PRESENTAZIONE DEL VOLUME

The same fate once befell at Babel...

Siamo ovviamente lieti che un fascicolo di Episteme - speriamo ricco e interessante come i precedenti - sia nuovamente puntuale all'appuntamento con i lettori, nonostante le molteplici difficoltà, non soltanto d'ordine materiale, che hanno costellato la nostra più recente attività. In relazione a queste ultime, ci è sembrato stavolta conveniente dedicare il presente spazio, piuttosto che alla consueta "presentazione" (del resto, il volume parla benissimo da sé...), a una sorta di "manifesto" della rivista, ispirato dal timore che possa essersi generato uno spiacevole equivoco. In effetti, se è vero che la linea della rivista è alquanto critica della condizione attuale della ricerca scientifica e storiografica - nella sopravvenuta consapevolezza (illustrata brillantemente da Theo Theocharis nell'ampio saggio contenuto in questo medesimo numero) che a un certo punto del suo (breve) itinerario storico science has gone wrong - è anche vero che dalla persuasione dell'esistenza di una siffatta "degenerazione"1 non siamo mai stati indotti al rifiuto totale del metodo scientifico, della "ragione", di per sé: persuasi, al contrario, che è stato soltanto con l'irruzione della razionalità sulla scena della storia che si è aperta una via di fuga e di libertà per l'essere umano, fino allora sempre succube del sistema delle "superstizioni organizzate", e dei gruppi di presunti "iniziati" che alcune innate credulità e paure hanno perennemente eletto a fondamento di controllo e dominio sui comuni "profani" (appena compensati dalla funzione consolatoria delle religioni "strutturate"). Tale duplice convinzione era del resto all'origine stessa del "progetto Episteme", con cui ci si prefiggeva di risvegliare delle "coscienze" apparentemente anestetizzate dall'imperante conformismo, di illustrare la possibilità (e la necessità) di un ritorno a una scienza e una storia razionali2, indipendentemente dai condizionamenti del "potere" - ai nostri giorni, dall'omologazione all'ideologia globalizzatrice della demo-cultura - ma il rischio che ci è parso ingigantirsi nel corso del cammino è che il descritto proposito sia stato frainteso, e la nostra fatica apprezzata per lo più (?!) da persone convinte della generale inaffidabilità, o incompletezza, del "metodo" anzidetto3, che porterebbe a trascurare (quanto allora in "cattiva fede", e/o al servizio di inconfessabili finalità?) amplissimi, e forse essenziali, settori della "realtà": angeli e demoni, fate e folletti, dischi volanti e contatti con alieni, messaggi da decifrare celati nella pietra da fantastiche superevolute civiltà del passato, etc.. Insomma, stiamo parlando di tutte le leggende sul "paranormale" e il "soprannaturale"; della pseudofisica con le sue strabilianti affermazioni4; della fantastoria che infesta best-sellers e trasmissioni televisive, nelle quali il successo è maggiormente garantito dalla (spesso strampalata) sensazionalità delle "teorie" proposte, che non dalla loro fondatezza, dai loro possibili riscontri5; e così via, ci si è di sicuro ben compresi.

Poiché deludere spiace sempre, comunque, ecco che non si può allora non manifestare il rammarico per aver disatteso talune "aspettative", che pure avrebbero potuto essere evitate tenendo conto che Episteme non ha mai nascosto di avere come proprio saldo punto di riferimento il pensiero, e il metodo, cartesiani, il miglior elogio nei confronti dei quali è proprio quello espresso da uno dei principali "avversari" di Cartesio, vale a dire Voltaire. Infatti, nel mentre questi descriveva l'opera del filosofo a cui si deve l'introduzione del dubbio metodico (e non del dubbio sistematico degli "scettici" e dei "relativisti", come fraintendono alcuni) con parole del tipo: "Non nego che tutte le opere di Descartes brulichino di errori [] la sua filosofia divenne solo un romanzo ingegnoso, e tutt'al più verosimile per gli ignoranti", non poté astenersi dall'ammettere che egli: "distrusse le assurde chimere con cui da duemila anni si riempivano le idee dei giovani; insegnò agli uomini del suo tempo a ragionare e a servirsi contro di lui delle sue stesse armi. Se non ha pagato in moneta buona, è molto che abbia screditato la cattiva" (dalle cosiddette Lettere inglesi, scritte tra il 1727 e il 1733; Ed. Boringhieri, Torino, 1958).

