EFFICERE DEOS

La forma religiosa come volontà e rappresentazione teurgica

(Bruno d'Ausser Berrau)

 

Nella mentalità attuale, tra i fatti e le idee intercorre un salto di qualità a tutto favore dei primi: dalla parte di questi la realtà, da quella delle altre la vaghezza di tutto quanto attiene alla psiche. Un'entità quest'ultima, che nella società contemporanea, caratterizzata da un fortissimo individualismo, trova sempre più spazio ma il cui status, scientificamente inteso, si riduce a mero accidente della fisiologia; anche lo sviluppo e l'importanza accordata alle discipline che la concernono non deve trarci in inganno su di una loro effettiva autonomia: una cosa è, infatti, lo studio e l'interpretazione dei fenomeni, altra la spiegazione della genesi del loro insieme, riservata questa alle scienze biologiche. Inoltre, al campo del mentale, è oggi ricondotto anche l'intelletto che, appartenendo invece all'universale e non all'ordine individuale come appunto la psiche, era, nella visione tradizionale, posto invece al vertice delle facoltà1.

La tripartizione dunque dell'essere umano - corpo, anima, spirito o intelletto - era poi un riflesso della suddivisione dell'essere totale nei molteplici stati della struttura cosmica, che (concetto da tenere presente per capire le antiche cosmologie) non conteneva soltanto il mondo sensibile in tutta la sua indefinita estensione ma anche parte dei mondi superiori. Per meglio intenderci: da questo punto di vista, le qualità costitutive della fusiV comprendono, sia la manifestazione formale ovvero quella oggetto, in parte, dei nostri sensi ordinari, sia la manifestazione informale2. È bene precisare che la manifestazione formale, s'estende sino alle modalità attinenti la materia subtilis ossia comprende quelli che potremmo chiamare i "prolungamenti"3 del mondo grossolano. Per legge d'analogia, all'intelletto corrisponde invece il non manifestato, vale a dire il platonico dominio delle idee.

Le idee: il senso primo di questo termine (idea), uscendo dall'approssimazione contemporanea, si precisa allora come l'identificativo della specie (eidoV ) unica, intuibile tra una molteplicità di forme. Per questo, è appunto sovraformale o informale che dir si voglia ma il concetto trova piena espressione soltanto al più alto livello ontologico (non manifestato)4, è poi conoscibile pienamente soltanto attraverso l'intelletto e, più esattamente, per mezzo del modus agendi di questa facoltà, che è la cognitio intuitiva. L'intuizione è quindi il rapporto diretto, privo cioè di intermediari che si stabilisce tra l'intelletto ed un oggetto. Altra cosa è invece l'immaginazione, mera espressione della psiche. Questa precisazione è molto importante perché comporta, per l'essenza dell'oggetto di tale cognitio non solo la realtà ma il più alto grado di essa. La natura di quest'oggetto è pertanto informale e ciò vale a distinguerlo dalle fantasie, che sono soltanto elaborazioni delle forme del mondo sensibile. L'intuizione è quindi sovrarazionale ed i suoi frutti costituiscono - come ad es. nella geometria - i postulati stessi di qualsivoglia costruzione logica: in tal senso è sempre stata, presso qualsiasi civiltà, una forma di conoscenza superiore e privilegiata proprio per l'immediata presenza del suo obiettivo, determinando così, nel soggetto pensante, quell'illuminatio cognitiva fondamento e scopo d'ogni gnosi5.

Qui sorge logicamente una domanda; come può l'uomo, attraverso i suoi mezzi, superare se stesso? Non è questo in contraddizione con il carattere, olimpico, divino del dominio in cui penetra? La risposta sta nella natura, diremmo così, proiettiva dell'imago mundi: l'essere, che qui, su questo piano d'esistenza, ci appare come uomo, attraverso la molteplicità degli stati dell'essere, si ricollega, anzi è, nel suo stato ultimo, altra cosa, poiché la sua ragion sufficiente risiede in ciò che proietta o produce tutta la manifestazione. È insomma la differenza tra l'Io ed il Sé, che permette a quest'ultimo di attingere, anzi d'identificarsi col Principio stesso, superando non solo la manifestazione informale ma incentrandosi in quell'iperuranio intorno al quale <<move il sole e l'altre stelle>>6

