Il Mistero del Vino di Cana

(Lino Lista)


  Venuto a mancare il vino la madre di Gesù gli disse:
"Non hanno più vino".
Gesù le disse: "Quid mihi et tibi, mulier? L'ora mia non è ancora venuta" (GV, 2,3-4).
 
 
Premessa

<<Quid mihi et tibi, mulier?>>. Alla lettera si è tradotto: <<Che cosa a me e a te, o donna?>>. Talvolta, mancando un verbo a rendere il significato del tutto chiaro, si trova aggiunta una parentesi con nota d'autore esplicativa: <<Che cosa (importa) a me e a te, o donna?>>. In un'altra versione, più aderente al senso di un semitismo ricorrente nell'Antico Testamento1, è stato scritto: <<Che cosa c'è tra me e te, o donna?>>. Inasprendo il senso di quest'ultima traduzione si è chiosato: <<Che ho da fare con te, o donna?>>. Le parafrasi delle letture testé citate dell'enigmatico passo, poi, non si contano. In qualsiasi modo, però, si sia interpretato, considerata l'affermazione che ancora la sua ora non era venuta, a non conoscere il seguito, si potrebbe immaginare che, alle nozze di Cana, gli invitati dovettero brindare alla felicità degli sposi con l'acqua. Non fu così, invece. La Madre ordinò ai servi di fare quanto egli avesse detto e il Figlio, a sua volta, comandò agli stessi servi che sei giare fossero colmate d'acqua. Acqua che, com'è noto, miracolosamente fu trasformata in ottimo vino. Il tutto tra l'apparente indifferenza della sposa (che nemmeno si degnò di comparire sulla scena) ed il grande stupore del maestro di banchetto. Un vero paradosso la figura di quest'ultimo per la mansione svolta: neppure s'era avveduto della scarsità della bevanda e si fece vivo soltanto nel momento dell'assaggio.

La logica del conto, da un punto di vista squisitamente letterario intendo, non torna. I profili caratteriali e comportamentali di Gesù e Maria, nella maggior parte delle correnti letture del racconto di Cana, si mostrano differenti da come sono figurati in ogni altra narrazione. La Madre, qualora s'intenda la locuzione di Cristo alla stregua di un rifiuto a manifestarsi mediante il segno del miracolo, si mostra irrispettosa dei tempi del Figlio e, quindi, autoritaria piuttosto che obbediente, prevaricatrice invece che dolce, per niente umile nei confronti di lui che rivendica la propria divinità. Ella, quindi, si spoglia delle virtù che tradizionalmente la contraddistinguono come personaggio. Il Figlio, che in ogni altra sede è campione di coerenza essendo egli la Via e la Verità, che prioritariamente deve fare la volontà del Padre, che aveva affermato che ancora la propria ora non era giunta, si dimostra perlomeno incostante nell'operare un intervento che, appena un attimo prima, aveva escluso dal suo immediato interesse. La riflessione che l'amore possa averlo indotto a mutare parere, quell'amore che egli indiscutibilmente nutre per la Madre, non mitiga il giudizio (delle correnti interpretazioni della lettera, ancora intendo). Non è lui, infatti, lo stesso Gesù che comandò un parlare deciso fatto di "sì, sì; no, no"2? E' inesplicabile, poi, come abbia potuto mostrarsi indifferente (se non contrario) ad una richiesta che avrebbe successivamente esaudito: non conosceva egli tutti, e quindi tutto, e pertanto che gli astanti avrebbero bevuto il suo vino, sin dal principio? Nessuna meraviglia, quindi, che, a fronte di tante inconciliabilità, il vino di Cana sia divenuto motivo di controversia all'interno della numerosa ed eterogenea famiglia cristiana.