Si replicherà naturalmente che anche certi articoli finora presentati su Episteme non sfuggono ai precedenti rilievi, e che piuttosto che fare critica si dovrebbe fare auto-critica: può darsi, ma è ovvio che su determinate "scelte" si è riflettuto, e a lungo, e tutto ciò che abbiamo proposto (o rifiutato!) è stato attentamente vagliato alla luce dell'interrogativo fondamentale: "A chi o a che cosa potrebbe essere utile questa pubblicazione?". Tra le sterili angustie dell'ortodossia contemporanea, e le ciance stile "New Age", il materiale apparso (o citato) su Episteme ci è sembrato in ogni caso portare elementi a favore di quella terza posizione su cui siamo costretti, da onestà intellettuale e dovere morale, ad attestarci. Del resto, bisogna riconoscere che ci si trova qui dinnanzi a una vera e propria antinomia della "ragione pratica", tra l'esigenza di favorire un dibattito assolutamente libero (in questo volume viene per esempio dato ampio spazio perfino a una critica del dualismo cartesiano secondo il punto di vista "tradizionale"), l'espressione di tutti i tipi di dubbio (si veda la riflessione di Pietro Abelardo prescelta come "motto" per il primo numero della rivista), e quella di non dimenticare che la nostra mèta resta costante: la ricerca di frammenti di verità. E la verità, per riecheggiare Aristotele, non può non "costringere", opporsi cioè alla libertà incondizionata, rimanendo nella sua essenza al di fuori delle possibilità di manipolazione di potenze terrene, di umani "interessi": non è forse inutile rammentare le parole, dal valore eterno, pronunciate da Galileo al riguardo: " [...] non è comunque in potere di alcuna creatura farle essere vere o false, diversamente da quello che sono per natura e di fatto. Perciò sembra che la decisione più saggia sia quella di assicurarsi prima della necessaria e immutabile verità del fatto, sulla quale nessuno ha la possibilità di intervenire [...]" (dalla lettera a Cristina di Lorena già citata nella Nota N. 3).

Per esprimere altrimenti il nostro pensiero, le "difficoltà" d'ordine pratico e teoretico che abbiamo dovuto fronteggiare, non saremmo persuasi di rendere un servizio a chicchessia, se Episteme non diventasse altro che un ulteriore strumento con cui si accresce la Babele culturale che ci circonda (solo parziale, peraltro, dal momento che di certi "punti fermi", componenti uno Zeitgeist che viene difeso anche con la forza, non appare assolutamente lecito dubitare), si contribuisce ad aumentare quel rumore di fondo che alla fine non può che costituire un "bianco" quasi totale, in cui risaltano appunto solamente alcune "frequenze" privilegiate (e non da un criterio di "verità"). Il nostro (per continuare a usare un plurale, che rischia di trasformarsi assai presto in un triste singolare) proposito è ben chiaro, ma la sua attuazione pratica, ahimé, assai meno. Primo, perché non sembra essere di grande aiuto in questo particolare frangente l'altrimenti pregevolissimo criterio delle intenzioni dell'autore: se numerosi sono infatti i profittatori, i mestatori di professione (coloro i quali, più che alla coscienza, rispondono ai "committenti", e alle prospettive di vantaggi immediati), gli accademici che per finalità di "carriera" si limitano a seguire passivamente la moda imposta al/dall'ambiente, molti sono pure gli "ingenui", che cadono in assoluto candore in certe "trappole" intellettuali. Secondo, perché accade che diversi contributi provenienti da persone non-integrate, ancorché criticabili talora dal punto di vista del metodo, della "logica", o del "rigore", siano a volte maggiormente interessanti, e "vicini" al vero, dei corrispondenti "professionali", per i quali sovente, purtroppo, il citato rigore non è diventato ormai niente più che un involucro vuoto. Esprime bene tale contrasto Jacopo Fo (nel suo saggio sulle piramidi di cui ci occuperemo in Episteme N. 5 - vedi la pagina finale di presentazione del prossimo numero): " [] si capisce perché gli accademici temono di essere confusi [con tali persone] [] Cercano di cogliere in fallo gli accademici [detti altrove dall'autore: "parrucconi"] e poi sfruttano lo sbilanciamento mentale (dovuto alla forza delle loro scoperte) per trascinare l'ascoltatore su per un sentiero che abbandona ogni prova logica".