La distinzione dunque tra "Io" e "Sé" è veramente fondamentale per capire quanto andiamo dicendo e per collocare il mito al suo giusto rango; non a caso, San Paolo afferma nettamente: <<La parola di Dio è viva ed efficace, più tagliente d'ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione7 dell'anima e dello spirito>>8. Da una parte quindi c'è la psiche, con tutto quello che, di transeunte e mutevole, caratterizza l'individualità mentre la quiete non turbata dal vortice fenomenico risiede nell'intelletto. Questa possibilità dell'uomo, inteso nella sua totalità, s'esprime compiutamente - nell'accezione espositiva e didattica - nel discorso puramente metafisico9 ma tale non è il caso del mitologhema che - come abbiamo veduto - appartiene concettualmente al dominio delle idee ma, sostanzialmente, si articola, per necessità narrativa, utilizzando "vesti" appartenenti a tutto l'amplissimo spettro formale del mundus imaginalis10.

Strumento principe della narrazione mitica è il linguaggio simbolico11, che non deve essere in alcun modo confuso con l'immaginazione romanzesca, con la fantasia ed il fantasticare tipici e pressoché esclusivi della moderna letteratura. Il suo, al contrario, è un linguaggio esatto, dove tale qualità deriva proprio dal basarsi su quel rapporto d'analogia intercorrente tra tutti gli ordini di realtà12. Trattasi dunque di una funzione mediatica13 tra questo e gli altri stati dell'essere. A questo punto, s'impone, visto un pressoché unanime fraintendimento in merito, una chiarificazione su cosa debba intendersi per simbolo: l'opinione più diffusa, ne fa un qualcosa di figurativo, un'immagine o un'elaborazione grafica fissata nella storia e resa immutabile. Non che questo sia del tutto falso - ci sono, di fatto, apparenze consolidate - ma il concetto informativo è semplicemente quello, pel quale, qualsivoglia realtà di un certo ordine possa essere rappresentata con una realtà d'ordine diverso14. A tal scopo, quindi, ci si potrà avvalere di un ampio spettro di possibilità: racconti simbolici, parabole, danze, disegni, oggetti ….15

Pur non volendo fare distinzioni assolute, ché, in questa materia, esiste sempre una gradualità di passaggi, ma solo per meglio illustrare la fenomenologia del nostro oggetto, diremmo come, del mito, esistano due grandi formulazioni: la prima è quella, ben nota, delle mitologie e delle narrazioni religiose, che potremmo anche definire istituzionali, l'altra, spesso negletta e sottovalutata è quella del folklore16. È bene, quindi, precisare subito che il folklore è molto di più di una semplice saggezza popolare ma è proprio uno dei modi con i quali avviene la trasmissione dei dati tradizionali17: sotto le sue vesti, apparentemente dimesse, ci perviene un autentico sapere, sia di scienze, sia di dottrine. Inoltre, la concordanza e l'iterazione presso i più diversi popoli e le più lontane collocazioni geografiche fanno sì che appaia evidente come <<le idee metafisiche dell'uomo, siano riducibili a pochi tipi universalmente diffusi>>18. Ad esempio, le storie dell'eroe seguono un modello comune a tutti i popoli19 confermando che <<i grandi miti dell'umanità ci appaiano quasi monotonamente simili nelle loro linee di fondo>>20 e tutto questo perché <<la memoria del popolo conserva … simboli arcaici di natura puramente metafisica>>21. Naturalmente i racconti mitologici "trascinano" e così rivelano, ad un'attenta lettura, anche una serie di spesso sorprendenti fringe news facenti riferimento alla storia - diremmo meglio alla protostoria - ed alla geografia di epoche remote; notizie altrimenti inattingibili secondo gli attuali criteri dell'indagine storiografica22.

<<A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio; a quelli di fuori invece tutto viene esposto in parabole perché guardino ma non vedano, ascoltino, ma non intendano, perché non si convertano e non sia loro perdonato>>23. Mistero e mito hanno entrambi radice in *mu, che ha prodotto sia il lt. mutus, sia il vb. muw, taccio; da questo, significativamente, si è sviluppato muew, inizio ai misteri. È il silenzio, o meglio, è proprio l'inesprimibilità attraverso una forma d'espressione diretta e raziocinante (la via affirmationis)24, che si trova intimamente connessa ai misteri25; essa è un riflesso dell'ineffabile dominio delle idee. Idee alle quali il mito, che, a parer nostro, <<non pare indegno ad omo d'intelletto>>26, permette, attraverso il suo particolare linguaggio, un accesso immediato ed illuminante27. Da tutto quanto detto, risulta palese il motivo pel quale, il pensiero tradizionale vede nei fatti un'incarnazione delle idee e non l'idealizzazione di essi.

