A proposito del Vexillum Templi, e altra simbolica templare...

(Sante Anfiboli)

 

Non nobis Domine, non nobis,

sed Nomini Tuo da gloriam

 

Avendo letto con interesse nei numeri 4 e 5 di Episteme gli articoli di Franco Baldini su <<Semantiche mito-ermetiche in alcuni quadri di Guercino e Poussin>>, penso potrebbe interessare i lettori della vostra rivista un'integrazione di quelle argomentazioni con analoghe osservazioni di natura alchemico sul significato esoterico della simbolica templare.

Si sa infatti che lo stendardo templare - il famoso e misterioso gonfanon baussant - venne descritto da Mathieu Paris nel 1254 come "d'argent au chef de sable". Era dunque bianco e nero, ma in che modo? Su questo punto c'è molta confusione: qualcuno ha addirittura avanzato - per analogia con il pavimento del tempio massonico - che esso fosse una specie di scacchiera.

Eccone dunque un'immagine tratta da una miniatura medievale (1245), che fugherà qualunque incertezza.

 

Si vede con chiarezza che esso è - almeno in qualche versione - molto semplicemente bipartito, con il riquadro nero che sovrasta quello bianco il quale - a sua volta - è grande il doppio del primo. Ci si domanderà ora se - in una figura di tale semplicità - possa essere contenuto un qualche significato esoterico e, nel caso, quale esso sia.

A un simile quesito ognuno risponderà secondo le proprie propensioni e conoscenze. Tuttavia, per un iniziato, non vi è dubbio alcuno. Il significato esoterico c'è ed è pure di gran valore, e con esso c'è la prova che l'alchimia non era affatto trascurata nelle commanderies templari.

Infatti nell'Opera alchemica il mercurio (bianco) deve appunto essere il doppio in peso del solfo: questo nel baussant è chiaramente indicato. Inoltre, alla fine della Prima Opera il solfo -completamente annerito (caput mortuum, scorie) - sovrasta il mercurio, esattamente come nel baussant, che si rivela così una sintetica rappresentazione figurata della Prima Opera.

Ciò è confermato chiaramente dal nome stesso che i Templari davano al loro vessillo. Di fronte al termine baussant chi conosce la cabala fonetica, la lingua degli uccelli, non può non scoppiare a ridere, incantato dalla sottile concettualizzazione che esso esprime e che contrasta assai argutamente con la volgarità da caserma tramite la quale è espressa. Ma, dopotutto, i Templari non erano anche milites, soldati?

Beau séant, il belsedente: eufemismo buffonesco che non riesce affatto ad alleviare la volgarità del riferimento anatomico! Ebbene sì, il belsedente è un modo per riferirsi al sedere, al didietro, al posteriore, in termini volgari al culo. Beau séant è infatti anche beau chiant, il belcagante.

Siamo costretti ad ammettere che andare in battaglia inalberando fieramente una tale insegna, da difendere ad ogni costo e sotto la quale combattere e morire, sembra proprio l'azione di una congrega di folli.

E allora? Vogliamo concluderne che gli inquisitori avevano visto giusto sospettando rituali blasfemi e pratiche perverse, ruotanti intorno a questa parte del corpo che il galateo vuole si menzioni solo con la più grande delicatezza? Niente di tutto ciò: il significato di questo riferimento volgare è del più alto interesse esoterico.

Torniamo ora al risultato della Prima Opera alchemica, così come è efficacemente schematizzato dallo stendardo stesso. Esso è costituito da una parte nera che sta sopra, che siede su una parte bianca, questo ci da già una prima indicazione. La parte nera era detta caput mortuum, o più comunemente foeces, feci, perché la si considerava come un escremento del mercurio filosofico. Ora foeces, in francese fèces, gioca cabalisticamente con fesses, natiche. Come abbiamo sottolineato, proprio questo prodotto apparentemente di scarto è la materia da cui l'alchimista estrae l'oro filosofico. È quanto si può vedere scolpito in un motivo - segnalato da Eugène Canseliet - che orna la facciata del palazzo Kaiserworth a Goslar, in Prussia.

