità d'ordine superiore: esso sarebbe, per così dire, proprio in virtù della legge di corrispondenza tra gli stati dell'essere, la proiezione di eventi che si verificano in cúlo. Inoltre, per l'ordinamento esistente negli stessi stati tra loro; la storia sacra, nella sua formulazione orale o scritturale che sia, viene in primis a rispecchiare quanto attiene alla dimensione mitica dell'episodio ed è per questo che, in epoca pre-moderna, poco ci si preoccupava d'indagare sull'aspetto concreto di quanto narrato anche perché, il giusto apprezzamento della relazione tra i due livelli del reale, avrebbe comportato l'accesso a strumenti intellettuali e conoscenze dottrinarie allora riservate all'élite. È quindi per questo che, l'attuale, peculiare accezione secondo la quale è intesa la storia, si definisce ed assume la sua massima importanza soltanto dal sec. XIX in avanti, fino a poi svolgere un ruolo centrale con l'idealismo.

Le riserve del passato, trovavano una loro giustificazione sociologica nella consapevolezza che, mettere alla portata di tutti le eventuali differenze tra i due piani evenemenziali avrebbe procurato la sicura incomprensione delle masse7 come, in effetti, ha poi suscitato la divulgazione degli esiti della critica storica, intrinsecamente desacralizzante - ma, ribadisco, non sempre, necessariamente, autentica nei risultati - quand'è stata applicata alla lettera dei testi sacri. Paradossalmente, la falsariga, sottesa a questi metodi è nient'altro che il risultato della secolarizzazione del suddetto, chiuso atteggiamento teologico, prevalente in ambito ecclesiale dopo il Concilio tridentino: dalla deprimente riduzione a devozionali infantilismi, siamo ora arrivati ad una totale spoliazione, che lascia le Scritture prive di ogni spessore e ne stravolge, ove esistente, la stessa effettiva corrispondenza ai fatti ed il Barbiero, nel suo lavoro, porta alle estreme conseguenze tutti questi comportamenti. Quindi, mentre è dalle stesse Scritture che, nei mondi ebraico e cristiano, dovremmo giungere alla conoscenza dei principi d'ordine universale che sottendono il reale,8 attraverso i metodi messi in atto dal Barbiero, si procede esattamente all'inverso, con risultati di specializzazione investigativa e d'angustia cronachistica, tali da stravolgere oltremisura non solo il concetto originario di storia ma anche la sua precitata e già molto limitata accezione contemporanea. Nel suo valore originario, istoria nasce dalla stessa Ö ¦ id, che ha poi prodotto idein ed il lt. video ma è questo un tema comune a tutte le lingue indoeuropee, ritrovandosi nel skr. veda (i quattro Veda sono le scritture di quella tradizione) e nel td. wissen, tutti correlati al concetto di conoscenza. Pertanto le "storie", i racconti della Bibbia9 sono, media che veicolano la dottrina tradizionale fino ad includere le realtà trascendenti il piano sensibile; il loro aspetto letterale (formale) può, qualche volta, narrare anche fatti autenticamente accaduti ma essi possono intersecarsi con eventi, i quali, pur sempre storici, sono però di portata più ampia, sia nel senso cronologico, sia in quello della geografia; tale portata viene spesso in luce soltanto con l'adozione di un'ottica evemeristica ovvero effettuando, nella lettura, un ribaltamento del punto di vista. Ha mai pensato il Barbiero che è possibile riscontrare un <<singolare parallelismo tra il primo Sumera10>>11 Ö <<appellativo attribuito ai primi imperatori del Giappone>>12 Ö. <<Jimmu Tenno di stirpe solare - il quale, dopo aver guidato il suo popolo in una lunga trasmigrazione, morì a 127 anni e fu sepolto nei dintorni del Mt. Unebi (Nihongi, III. 35; il suo corpo non è mai stato trovato) - e la figura di Mosè, trasportato da bimbo in una cesta come un Sole neonato e, dopo le note vicende, morto a 120 anni e sepolto nell'area del Mt. Nebo, dove il suo corpo non è mai stato trovato (Dt. 34. 1-7)>>13?