Speriamo di riuscire ad andare avanti sulla via che ci appare in questo momento come unica percorribile, senza tentennamenti e senza commettere troppo gravi "errori", anche se non bisogna dimenticare che l'esito quasi scontato di talune imprese sembra proprio la solitudine, condizione esistenziale che rimanda ancora una volta a Cartesio. Una "terza posizione" forse "disperata" quella che così proponiamo, ma "A che serve vivere, se non c'è il coraggio di lottare?" (parole del giornalista Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia nel 1984, utilizzate come "motto" dell'interessante e-zine: Catena di SanLibero, prodotta da Riccardo Orioles, ricc@libero.it).

1 Tra l'altro, una "deviazione" che serve precise finalità socio-politiche, un progetto mondialista di globalizzazione, tendente a ridurre il singolo individuo a elemento di un "gregge", o - come sembrerebbe più appropriato dire, con riferimento alla leadership mondiale statunitense - di una "mandria"? Ne riparleremo nel prossimo numero, in relazione all'inquietante opera di Maurizio Blondet, Gli "Adelphi" della Dissoluzione - Strategie culturali del potere iniziatico. L'ineludibile perplessità è che la "scienza" possa essere stata utilizzata a guisa di strumento d'eversione soltanto finché è "servita", mentre raggiunti determinati scopi il "nuovo potere" ha avuto tutto l'interesse a disinnescarne la carica eternamente "rivoluzionaria", instaurando una "nuova ortodossia", e una "nuova inquisizione", stavolta di tipo politico-ideologico e non più religioso, che guidano la caccia ai "nuovi eretici"...

2 E qui v'ha luogo per una precisazione che non può essere omessa nel presente contesto: quando si parla per esempio di una fisica "irrazionale", non si vuole alludere ovviamente a contraddizioni logiche interne nelle teorie correnti, la cui ricerca è tanto cara ai numerosi "fisici" che si dilettano di coltivare obiezioni del tutto controproducenti per la stessa causa che vorrebbero servire, quanto piuttosto a un'oggettiva designazione di "sistemi" che non riconoscono il ruolo fondante delle nozioni comuni di spazio, tempo e causalità, espressioni di quella forma di razionalità "naturale", la quale, se si dovesse distinguere da altre pretese forme di razionalità, potrebbe altrimenti dirsi ordinaria.