 

Vi si vede un povero essere deforme e sgraziato che espelle faticosamente dalle fesses, dalle natiche, nientemeno che un ducato d'oro. Così gli alchimisti esprimevano - simbolicamente ma molto precisamente - che l'oro filosofico proviene dalle foeces.

Dobbiamo proprio cominciare ad ammettere che - dopotutto - l'appellativo di belsedente o belcagante, riferito al quadrante nero assiso su quello bianco, non manca affatto di pertinenza esoterica.

Ma vi è un'altra ragione - altrettanto importante - per questa bizzarra denominazione. Occorre qui riflettere sull'importanza del posteriore per un cavaliere che passa le giornate pattugliando le vie di comunicazione. Dalle condizioni del suo belsedente dipende tutta la sua possibilità di stare in sella. È noto come nel corpo militare di cavalleria la cosa più temuta fossero le vesciche al sedere. Ora, il conforto del belsedente è una buona sella, una sella che ne assecondi la conformazione, che ne porti in qualche modo l'impronta. L'idea che i milites templi si facevano del baussant era proprio quella di un sedere poggiato su una sella che ne riproduceva la conformazione. In effetti, l'interfaccia tra le foeces e il mercurio filosofico sottostante presenta una configurazione assai particolare, una specie di impronta stellata comune alle due parti, come il positivo e il negativo, quale si può vedere nella seguente fotografia, che mostra proprio l'impronta lasciata dal belsedente sul mercurio.

 

Si tratta della medesima concezione espressa nel quadro di Lorenzo Lotto comunemente noto come Amore che incorona un teschio, segnalato da Baldini nel primo degli articoli sopra citati [Episteme, N. 4, pp. 123-125; nel volume si trova anche una riproduzione del dipinto in oggetto], da cui riprendiamo il seguente brano.

> [In esso si vede] un teschio in posizione [stranamente!] orizzontale, mollemente adagiato su un cuscino sul quale lascia - esattamente come farebbe il capo di un qualunque dormiente - un'ampia impronta stellata: sopra di esso un putto dall'espressione tra il pensoso e l'ammiccante sostiene una corona d'alloro. Il contrasto è particolarmente forte e tale da far riflettere: perché l'alloro - albero sacro ad Apollo e simbolo notorio di immortalità, come d'altra parte tutte le piante che rimangono verdi in inverno - è imposto al teschio, che è invece il rappresentante per eccellenza del suo contrario, ossia la morte? E perché questa strana postura da vivente del teschio sul cuscino? Aggiungiamo che quest'ultimo, a causa dell'assenza della mascella e della strana posizione, sembra sorriderci beffardamente. [ ] A nostro avviso [...] Lotto, con tutta la genialità del grande artista [iniziato!], adagia il cranio orizzontalmente sul cuscino, [proprio per suggerire] l'impronta che vi lascerebbe la testa [appunto caput mortuum] di un qualunque dormiente: che essa abbia una forma visibilmente stellata conferma - secondo noi in modo inequivocabile - quanto abbiamo detto. Ma la composizione ci dice ancora qualcos'altro, ossia che la materia simboleggiata dal cranio non è morta come sembra bensì dorme, e ciò è rafforzato dall'alloro dell'immortalità con cui il putto - in questa accezione simbolo dello spiritus mundi - si prepara a incoronarlo.

Ciò significa precisamente che le foeces o caput mortuum risorgeranno - o si risveglieranno - nel corpo glorioso dell'oro filosofico. Si tratta dello stesso concetto espresso - assai più sinteticamente - nel baussant del Templari. Esso era detto così, belsedente, proprio come il teschio del Lotto potrebbe essere denominato beldormiente.

I Templari andando in battaglia inalberavano dunque fieramente l'insegna del loro rango iniziatico, che poteva essere compreso da chi - nelle file avversarie - possedeva lo stesso genere di conoscenze.