Come la concezione del tempo può essere altra, anche lo spazio ermeneutico, s'articola in modi percepibili soltanto ad una visione interiore; tra essi, esemplifico con uno dei più facilmente intuibili: l'"esodo" sarà allora per l'anima il passaggio che la condurrà dalla schiavitù dell'"esilio in Egitto" ovvero dalla gnostica prigione cosmica, sino al riscatto rappresentato dal suo ritorno alla patria celeste o "terra promessa". È questo il senso primo, la verità per la quale sono stati redatti tutti questi scritti, compresi anche gli innumerevoli ed analoghi esistenti fuori dalle tre tradizioni abraminiche; tutte opere di teurgia volutamente composte elaborando sì alcuni elementi autentici di base ma spesso - e già lo ho accennato con il richiamo ad Evemero - il fatto si nasconde anche in un evento dalle apparenze esclusivamente mitiche. Prendendo pertanto tutto, pedissequamente, alla lettera; quasi fosse una cronaca dei nostri quotidiani, si ricava una narrazione la cui apparente, fattuale coerenza è costruita, letteralmente, in cúlo; il che, per il Nostro, dovrebbe essere veramente il colmo. Tante storie e brani biblici hanno poi, in virtù del nomoV , che regge le scienze tradizionali, una funzione di descrizione e classificazione delle tipologie dell'esperienza secondo l'accezione delle aristoteliche "Peri ta zwa istoriai". Accezione, per la quale, ancor oggi, si può parlare di <<storia naturale>> ovvero di una scienza eminentemente descrittiva, la quale, è noto, non molto concede alle divagazioni della fantasia o delle umane cronache. Non si tratta quindi di abolire le apparentiæ reales ma superarne il velo; starà quindi nel grado di trasparenza così ottenuto, la possibilità di penetrare la molteplicità di significati. Molteplicità, che non si estende soltanto dal piano del mondo sensibile a quelli d'ordine superiore ma anche, rimanendo all'interno del primo, bisogna tenere conto di come le virtualità del narrato non siano, in alcun modo, univoche. Qualsiasi avvenimento può risvegliare le nostre superiori e latenti facoltà d'intuizione intellettuale: il nostro compito di uomini, nella visione tradizionale è, infatti, quello di prendere a supporto di meditazione gli eventi narrati dalla storia sacra per vedere oltre essi e, parimenti, oltre i fatti della nostra vita individuale proprio perché la luce può scaturire ovunque. Per arrivare al punto cui è giunto il Barbiero, è stato necessario che, prima, a livello teologico, con la storicizzazione dei fondamenti della fede, si siano portate alle estreme conseguenze alcune possibilità insite nel concetto d'unione ipostatica e questo fino a quando, gli eventi evangelici si sono trasformati in meri fatti storici, cosicché fosse la stessa affermazione d'autenticità a decretarne la verità. Sono state queste le fondamenta sulle quali è potuta sorgere la moderna coscienza storica come è da qui che si giunge, in ambiente rimasto cattolico, ad una visione fortemente sociologica della stessa fede ed ancor più della missione della Chiesa nel mondo.14
 
 

NOTE


 


1 Siamo qui in un ambito di lettura ebraico e, per comprendere quanto voglio dire, è necessario fare alcune premesse: la Thorah (lett. insegnamento; è il Pentateuco) è chiamata anche "T. scritta" per distinguerla da quella "orale". La seconda è però solo un modo d'interpretare la prima; i seguaci quindi della "T. orale" possono farlo

Oppure Ci sono infine i fedeli tout court della "T. scritta" e sono i Samaritani ed i Caraiti mentre, per il passato, apparteneva ad essi il "gruppo" di Qumrân.