Le dispute teologiche

Bene ha fatto Ignace de la Potterie, eminente esegeta biblico, nel discettare di mistero, piuttosto che di miracolo, a proposito dell'evento della trasformazione dell'acqua. Una sacra rappresentazione, questa delle nozze, che ha intrigato padri e dottori di tutte le Chiese. Ognuna delle quali, in ragione dei propri orientamenti di fede, ha colto l'uno o l'altro segno. I fautori del protestantesimo, per niente inclini a riconoscere alla Vergine il ruolo assegnatale ispecie dai cattolici d'ispirazione mariana, continuano ad indottrinare che, nel racconto di Cana, mediante la semitica frase, il Dio-Figlio intese evidenziare la netta separazione tra la propria Persona e la donna-madre, onorabile mezzo per l'incarnazione, la quale non doveva però interferire nelle questioni divine. I commentatori cattolici, al contrario, generalmente glissando sull'enigmatico passo, battono il tasto sul fatto che Gesù fece grazia dell'escatologico dono del vino soltanto a seguito della perorazione della Vergine. Differentemente si è comportata la mistica Maria Valtorta la quale, nel "Poema dell'Uomo-Dio", con lo scopo di raddolcire la risposta apparentemente scostante di Gesù, suggerisce che il testo pervenuto dall'originale greco sia giunto corrotto e mancante dell'avverbio "più". <<Che ho da fare più con te, o donna?>>, aggiunge la scrittrice. Un'ipotesi dalla quale, in ogni caso, s'immagina che Gesù abbia voluto prendere le distanze dai diritti materni accampati nei propri confronti. Ciò nella considerazione, teologicamente corretta, che il miracolo, ovverosia l'inizio dei segni messianici, non poteva essere determinato dalla Madre ma soltanto dal Padre. Una tesi, questa di Maria Valtorta, che, anziché rimuovere le incoerenze della storia, ne introduce una di più. Per quale motivo, se l'ora non è ancora venuta, già il Figlio deve prendere le distanze dalla Madre? Volendo sottilizzare: un simile distacco non l'aveva, Gesù, già esternato quando, appena dodicenne, spiegò alla Madre (con garbo) che il suo compito era attendere a ciò che riguarda il Padre suo?3. L'aggiunta del "più", in ogni caso, non risolve la principale delle contraddizioni nell'ambito di una lettura d'impronta mariana: perché mai la Madre dovrebbe chiedere di determinare eventi, anticipando il Padre, quando le stesse Scritture evangeliche affermano che la volontà di lei è conseguente alla parola di Dio? << Ecco la serva del Signore; si faccia di me come hai detto tu!>> è la risposta tramandata della Vergine all'Angelo dell'Annunciazione4.

Non esiste modo per conciliare le tesi. Le Nozze di Cana (sempre dal punto di vista letterale, intendo) sembrano lasciare pochi spazi alla mediazione. Ci troviamo, in filosofia, al cospetto di una contraddizione nella quale il giudizio non ammette vie di mezzo: necessariamente bisogna scegliere tra Figlio e Madre. A meno di non lanciare due ipotesi in grado di armonizzare i contrasti del racconto: l'ora alla quale Gesù fa riferimento non è quella di fare un miracolo e, in ogni caso, non fu lui a trasformare l'acqua giacché la mutazione in vino nuziale avvenne grazie a distinta Persona. Non me ne voglia Giovanni dell'Apocalisse ché niente io aggiungo e niente io tolgo: quando mai, infatti, ha egli esplicitamente scritto che fu il Figlio ad operare la trasformazione? Si leggano le Nozze di Cana, per credere. Gesù, semplicemente, disse: <<Riempite d'acqua questi recipienti" e, poi, <<Attingete ora e portatene al capo del banchetto>>.