Ancora, il baussant nella cabala fonetica è anche il baisant, il baciante o copulante (baiser in francese gergale vale anche "scopare"), allusione precisa al fatto che la Prima Opera è detta anche coniunctio sive coitus, e che al termine di essa il mercurio filosofico - dopo avervi copulato - bacia le natiche, le fesses, le foeces del solfo che sta seduto su di lui, proprio come fa una sella con il posteriore di chi vi è seduto. Ed è in tal modo che un innocente seppur rude calembour sapienziale di iniziati-soldati ha finito per alimentare quelle imputazioni di sodomia e baci sul posteriore che concorsero a perderli, stante l'ignoranza e il fanatismo di coloro che - in ogni epoca - non trovano di meglio che disprezzare, umiliare e distruggere ciò che non è loro concesso comprendere.

Passiamo adesso a qualche considerazione sul Sigillum Templi, il più noto - e meno compreso - dei simboli templari. In esso si vedono due cavalieri che stranamente montano lo stesso cavallo, il quale tenta di impennarsi ma non vi riesce a causa dell'eccessivo peso che sostiene.

Chiunque capisce quanto sia ridicola la spiegazione che ne viene data comunemente, secondo la quale si tratta di un'allusione alla povertà dei cavalieri, talmente grande da non permettere loro che un cavallo in due. Sappiamo bene che i Templari erano anche più poveri di così, in effetti era fatto loro esplicito divieto di possedere alcunché, semmai dunque nemmeno un cavallo in due. Tuttavia l'Ordine era ricco e - anche se non lo fosse stato - in nessun caso avrebbe mai permesso una simile, ridicola condizione di combattimento.

La prima cosa che vi è da considerare è che noi ritroviamo qui lo stesso rapporto di uno a due che abbiamo già visto nel baussant. Tuttavia, la posizione è, rispetto a prima, rovesciata. Qui l'uno (solfo) sta sotto e il due (mercurio) sopra.

Alchemicamente, si tratta di un riferimento molto preciso alla situazione operativa della Seconda Opera. In essa si tratta di ricongiungere i due attori minerali e metallici nelle stesse proporzioni di peso della Prima. Tuttavia è assolutamente necessario che il solfo venga mantenuto in basso, sul fondo del crogiolo, e che questa volta sia il mercurio a sovrastarlo, cosa nient'affatto semplice, perché il mercurio è più pesante del solfo e tenderà fatalmente a scendere - come è attestato dal Cosmopolita nel suo Novum lumen chemicum (Trattato del sale, cap. VI).

E non bisogna dubitare del fatto che questa proprietà naturale abbia causato molti problemi a qualche Filosofo, come ne abbiamo un considerevole esempio nell'autore dell'Arca aperta, il quale ci racconta quel che in proposito successe al suo maestro, cioè nella sua prima operazione, con la quale inizialmente, per qualunque mezzo o ingegnosità vi portasse, non poté fare in modo che i Solfi si mescolassero assieme e si congiungessero, perché il Sole galleggiava sempre al disopra della Luna.

Infatti, occorre qui necessariamente conoscere un artificio operativo tale da realizzare questa condicio sine qua non. Con il loro strano sigillo i Templari dichiaravano dunque con orgoglio di conoscere perfettamente la soluzione, di detenere la chiave essenziale della Seconda Opera. Infatti il cavallo (solfo) tenta disperatamente di impennarsi disarcionando i cavalieri ma non vi riesce e questi rimangono saldi in sella.

Chiudiamo con una brevissima osservazione relativa alla Crux Templi, la croce templare di cui vediamo un esempio nel seguente sigillo di frate Bernard de Montlor (1248).

È importante sottolineare che la croce de gueules attribuita all'Ordine da papa Eugenio III verso il 1145, non è sempre stata patente. Infatti - come si vede nell'immagine - la caratteristica principale della croce originale è senza dubbio l'eguale lunghezza delle sue braccia.

Ora, la croce con le braccia di egual lunghezza, oltre al suo usuale significato religioso, ne ha sempre posseduto anche un altro. Essa era il simbolo alchemico del crogiolo, a causa della derivazione di questa parola dal latino crucibulum.

Così i Templari esibivano contemporaneamente in un solo segno tanto la loro qualifica essoterica - cioè quella di essere monaci cristiani - quanto quella esoterica, di filosofi per mezzo del fuoco.

 

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[L'autore, che preferisce mantenere riservatezza sulla propria persona, invia ad Episteme anche il "racconto iniziatico" che viene pubblicato altrove in questo stesso numero]