Per questi ultimi tre, le possibilità interpretative debbono essere tratte dal testo stesso, in breve, essi non accettano quell'estensione della precettistica, implicita nelle metodologie degli "oralisti". È per questa vaga rassomiglianza formale che ho azzardato una qualche analogia con il modus agendi messo in atto da Barbiero: cfr. infra n. 3.

2 Suppongo sia anche per la formazione dell'Autore che qui appaia abbastanza evidente il riflesso dell'influsso catechistico cattolico; sempre teso, nella sua didattica, a sottolineare, estendendolo oltremisura, il concetto che la rivelazione di Dio fosse stata pienamente storica; avvenuta cioè in questo tempo ed in questo spazio, sicché tali modalità si siano poi, puntualmente, concretizzate nei fatti che sono da considerare la struttura portante delle Scritture.

3 È caratteristico però, a riprova di quanto i modi nei quali trovano applicazione le dottrine tradizionali, talmente corrispondano ad archetipi radicati nel più intimo della costituzione dell'uomo, che, anche chi se ne voglia totalmente distaccare, finisce per agire secondo quegli schemi. Sul piano della prassi, la differenza tra esegesi e ermeneutica è approssimativamente questa: la prima esamina la lettera del testo secondo le regole della lingua e secondo tutti i possibili i riferimenti storici e giuridici, la seconda dovrebbe essere in grado di ricondurre ogni "storia" alla sua verità metastorica indipendentemente dall'autenticità del fatto; anzi, quest'ultima non è per niente necessaria.

4 Gn., Es., Lv., Nm., Dt., Gs., Gdc., 1Sam., 2Sam., Rt., 1Re, 2Re, 1Cr., 2Cr., Esd., Ne., Ger., Sal., ed in un caso anche il NT. con Mt.

5 Nella fattispecie:

Il reale, anche se su piani diversi, comprende entrambe le categorie ed esse hanno molteplici gradi, e interpretativi, e applicativi: la loro non è un'opposizione ma un rapporto.

6 La tecnica dei quattro sensi era riassunta dalla formula: <<littera gesta docet, quid credas allegoria, moralis quid agas, quid speres anagogia>>. Pur con i suoi limiti, caratteristici della visione exoterica (il simbolismo trascende radicalmente l'allegoria) e con i risultati a volte oziosi di un certo procedere, la complessità del problema era all'epoca perfettamente percepita.

7 Ho qui in mente, in maniera particolare, le differenze assolutamente rilevanti tra l'autentica storia delle origini cristiane - sempre celate da barriere pressoché insuperabili - e le verità teologico-mitiche della costruzione teurgica paolina, la cui importanza pel sorgere della civiltà occidentale è fondamentale. Il quadro che va oggi delineandosi, in specie dopo la scoperta del Qumrân, era, a mio parere, già noto all'interno di gruppi ristretti della Cristianità medievale ed è stato forse questo uno dei motivi pei quali, in quest'ambito di civiltà, i contrasti anche sanguinosi che sempre sono esistiti tra esoterismo e exoterismo non trovano, a livello mondiale, per l'intensità che li ha contraddistinti, rispondenza in nessun altro analogo contesto. Per l'analisi di tali tematiche vd. i ns. Efficere Deos e De Verbo Myrifico.

8 Nell'Ebraismo, l'aspetto più profondo della conoscenza, si sviluppa nella Cabala, i cui indirizzi potrebbero essere, sommariamente, polarizzati nei momenti teosofico e teurgico. È volto il primo a sviluppare gli aspetti riguardanti gli stati superiori dell'essere e ad estrapolarne, delineandola, la complessa struttura del cosmo nonché ad esporre il rapporto di questo col Divino. Il secondo prevede un insieme di attività rituali destinate ad agire su questi stessi stati nonché a influenzarne e determinarne la relazione con il mondo dell'uomo come - ad es. - è avvenuto nel caso della "costruzione" paolina citata alla nota precedente. Tali pratiche, compreso l'uso della lingua ebraica (unica lingua sacra ovvero lingua della Rivelazione anche per i Cristiani), non erano estranee all'esoterismo cristiano ma lo sviluppo di quest'argomento porterebbe troppo lontani dal tema.