Dalle precedenti considerazioni discende una conclusione della massima importanza: la verità più alta racchiusa nel mito è indipendente dalla veridicità o falsità storica di qualsivoglia sacra narrata. Quest'affermazione ci appare oggi di una rilevanza molto più significativa che in passato: da quasi due secoli, gli sviluppi della critica testuale, le indagini storiografiche e le risultanze dell'archeologia hanno messo, infatti, in evidenza, sul piano oggetto di tali studi - pur eliminando gli eccessi di un atteggiamento spesso ostile e preconcetto28 - incongruenze e discordanze anche palesi nei testi sacri. Sicché - persa ormai non solo ogni diversa tecnica d'approccio m'anche venuta meno, in Occidente, qualsiasi corretta disposizione dottrinaria da parte dei rappresentanti istituzionali, chiusi nei limiti di un rigido letteralismo e nell'affermazione della totale storicità delle scritture - la cittadella della tradizione appare serrata da un assedio gravido di esiti infausti e l'intelligenza sembra ormai esclusa da una scelta stretta tra il rigetto e la mera credenza. Fermo questo restando, è anche necessario dire che, il subordine della verità storica, rispetto a superiori livelli di realtà, non contraddice, anzi, implica che la storia, tutta la storia possa essere interpretata come ierostoria ed eventi particolarmente significativi abbiano anche potuto avere, nella realizzazione accidentale, una piena rispondenza con la loro esposizione mitica.

Quando nei Vangeli s'afferma <<ecco….tutto ciò che fu scritto dai profeti riguardo al Figlio dell'uomo si compirà>>29 non è, attraverso citazioni speciose, un abuso dell' interpretazione vetero-testamentaria ma è il preciso modo di allogare in illo tempore la sequela dei fatti narrati. Con le stesse procedure, con le quali le élites hanno "collocato" certi depositi dottrinari nel folklore, analoghe, ristrette comunità, utilizzando differenti e superiori livelli d'intervento, hanno "costruito", partendo da alcuni elementi storici (la cui, difficilmente valutabile, consistenza quantitativa può variare molto da caso a caso), la struttura scritturale e rituale delle forme religiose. Nel Cristianesimo, con questi intenti, un'evidente operazione teurgica è stata compiuta nel passaggio dal primitivo Giudeo-Cristianesimo alla costituzione della <<grande Chiesa>> avvenuta sotto il titolo personale dell'<<apostolo Paolo>>. Personaggio sicuramente storico ma con il quale, dobbiamo immaginare all'opera altre collaborazioni: nei moderni riferimenti al mondo della tarda religiosità greco-romana, si trova con frequenza l'accenno al sincretismo, che sarebbe stato una diffusa caratteristica della vasta koine dell'Impero30 e pertanto, con questo epiteto sviante, sono classificati anche quegli apporti, di diversa provenienza, formanti il Cristianesimo quale oggi conosciamo. Va da sé che l'intento, sotteso alla scelta del vocabolo, sia quello di far apparire l'opera in questione come un esercizio puramente umano, privo cioè di quel contributo intellettuale ovvero iniziatico pel quale entra in gioco il superamento della condizione individuale e l'accesso ad un dominio nettamente olimpico31. Nella precisa fattispecie del Cristianesimo, siamo invece in presenza non dell'arbitraria ed individualmente opportunistica mistione di elementi disparati provenienti da eterogenee confluenze32 tradizionali ma della ponderata sintesi33 di componenti ebraiche, giudeo-cristiane e classiche, per limitarsi ai soli contributi fondamentali.