Il Simbolo e il Mosaico, il Circolo e l'Autore

Un testo letterario, al pari di qualsiasi opera d'arte, è simile ad uno specchio. Meglio: è come uno specchio d'acqua nel quale Narciso, naturalmente, è spinto a riflettersi. Nel caso in cui, invece, si voglia osservarne il fondo dal punto di vista della fonte e non di Narciso, se si vorrà analizzare il contenuto dal punto di vista dell'opera stessa e non del critico, occorrerà dar conto dei raggi rifratti e non dei riflessi, ovverosia occorrerà fare propri gli assunti chiarificatori interni al testo medesimo e mettere da parte i pre-giudizi, i quali sono le riflessioni che fanno annegare Narciso nella fonte della ricerca. In primis occorrerà accettare, sia pur dovendo ragionare per assurdo, che la trattazione concerne un brano divinamente ispirato, il quale narra d'eventi divini. E' questo un punto di vista interno alla lettera. Allora, per logica conseguenza, per suo privilegio ontologico, il testo andrà considerato perfettamente autosussistente e, come tale, qualora comprenda figure quali la contraddizione, il paradosso e l'enigma, esso sarà da ritenere auto-documentante, nel senso che dovrà incorporare in sé il codice per la soluzione. Con questo spirito, allora, sarà possibile il tentativo d'interpretazione delle Nozze di Cana mediante il ricorso all'analisi del brano. Essendo quest'ultimo un approccio più che consolidato nel campo dell'esegesi neotestamentaria, il commento che procederà, per quanto riguarda i valori simbolici, potrà fornire soltanto alcuni elementi di novità. Originale, invece, sarà il metodo (che in altra pubblicazione ho definito mosaicale) che si seguirà ai fini della comprensione. Esso consiste in un lavoro d'estrazione, dall'opera in analisi, d'ogni elemento che possa costituire segno. Le tessere in tal modo rilevate andranno poi disposte su di un piano concettuale. E' bene porre in risalto che, a cagione della molteplicità di significati che sovente si ritrovano correlati con uno stesso significante, al pari che nel gioco per bambini dei cubetti con le facce figurate, all'occorrenza occorrerà costruire distinti piani interpretativi. Col metodo ermeneutico mosaicale su ogni piano e per ogni tessera, avendo cura che le facce assemblate costituiscano un insieme simbolicamente omogeneo5, andrà disposto il senso prescelto tra quelli plurimi di uno stesso segno. Ora è proprio nella scelta del senso del primo segno, un segno dominante al quale tutti gli altri dovranno omologarsi per natura, l'aspetto più critico d'ogni interpretazione. L'adozione di un significato anziché di un altro condurrà ad uno o ad un altro livello di lettura proprio del testo o, qualora il significato assunto sia estraneo alla comunicazione del narratore, porterà in un piano interpretativo errato. La correttezza della scelta sarà facilmente riscontrabile dalla figura emergente dal mosaico. Essa sarà (nel caso in cui si sia travisato il senso del segno dominante e, conseguentemente, degli altri) incomprensibile ed incoerente col pensiero dell'autore, astratta e piena di vuoti a causa di tessere non incastrabili. Sarà un disegno pregno, continuo e coerente nel caso di una corretta adozione dei valori simbolici caratteristici del narratore.

Ai fini dell'esatta rilevazione dei segni, oltre che della conferma del senso generale, si utilizzerà una tecnica riconducibile all'idea del "circolo ermeneutico" di F. Schleiermacher. In pratica, si applicherà al testo delle "Nozze di Cana" il principio che "...Il senso di una parola in un dato passo deve essere determinato secondo la sua coesistenza con quelle che la circondano... ogni particolare può essere capito solo a partire dall'universale di cui è parte e viceversa". Il singolo segno linguistico di un autore, quindi, va interpretato nell'ambito di tutta la sua opera (inquadrata nel contesto storico, geografico e culturale d'ambientazione) e, viceversa, il tutto deve essere compreso a partire dal singolo particolare. E' evidente che, per le Nozze di Cana, come per ogni altro racconto evangelico, quale autore dell'opera dovrà essere considerato non il narratore bensì il maestro di cui sono raccontati il pensiero e le opere. Ancora: secondo il codice interno, l'azione del Figlio è continuazione di quella del Padre riferita nel Vecchio Testamento. Il senso di una parola testamentaria, quindi, volendo applicare e percorrere il circolo ermeneutico in tutta la massima estensione, deve essere analizzato secondo la sua coesistenza con il patrimonio linguistico dell'intera Bibbia. Un testo, d'altra parte, è etimologicamente un textus, ovverosia un tessuto, participio passato di texere, vale a dire il verbo tessere. Ogni filo logico, quindi, come in una trama, deve necessariamente connettersi ad un altro. Nel caso di un'esegesi biblica (applicando il codice interno al testo medesimo secondo il quale il principio coincide con la fine, il primo con l'ultimo, l'alfa con l'omega, giustappunto la geometria di una figura chiusa, qual è il nostro circolo ermeneutico) il disegno dovrà essere considerato a cerchi concentrici piuttosto che lineare. La corrispondenza (analogica/simbolica) degli eventi potrà, allora, fornire un ausilio eccezionale per la comprensione del particolare e del tutto (dogmi e misteri di fede a parte, chiaramente).