9 Anche se è scontato, sembra il caso di ricordare come le Scritture non siano fatte solo di storie e ciò che rimane dei testi sacri niente ha però a che vedere con "letteratura" e "poesia", essendo questi generi oggi interpretati nel senso di mere elaborazioni individuali: quindi, quali prodotti ottenuti soltanto da un esteticamente abile ed efficace impiego di fantasia e di sentimento. Questo, ossia il concetto di "belle lettere", è uno dei tanti limiti che, per la degradazione del linguaggio, rendono oggi difficile l'uso della corrente terminologia con riferimento a realtà pre-moderne.

10 Per dare un'idea della complessità dei testi sacri e di tutto quest'ordine di problemi, sulla quale insisto a fronte del riduzionismo metodologico del Barbiero, è evidente come questo titolo regale richiami il nome dei Sumeri; nome a sua volta del tutto confrontabile con il skr. sumera, composto da sú-, corresponding in sense to Gk. eu- e da -meru, name of a fabulous mountain, regarded as the Olympus of Hindû mythology and said to form the central point of Jambu-dvîpa; all the planets revolve round it Ö è, in effetti, la montagna polare, per la quale passa l'asse terrestre ed è espressamente indicata dall'Induismo come la sede della Tradizione Primordiale. È perciò significativo che sumera, sia in skr. proprio il nome dell'Artico, con ciò testimoniando di cosa fu sede quella regione (cfr. B.G. Tilak, The Arctic Home in the Vedas, Poona, 1905); potremmo, infatti, anche tradurre e con maggior precisione, "beata sede iperborea". Un tal nome - nel contesto generale che ho delineato - applicato sia al titolo di un mitico re primordiale, sia ad un antico popolo fa riflettere. L' ebr. shmr [9 / : ], keep, watch, preserve, e l'ar. samara, [z ° Ä ], stay awake, trasmettono un'idea di vigilanza, di conservazione e - di fatto - con shmr, si designa infine la Samaria, per la quale, stante, nel particolare ambito culturale mediorientale, il ruolo storico di assoluto conservatorismo religioso dei Samaritani rispetto al rimanente Ebraismo, resta asseverato per il termine in argomento - andando quindi anche oltre la divisione tra lingue semitiche ed indoeuropee - un ampio significato sottintendente un ruolo primordiale connesso alla custodia di un legato tradizionale.

11 F.Vinci, Omero nel Baltico, Palombi, Roma, 1998; p. 398.

12 Ibidem.

13 Ibid. Tutto questo mi fa fortemente dubitare, non che Barbiero nella sua campagna di scavi trovi qualcosa ma che, trovi la tomba di Mosè come invece egli s'attende.

14 Debbo però rendere atto che, nella sua polemica "qumrânica" con Carsten P. Thiede (Eyewitness to Jesus, ed. it. Testimone oculare di Gesù, Piemme, Casale M., 1996), apparsa all'epoca su l'inserto culturale de Il Sole 24 Ore, Mons. Gianfranco Ravasi, espresse, pur in un contesto strettamente cattolico, posizioni comparabili a quelle qui esposte. Segno evidente che i settori più avvertiti della Chiesa, ben si rendono conto dell'angustia ed al fondo dei rischi connessi con l'atteggiamento tuttora maggioritario. Per completezza, aggiungo che so, come lo stesso Mons. Ravasi abbia anche criticato, alla sua uscita, il libro del Barbiero ma non sono mai riuscito a conoscere i contenuti di tale presa di posizione.
 
 

(BdAB)