Quest'opera mitopoietica, non si è conclusa col momento "paolino" del Cristianesimo ma si è consolidata e strutturata con le decisioni prese dal Concilio di Nicea (+ 325)34 ed è poi proseguita per tutto il medioevo, incorporando sia le tradizioni cui esso, successivamente, si è sostituito (soprattutto il Druidismo ma anche la tradizione nordico-germanica), sia quell'insieme di leggende e memorie arcaiche, spesso appartenenti al folklore, il quale <<…costituendo il linguaggio naturale di un popolo che non leggeva la Bibbia, gli servivano da riferimento per pensare il mondo ed il sacro>>35. Determinando così la nascita, all'interno del Cristianesimo, di una vera e propria <<mitologia cristiana>>36 che un'attenta indagine è ancora in grado di rivelare. La successione delle feste e delle ricorrenze mostra una scansione in cicli37, definibili carnevaleschi, di quaranta giorni ognuno, così superando il comune concetto del confinamento di tale periodo al solo tempo precedente la Quaresima: la verifica dei riti, commemorazioni ed agiografie, reggenti queste sacre quarantene, con i modelli celtici e comunque pre-cristiani, mette in luce la conservazione della funzione mitica già da essi posseduta, facendoci comprendere i processi che hanno permesso l'assorbimento della forma politeista col reinserirla, debitamente adattata, nel quadro monoteista cristiano. Quest'opera, proseguita durante l'intera fase della cristianizzazione dei popoli europei, è stata fortemente sminuita ed in larga misura distrutta, dalla riforma del calendario effettuata dal Concilio Vaticano II; attenutosi, nella valutazione delle ricorrenze, ad un criterio di stretto storicismo caratteristico della mentalità attuale.

In tutte queste operazioni non c'è soltanto il volontarismo unito ad una certa abilità associativa; già agli antichi era nota l'arte di efficere deos38, che trovava il suo fondamento dottrinale nei concetti di cognatio e consortium ovvero in ciò che unisce una stessa linea proiettiva39: dio, angelo, demone, uomo, animale, pianta, pietra40. Questo concetto di "simpatia" ha origini poseidoniche41 ovvero atlantidee (essendo Poseidone il Dio d'Atlantide) e perciò stesso torniamo all'Ebraismo che di quel mondo è il principale epigono42 e tali riti gli erano ben noti: <<fare il Nome>> li chiamavano i cabalisti. Un aspetto di quest'ordine di cose è il famoso Golem43. Ma, di Atlantide, è stato anche erede l'Egitto e, da un frammento di Numenius, riportato in modo polemico da Origene44, veniamo a sapere che il dio egizio-ellenistico Serapis (o Serapide, SerapiV ), sarebbe stato creato da un'azione teurgica. La cosa singolare è che nella tradizione rabbinica questo stesso dio è considerato essere il patriarca Giuseppe, divinizzato dagli Egizi. Secondo il Rabbi livornese Elia Benamozeg45, questa identificazione sarebbe giustificata da un'analogia: Serapis è il dio Nilo (è uno dei suoi molti ruoli) - il Nilo celeste - mentre il patriarca Giuseppe è la sephiroth Yessod, il fiume che sgorga dall'Eden. Qui non è chiaro quanto l'autore, così scrivendo, fosse cosciente come, in quest'altissima collocazione del patriarca (storico?), si (ri)velasse un'evidente e ben precisa operazione teurgica: operazione, del resto, del tutto paragonabile a quella che fa della Madre di Gesù una Potenza Celeste46.

Per comprendere la giustificazione metafisica o, in altri termini, la verità e non la "fantasia" di queste creazioni, è necessario rifarsi a quanto detto all'inizio, sia a proposito della differenza tra Io e Sé, sia riguardo allo status dell'uomo inteso nella sua totalità. Nell'intuito divino, la presenza dell'oggetto è inevitabile perché l'oggetto viene ad essere creato dall'intuito stesso; nel contempo, intuito divino ed intuito intellettuale s'identificano47 cosicché ogni operazione (o rito che dir si voglia) teurgica ha, ovviamente, un'esistenza soltanto virtuale prima d'essere messa in atto; analogamente, l'Ente, che le corrisponde, è pura virtualità prima d'essere attualizzato da una "discesa" ontologica proveniente dal Principio ma è proprio con tale procedimento rituale che si determina questa "discesa", facendo sì che esso esca dall'indistinzione originaria per collocarsi al grado che gli compete negli stati molteplici dell'Essere. Ciò non significa che il celebrante agisca sull'intima, principiale natura dell'Ente ma, facendolo passare dalla potenza all'atto, lo determina nella sua imago, la quale, pertanto, verrà ad essere conforme a quanto di esso sarà creduto . È per questo che tale Ente si (rap)presenta, presso la sua comunità di riferimento, nella forma con la quale essa lo crede (imaginatus est) ossia secondo le proprie attitudini e conoscenze ed attraverso i simboli più adatti a realizzare quell'unio sympathetica, che è lo scopo d'ogni religio.