3 Non sarà sfuggita al lettore maggiormente esperto in questioni epistemologiche la somiglianza di alcune delle nostre asserzioni ad analoghe altre di Feyerabend, seppure non condividiamo la sua conclusione fondamentale che quella scientifica sia una cultura "come tutte le altre": il guaio oggi non è tanto che la "scienza" si sia troppo sviluppata fino a diventare oppressiva, come pensano molti (in parte, come dicevamo, poggiandosi su considerazioni fondate), quanto viceversa che non si sia sviluppata a sufficienza, insieme all'etica che, almeno nelle dichiarazioni pubbliche, avrebbe dovuto accompagnarsi ad essa - ad evitare le tentazioni dell'uso improprio della conoscenza a fini di "potere", e quindi di "tirannide" (anche se, a ben vedere, già Francesco Bacone, uno dei "padri fondatori" del movimento in questione, constatava, e forse non del tutto "innocentemente", che: "Neque enim agitur solum foelicitas contemplativa, sed vere res humanae et fortunae, atque omnis operum potentia [..] Itaque intentiones geminae illae, humanae scilicet Scientiae et Potentiae, vere in idem coincidunt" - nella sezione "Distributio Operis" del Novum Organum, 1620). Feyerabend è noto in particolare per un'opera in cui contesta l'esistenza di un "metodo" scientifico, ma quando ci riferiamo qui a questo concetto vogliamo semplicemente rifarci per esempio alle seguenti parole di Galileo, che si ispirano al puro e semplice "buon senso" (e coprono "intuitivamente" sia il campo dei giudizi sintetici a posteriori - esperienze - sia quello dei giudizi analitici a priori - logica consequenziale - né escludono il possibile ruolo di giudizi sintetici a priori nell'edificazione di ogni "sistema del mondo"): "pare che quello degli effetti naturali che o la sensata esperienza ci pone dinanzi a gli occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludono, non debba in conto alcuno esser revocato in dubbio" (da una famosa lettera a Cristina di Lorena, 1615). Per ciò che concerne le valutazioni di Feyerabend riguardanti piuttosto la "sociologia della scienza" (contemporanea), riportiamo alcune righe da un mail del già citato Theocharis: "<<I can say from observation of university research policies, extraordinary emphasis is placed on following the funding streams for research projects. Pragmatically it means that to get funded, the researcher must describe the project in terms of the funding opportunity. It is a deformity of the notion of politically neutral science>> [Stephen Miles Sacks]. Having discovered in the 1970s the enormous waste (of time and resources - and public funds!) in the Closed Systems of academic research, I asked myself the very same questions. In the present Closed System, the researchers collectively are accountable only to themselves, and thus in effect have a licence to burn (not their own but public) money. Worse, this Closed System best suits the mediocrities whose real expertise, as indicated by Feyerabend, lies in spin, subterfuge, theatrics, mendacity, deceit, and power-grabbing; whereas the decent and honest researchers in this Closed System who dare to point out the improprieties (whistle-blowers, dissidents) are invariable marginalised, silenced, or penalised in other worse ways".

4 Di solito tanto più stupefacenti quanto meno verificabili nei fatti. Buffo a tale proposito osservare anche come certe "linee di ricerca" siano dall'establishment scarsamente osteggiate, se non addirittura favorite, rispetto ad altre, secondo quanto osserva acutamente il fisico Caroline H. Thompson (comunicazione privata, c.h.thompson@pgen.net, http://www.aber.ac.uk/~cat/): "It is clear that the various establishments tolerate and even sponsor and promote the harmless and unthreatening groups of "dissidents". This is very true! A dissident group that publishes obvious nonsense is to be encouraged as it shows up the relative sanity of the establishment. This shows in the publication of papers on my own pet subject, the Bell test experiments. If you propose some explanation depending on absurd communication, maybe even backwards in time, between your two particles, you have much more chance of publication in PRL or PRA than I have. It has got to the point at which I found myself judging a new contact unlikely to be of interest to me on the basis of the fact that he HAD managed to get a paper published in PRA!"

5 Si potrebbe aggiungere che la "buona fede" di certo tipo di attività culturali è dimostrata dal ricorso costante alla strategia della fuga di fronte a specifiche obiezioni, a sollecitazioni di chiarimento. Esemplare è il caso di una recente trasmissione di Rai 3 (Turisti per caso), nel corso della quale sono state fatte numerose affermazioni sensazionali sulla "questione colombiana", ma i cui responsabili non hanno mai risposto a richieste scritte di precisazioni (i particolari potranno essere portati a conoscenza degli interessati che vorranno contattarci).

(UB)