I segni di Cana

Per semplicità d'esposizione e lettura il racconto di Cana sarà illustrato per periodi compiuti e, per ciascun periodo, si tenterà di identificare ed interpretare ogni elemento che possa costituire simbolo. E' bene, a motivazione di un'analisi che in taluni punti potrebbe apparire eccessiva, evidenziare che in Giovanni Evangelista niente è casuale. Aquila della comunicazione simbolica, egli è il narratore della Visione dell'Apocalisse. In una visione ogni elemento costituente (numero, nome, colore, luogo, personaggio, animale e così via) è rivelatore di un senso celato e costituisce un'unità informativa ai fini dell'interpretazione complessiva. Le Nozze di Cana, nella trattazione che segue, saranno allora considerate alla stregua di una visione: simbolicamente perfetta, con ogni segno perfettamente significante al posto giusto. E' questa l'ipotesi necessaria per la ricerca del mosaico concettuale sotteso alla lettera. Quale segno dominante del testo si assumerà l'acqua, sia per la considerazione che essa è, in comunanza col vino, il simbolo più importante dell'evento, sia perché nel Vangelo di Giovanni l'acqua è citata ben venticinque volte (essendo dal numero escluse le citazioni dei luoghi acquatici), una ricorrenza questa addirittura maggiore di quelle del vino, del sangue e del pane, prese complessivamente. Ciò anteposto, diamo seguito all'analisi del testo.

(1) Tre giorni dopo eranvi nozze in Cana di Galilea.

Tre sono i possibili simboli utilizzati nell'esordio del racconto: il numero tre, le nozze ed il nome Cana (Galilea, che deriva da gelil, significa semplicemente distretto). Per quanto concerne i primi due, le nozze e il tre, il loro valore figurativo è consolidato nella tradizione interpretativa. Le nozze, tanto nel Vecchio quanto nel Nuovo Testamento, alludono ad uno sposalizio celeste, ad un banchetto escatologico, ad un matrimonio sapienziale o spirituale con la Divinità. "Uscite, o fanciulle di Sion, a vedere il re Salomone, con la corona onde l'ha coronato sua madre il giorno delle nozze, il giorno della gioia nel suo cuore", recita il Cantico dei Cantici6. "Il regno dei cieli è simile ad un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio", spiega una parabola di Gesù7.

Il numero tre, cifra perfetta, è il simbolo trinitario. Con la locuzione tre giorni dopo, coerentemente, nella Bibbia s'intende il momento di una teofania. Sempre avviene, come nella Resurrezione, che Dio si manifesta tre giorni dopo. E' interessante riferire, al proposito, che Giovanni, successivamente al prologo e precedentemente all'inizio del racconto in analisi, cadenza con scrupolosa attenzione i giorni e le nozze di Cana capitano giusto nel sesto contato. E' un rimando alla settimana della Genesi e al dì della creazione dell'uomo. Così hanno interpretato numerosi esegeti, evidenziando come il ministero pubblico del Messia abbia inizio nello stesso giorno in cui Dio aveva sospeso l'opera di creazione: il sesto. Il dato simbolico ha un immediato riscontro di natura ermeneutica e fa comprendere perché, successivamente a Cana, al fine di dimostrare la continuità dell'opera, Cristo darà tanta enfasi all'azione nel settimo giorno affermando: "Il Figliuol dell'uomo è padrone anche del Sabato"8.

In relazione al possibile terzo segno, occorre considerare che del nome della cittadina Cana non esiste un'interpretazione univoca. La maggior parte delle fonti ritiene che esso possa provenire dal greco e tradurre l'ebraico Quanah = canna. L'etimologia è accettabile perché presuppone per la cittadina un'ubicazione9 in un luogo idoneo a far crescere bambù ed i cammini spirituali, tanto nel Vecchio quanto nel Nuovo Testamento, hanno spesso avuto inizio o si sono sviluppati lungo percorsi acquatici (mari, fiumi, laghi, rocce zampillanti, pozzi, piscine, eccetera). Questo sin dalla Genesi, e siamo già in tema d'interpretazione delle Nozze, dove "...lo spirito di Dio si librava sulle acque"10. Ben doveva il primo miracolo che involve l'acqua, in coerenza col criterio ermeneutico circolare, avvenire in un luogo con le acque.

(2) C'era la madre di Gesù, e anche Gesù co' suoi discepoli, vi venne invitato.