Queste differenze, tra i diversi gradi di realtà, fanno sì che possano apparire imbarazzanti - scendendo di livello ontologico - le ferite dei tanti stigmatizzati: queste, infatti, si sono sempre presentate, conformemente alla consueta iconografia religiosa, sul palmo delle mani mentre, storicamente, è sicura, per i crocefissi, la localizzazione dei chiodi ai polsi48. Naturalmente la Chiesa sorvola, i razionalisti parlano d'isteria se non d'imbroglio e tutti trascurano la realtà più profonda sottesa da ogni manifestazione anche marginale del sacro: viene d'affermare, con Schopenauer: <<il mondo come volontà e rappresentazione>>. Abbiamo visto però come la natura del mito trascenda, nella sua essenza, ogni inquadramento ed etichetta contemporanei, in quanto sempre riconducibili questi o a modelli interpretativi d'ordine psicologico o ad uno dei molti, moderni e limitanti sistemi filosofici.

Note

1 queste considerazioni, come altre nel corso di questo studio, prendono spunto dall'opera di René Guénon. Per tale autore, come per Ananda K. Coomaraswamy ed Henry Corbin, la necessità di puntuali riferimenti in nota avrebbe appesantito eccessivamente la lettura, pertanto, per loro, i richiami saranno minori del dovuto.

2 quest'ultima appartiene all'universale (i sette cieli planetari danteschi, gli Angeli Cælestes) mentre la forma riguarda tutto ciò che è individuale.

3 analogamente, sul piano individuale, queste estensioni sono prolungamenti dell'Io ed è su di essi che, in gradi diversi, si sposta la coscienza nella condizione di sogno, in certi stati liminari e nel post mortem.

4 l'essere puro (non manifestato), infatti, si pone oltre l'esistenza (il manifestato, i.e. il cosmo) con un preciso limes il cui riflesso linguistico è l'ex-stare dell'exsistentia.

5 Sap. 6. 20, 10. 10

6 Par. XXXIII, 145

7 è un altro modo d'esprimere la separazione esistente tra individuale ed universale, tra manifestazione formale e informale, tra le "acque inferiori" e le "acque superiori" del Genesi (1. 6-7). Da queste relazioni deriva anche che, il camminare sulle acque (cfr. Mt. 14. 25, Mc. 6.48, Gv. 6. 19 nonché uno degli attributi di Vishnu: Nârâyana, water-vehicle ) è simbolo del possesso da parte dell'essere in questione di uno stato universale.

8 Ebr. 4.12 ; per la spada come simbolo del LogoV cfr. anche Ap. 2. 12 e 19. 15.

9 una formulazione cristiana del discorso metafisico è quella della cosiddetta teologia negativa (via negationis: praticata da Dionigi l'Areopagita, a Scoto Eriugena, fino a Meister Eckhart e Niccolò da Cusa) incentrata sugli attributi negativi di Dio. Attributi, che sono i più adatti a significare la natura ultima degli stati di non manifestazione e, a maggior ragione, del Principio stesso, poiché, negando l'appartenenza dei predicati al soggetto, lo sciolgono o da un vincolo o da ogni limite e permettono, sia pur imperfettamente, di dare una qualche espressione all'ineffabile (esso è tale per mancanza appunto di predicati) e di pronunciarsi anche intorno a ciò che non ha alcun confine. Di converso, all'aggettivazione positiva (via affermationis) appartiene la descrizione di quell'aspetto del reale che include tutto quanto è pertinente il manifestarsi dell'ontologia ossia l'esistenza.

10 cfr. Aristotele quand'afferma che, in quanto individuo, <<l'uomo non pensa mai senza immagini>>. Per il ruolo del filosofo nelle dottrine relative al mundus imaginalis, particolarmente sviluppate nella corrente degli Ishrâqîyûn iranici, cfr. H. Corbin, En Islam iranien, Gallimard, 1971 (4 tomes): si è qui preferito l'uso del latino per sottolineare la distinzione concettuale esistente con l'immaginazione sinonimo, nel linguaggio ordinario, di mera fantasia.