Nel secondo versetto non risaltano elementi suscettibili di assumere valore di segno. Lo stesso vocabolo di madre, prescelto costantemente nel Vangelo di Giovanni quale appellativo per nominare Maria, sembra voler indicare unicamente un rapporto familiare esistente tra la Vergine e il Cristo. Il vocabolo "madre", infatti, ricorre nel Vangelo di Giovanni undici volte e sempre nel senso della maternità. Nelle undici ricorrenze una volta è associato ai temi della rinascita, dell'acqua e dello Spirito Santo11 ed una volta alla parola donna12. Interessante, nel secondo passo in analisi, è lo studio del testo per quanto concerne la forma la quale, al pari del segno, può essere apportatrice di messaggi velati. L'ordine, con il quale i personaggi sono presentati, è gerarchicamente invertito. Il nome della Madre, infatti, è anteposto a quello del Figlio ed è isolato tra il secondo e terzo periodo mediante un opportuno uso della punteggiatura. Ora, pur volendo considerare esatta l'informazione riportata dai vangeli apocrifi, secondo la quale Maria era parente dello sposo, la successione con la quale i protagonisti entrano in scena non è usuale. Il Figlio, nei ventuno capitoli del Vangelo di Giovanni, è menzionato per primo per ben quindici volte. Una volta compare in apertura il nome di Dio; in altri quattro la sequenzialità logica degli avvenimenti giustifica la citazione di Gesù successivamente ad altri personaggi. Il particolare che la Madre, nelle Nozze di Cana, sia presentata per prima può trovare ragione soltanto in due supposizioni: la perizia di Giovanni nello scandire in analogia temporale gli eventi biblici13 e la sua intenzione di affidare alla Madre il ruolo di "prima comparsa" nelle Nozze di Cana.

(3) Venuto a mancare il vino la madre di Gesù gli disse: "Non hanno più vino".

Il passo è di conferma del ruolo della Vergine nel racconto. Lei, oltre che comparire per prima, è anche la prima, nel giorno del primo miracolo, a parlare. Dal brano è evidente che la mancanza di vino (qualsiasi sia il significato del segno) non riguarda né la Madre né il Figlio. In caso contrario, infatti, la lettera avrebbe dovuto informare: <<Non abbiamo più vino>>. Non è possibile, al momento, interpretare dal testo se, nella molteplicità della terza persona plurale utilizzata, siano stati contemplati gli stessi discepoli.

Unico simbolo del versetto è il vino. Un segno polisenso che, a volerne enumerare tutti i significati, potrebbe girare la testa. In S. Tommaso d'Aquino ha valore di gioia dello spirito. In Osea la sua mancanza è infedeltà verso Dio14. Nella Bibbia si ritrova come simbolo d'immortalità, di salute dell'anima e del corpo, d'amore, di prosperità, d'abbondanza, di fertilità. Nei suoi sensi opposti sono da annoverare i significati di smodatezza, inganno, rovina. Nella letteratura sapienziale esiste una stretta correlazione tra vino e sapienza15. E' un simbolo della Torah e, in particolare, in un sesto giorno come quello di Cana, richiama il "Qiddush", il rito della benedizione sul bicchiere di vino con cui si proclama la santificazione della festa, il riposo sabatico che comincia il venerdì sera al calar del sole. Il vino, in sant'Agostino, è figura del Vangelo16. Da un punto di vista sostanziale, infine, è acqua con spirito, ovverosia acqua spirituale. Essendo lo Spirito che dona la vita il vino è, metaforicamente, acqua viva.

(4) Gesù le disse: "Quid mihi et tibi, mulier? L'ora mia non è ancora venuta".

E' il passo controverso discusso in premessa. Ogni suo tentativo d'interpretazione deve essere anticipato da due considerazioni. Nella prima occorre evidenziare che l'appellativo "mulier", con il quale il Figlio si rivolge alla Madre, è solo apparentemente irrispettoso: nella Bibbia "donna" è, sin dalla Genesi17, un titolo altamente onorifico. In Giovanni, poi, è un segno grandioso mediante il quale è definita la Vergine incoronata dell'Apocalisse18. Il vocabolo "donna", inoltre, giacché indicatore di un genere o di una classe, è l'unica voce possibile per racchiudere un'idea inconcepibile dalla mente umana e, quindi, non codificata nei linguaggi con un termine specifico: l'idea del rapporto familiare che c'è tra Gesù e Maria. Un rapporto che soltanto un endecasillabo dantesco è stato in grado di sintetizzare al meglio: "Vergine Madre, figlia del tuo figlio". Nella seconda considerazione occorre rilevare che l'ora alla quale Gesù fa riferimento, l'ora che ancora non è venuta, non è l'ora della manifestazione mediante il segno del miracolo, quale si può ipotizzare da una lettura a sé stante delle Nozze. Il metodo del circolo ermeneutico può dare convincimento dell' asserzione mediante l'applicazione, al Vangelo di Giovanni, di una funzione di ricerca f("ora" Near "venuta"; d= 8)19. Sono sei i passi che verificano la condizione:

1) Gesù le disse: "Che cosa c'è tra me e te, o donna? L'ora mia non è ancora venuta" (Gv 2,4)

2) Perciò cercavano di prenderlo; ma nessuno gli mise le mani addosso, perché la sua ora non era ancora venuta (Gv 7,30)

3) Queste parole disse Gesù nel gazofilacio, insegnando nel tempio; e nessuno lo prese perché non era ancora venuta l'ora sua (Gv 8,20)

4) Gesù rispose loro: "È venuta l'ora, nella quale il Figliuol dell'uomo sarà glorificato...E che dirò io? Padre, liberami da quest'ora. Ma io sono venuto appunto per quest'ora" (Gv 12, 23-27)

5) Ecco, viene l'ora, anzi è già venuta, in cui voi sarete dispersi, ciascuno per conto suo, e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me" (Gv 16,32)

6) Così parlò Gesù. Poi, elevati gli occhi al cielo, disse: "Padre, l'ora è venuta: glorifica il tuo Figliuolo, affinché il tuo Figliuolo glorifichi te... " (Gv 17,1)

Ora, essendo inconcepibile che una simile ricorrenza possa non assumere valore informativo, si può soltanto affermare, concordando con sant'Agostino, che l'ora alla quale il Figlio fa riferimento nelle Nozze di Cana non è quella della manifestazione, mediante il segno del miracolo, bensì quella della glorificazione, dell'elevazione sulla croce. Conseguentemente le possibili contraddizioni del testo, evidenziate in premessa, sono suscettibili di sciogliersi come neve al sole. Si può leggere che Gesù non rifiuta che sia giunta l'ora del miracolo del vino di Cana, né che prenda distanza dalla Madre e dai bisogni dei convitati. Si può ritenere che egli affermi, profeticamente, che ancora non è venuta l'ora del vino dell'Ultima Cena, segno della Passione. Il senso letterale delle sue parole, allora, diviene commovente piuttosto che distaccato. La sua diventa la risposta di un umanissimo Figlio, turbato al pari della Madre al fissarsi del primo segnale della via che porta al Calvario. Un figlio il quale si rivolge alla mamma, come per rassicurarla, dicendole: <<Che cosa (importa) a me e a te, oh donna20? Non è ancora venuta l'ora del Vino dell'Ultima Cena>>. Il riferimento, e quindi da questo il Figlio prende le distanze, non già dalla Madre, è per l'ora nella quale egli avrebbe anticipato, nel segno del versamento del vino, il sangue sparso sulla croce. Un vino che sarebbe stato ricambiato con una spugna imbevuta di vino aceto in cima ad una canna21. Una lettura della lettera, questa proposta, nella quale il semitismo del "Quid mihi et tibi" è recepito, al pari di un segno, in una delle sue possibili sfumature, sfumature che possono consentire un'interpretazione del testo su più livelli.

(5) Ma la madre disse ai servi: "Fate tutto quello che vi dirà".

Suscettibile di assumere valore di simbolo è la parola servi. Giovanni, di regola, utilizza il vocabolo nella sua accezione biblica, ovverosia quella di servitore di Dio, di profeta, di discepolo22. Ancor più eloquente del segno, però, è l'ordine della Madre. Tutti hanno scritto che essa rinvia, senza metafore di sorta, alla rivelazione del Sinai, alle tavole della Legge Mosaica, quando il popolo ad una voce gridò: "Tutto quello che il Signore ha detto, lo faremo23". In questa sede aggiungiamo che sul Sinai, quale rito di preparazione al ricevimento dell'ordinamento, ci fu la purificazione del popolo. Tre giorni dopo sarebbe avvenuta una teofania e la comunicazione della Legge sulle tavole di pietra.

(6) C'eran là sei pile di pietra, preparate per le purificazioni dei Giudei, ciascuna della capacità di due o tre metrete.

(7) Gesù disse loro: "Riempite d'acqua questi recipienti". Ed essi li riempirono fino all'orlo.