11 sumbolon dal vb. sumballw, metto insieme, unisco

12 per misurare tutta la differenza che intercorre col pensiero moderno, basti pensare che J. Dewey definisce il simbolo un <<segno arbitrario e convenzionale>> (Logic, intr. IV) ed il Ch. W. Morris ne parla, parimenti, come di <<un segno arbitrario e convenzionale usato in sostituzione di altro riguardo ad un certo comportamento>> (Sign, Language and Behavior, I.8)

13 questo ruolo di medium è stato stravolto dall'eliminazione del concetto di mondo intermediario, avvenuta con la riduttiva polarizzazione del reale, in "spirito" e "materia", compiuta da Cartesio: è a motivo di questo vulnus che sono poi potuti sorgere i sistemi filosofici moderni: cfr. il ns. articolo Janua Inferni in Epistème, n 1.

14 anche qui può sorgere un equivoco, tale da cooptare nel mito anche le moderne allegorie letterarie nelle quali invece il rapporto non è mai tra diversi ordini di realtà ma ci si muove o in ambito storico o sentimentale o quant'altro ma, in ogni caso, sempre all'interno della sola vita ordinaria. Allegoria: per l'etimo, conserva invece la traccia di una passata relazione con l' "altro": allo agoreuein, dire altra cosa; cfr. R. Guénon, Aperçus sur l'Initiation, Paris, Ch. XVII, 1964.

15 naturalmente non c'è alcuna possibilità di una scelta arbitraria ed individuale dei simboli essendo realmente tali solo quelli pei quali non c'è la possibilità d'assegnare loro un autore. Esemplificando e per capire: anche i simboli "storicamente" cristiani non sono databili, sono, infatti, presenti ab immemorabili in altre tradizioni e soltanto le loro interpretazioni più contingenti possono, apparentemente, limitarne la portata universale. Altra relazione importante dei simboli è quella con i riti, stante la portata simbolica d'ogni atto di questi.

16 fairy tales, canti, balli, giochi, medicina…

17 il popolo aveva (oggi è difficile dire quale classe abbia queste caratteristiche) per la sua "plasticità" questa capacità di ricevere, predisposto nei modi appropriati, un qualsiasi "deposito"; va da sé che la conduzione, in tempi emergenziali, di tali operazioni di "consegna", era uno dei compiti dell'élite.

18 F. Boas, The Mind of Primitive Man, New York, 1938.

19 Lord Raglan, The Hero, London, 1936. Per questi temi: A. K. Coomaraswamy, The Primitive Mentality, in Quarterly Journal of the Mythic Society, XX, 1940.

20 D. C. Holtom, The National Faith of Japan, London, 1938. A tal proposito, sono invero sorprendenti i riscontri reperibili nel libro base dello Shinto, il Ko-Gi-Ki di Yasamuro, tr. it. di Mario Marega, Laterza, Bari, 1938.

21 M. Eliade, in Zalmoxis, II, 1939.

22 per quest'ordine di ricerche cfr. F. Vinci, Omero nel Baltico, F.lli Palombi, Roma, 1998, ed i ns. La Scandinavia e l'Africa, Centro Studi La Runa, Chiavari, 1999, Helgoland in Algiza, n. 14, 2000. Nell'articolo di Coomaraswamy (cfr. supra, n. 14), è riportato che, le "rupi erranti", identificate nel precitato studio del Vinci come icebergs, oltre che nell'Odissea, si ritrovano in leggende eschimesi e navajo.

23 Mc. 4. 11 ma anche Mt. 13. 13, Lc. 8. 10; <<quelli di fuori>> sono chiaramente "i profani" in senso iniziatico e queste parole smentiscono, con certezza, chi oggi nega l'esistenza, nel Cristianesimo, di una dottrina segreta implicante un esoterismo che, ovviamente, ebbe a comportare un superamento della lettera dei Vangeli.

24 l'intuizione intellettuale non è irrazionale come può esserlo quella intesa dal linguaggio ordinario e la via negationis non è l'ateismo come sembrano credere, smentendo la loro stessa storia teologica, certe frange confessionali contemporanee.

25 la conferma, del carattere iniziatico e quindi della natura di vie di realizzazione spirituale proprie agli antichi mestieri ed alle relative organizzazioni, risulta evidente dalla constatazione che la parola che anche oggi li designa venga direttamente da musthrion, mistero; rif. a R. Guénon, op. cit. supra, n. 14.

26 Inf. 2. 19

27 cfr. supra, n. 6.

28 è nettamente percepibile come dietro l'apparenza dell'oggettività scientifica ma a volte, paradossalmente, anche dietro la maschera dell'ortodossia fondamentalista, si celino intenzioni nettamente antitradizionali e dissacratorie.

29 Lc. 18. 31

30 si deve comunque riconoscere che, a livello di massa, ci furono, all'epoca, sicuramente molti fenomeni di culti così classificabili.

31 cfr. supra, p. 1, 3°§.

32 un esempio contemporaneo di queste insensate giustapposizioni sono le composite teorie della corrente New Age, le quali non sempre si limitano a questo piano astratto ma spesso cercano di convincere ad esotiche pratiche rituali, col rischio, per chi vi aderisse, di entrare in campi d'influenza psichica disarmonica rispetto all'ambiente ed alla formazione dello sperimentatore, con il rischio di uno choc mentale ed un conseguente squilibrio difficilmente rimediabile.

33 l'uso del vocabolo è dettato proprio dalla volontà di distinguere tra l'abbinamento di elementi eterogenei (sincretismo) e quello che invece avviene tra forme similari di tradizioni differenti, dove la fungibilità è resa possibile dall'intima, stessa natura delle due cose, tale a dispetto della diversità del contesto esteriore. Un esempio tra i tanti possibili: l'angelologia delle religioni monoteiste e gli Dèi déi cosiddetti politeismi

34 in quell'occasione, si procedette ad un'ulteriore differenziazione dall'Ebraismo stabilendo una diversa collocazione della Pasqua: invece che al primo giorno di luna piena dopo l'equinozio di primavera (14 Nizan), fu scelta la prima domenica successiva. Altra importante operazione di teurgia sul lungo periodo è stata l'instaurazione dei sacramenti, che furono prima concettualizzati dallo Pseudo-Dionigi ma soltanto nel XII sec. pervennero ad una definitiva fissazione e determinazione teologica.

35 Philippe Walter, Mitologie Chretienne, Éd. Entente, 1992, p. 10.

36 ibidem

37 Claude Gaignebert, Le Carnaval, Paris, 1974.

38 vd. Charles Mopsik, Les grands textes de la Cabale, Paris, 1993

39 cfr. supra, p. 1, 4°§

40 analogamente nella Cabala, questo dà luogo ad un'antologia della rassomiglianza, che è definita catena delle somiglianze, chalchélet ha-demout.

41 cfr. K. Reinhardt, Kosmos u. Sympathie, p.50 ss., 105 n. 1, 111-121 et passim.

42 quest'affermazione necessiterebbe di ulteriori spiegazioni, esulanti però la portata del presente lavoro, basti qui l'accenno alla tradizione caldaia matrice di esso (la Ur di Abramo); civiltà che, cronologicamente, precede quella egizia: vd. Place de la tradition atlantéenne dans le Manvantara, in R. Guénon, Formes traditionnelles et cycles cosmiques, Paris, 1970.

43 Moshe Idel, Le Golem, Paris, 1992.

44 Contra Celsum, Sources Chrétiennes, Paris, 1973, p. 147 ; sempre per quest'ordine di problemi vd. anche Asclepius (§ 23, § 37-38), Corpus Hermeticum (t. II), Paris, 1983.

45 Le Pentateuque, Em la-Miqra, Livourne, 1862, p. 165 a.

46 cfr. l'incommensurabilità tra gli attributi della Vergine elencati nelle litanie lauretane, la sua collocazione dogmatica ed i riscontri non tanto storici, quanto propriamente evangelici del personaggio.

47 Lc. 17. 21, Mt. 16. 19, Gv. 20. 23, Mt. 18. 18.

48 cfr. anche la Sindone

- - - - -

[Una presentazione dell'autore si trova nel numero 1 di Episteme]

E-mail: ausserberrau@hotmail.com