Sono questi i passaggi fondamentali per la comprensione del testo, dai quali evincere uno dei sensi da associare al segno dominante dell'acqua. Segno il quale è circoscritto da un numero talmente alto d'attributi da non lasciare dubbio di sorta, almeno per una delle sue giuste interpretazioni. I contenitori, infatti, sono preparati per la cerimonia di purificazione dei Giudei: il concetto d'acqua per la purificazione rinvia direttamente alle prescrizioni della legge mosaica24. Sono di pietra, come le tavole della Legge. Sono in numero di sei ad indicare l'incompletezza, l'insufficienza della stessa legge (6 = 7 – 1, ovverosia manca qualcosa per raggiungere la perfezione che è nel sette). Sono da riempire perché vuoti o semivuoti, nel senso che nemmeno l'ordinamento è pienamente osservato25. Hanno una capacità di due o tre misure (o metrete26, da metrein = misurare) nel senso che, a causa dell'inosservanza, il giudizio non è univoco. Sono da colmare fino all'orlo, per indicare che, seppure insufficiente e da perfezionare con la trasformazione, la Legge non è da abolire bensì da recepire pienamente27. Ritenendo del tutto coerente ed espressiva la porzione di mosaico che già si è andata generando, assumeremo la Legge giudaica del Vecchio Testamento quale significato del segno dominante dell'acqua.

(8) Poi soggiunse: "Attingete ora e portatene al capo del banchetto". Ed essi gliene portarono.

(9) Allorché il capo del banchetto ebbe assaggiato l'acqua cambiata in vino - egli non sapeva donde venisse quel vino, ma ben lo sapevano i servi, che avevano attinto l'acqua - chiamò lo sposo.

(10) e gli disse: "Tutti servono in principio il vino buono; poi quando sono brilli quello men buono; tu invece hai riservato il buono fino a questo momento".

Sono due i simboli, oltre a quelli già analizzati, nei tre passi che concludono la narrazione dell'evento: lo sposo e il capo del banchetto. Per quanto concerne lo sposo non occorre tracciare lungi il raggio del circolo ermeneutico: fu il Figlio stesso a definirsi con tale icona28, in identità d'immagine con JHWH-Sposo dell'Antico Testamento. La figura del capo-banchetto, invece, non compare in altri brani biblici. Essa è da evincersi per deduzione dal senso prescelto per il segno dominante dell'acqua, ovverosia quello della legge mosaica. Interpretazione semplice, visto che il maestro di tavola esercitava la propria autorità in un luogo dove c'erano pile per la purificazione dei Giudei ed è descritto in opposizione ai servi/discepoli i quali, a sua differenza, sapevano donde provenisse il vino. Il capo del banchetto simboleggia un dottore della legge giudaica. Questi, con la sua affermazione che il vino buono era stato riservato per quel momento, conferma che era quella l'ora prevista per il segno del vino.

(11) Gesù in Cana di Galilea compì questo suo primo miracolo e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui.

Completato il racconto dell'evento, il narratore, in prima persona, commenta gli avvenimenti. Il testo della lettera originaria, in realtà, asseriva: "Gesù fece questo inizio dei segni". In Giovanni, infatti, il miracolo è il biblico segno, operato da Dio, con il quale il profeta dimostrava l'autenticità della missione divina. La gloria di Gesù, invece, sempre per l'Evangelista, è soprattutto riferita all'ora della Passione, dell'elevazione sulla Croce29. Il passo, allora, potrà essere letteralmente letto: "Gesù in Cana di Galilea fece quest'inizio dei segni e tramite essi manifestò l'ora della sua glorificazione...".

Occorre adesso notare che mai, nella narrazione di Cana, si trova indicato che sia stato il Figlio a trasformare l'acqua. Lo stesso Figlio, d'altra parte, pur dimostrandosi pienamente consapevole della mutazione dell'acqua in vino, nulla dichiara al fine di assumersene la paternità. Omette, addirittura, di pronunciare una frase che mai mancherà nelle moltiplicazioni e trasformazioni delle sostanze di cui, successivamente, si occuperà: Gesù non <<rese grazie>>.

Sta conducendo verso un'eresia, potrà pensare il lettore di Episteme, l'ermeneutica del segno, del circolo e del mosaico? Non lo affermi ancora. Mi usi la cortesia di seguirmi, ancora per un poco, nella dimensione della trasformata del simbolo, dove questo si spoglia della sua veste formale diventando, a sua volta, lettera. Mi segua sul piano della magia della parola, anzi della Parola, dove se il significante si muta nel significato, se l'acqua e il vino si convertono nei loro equivalenti metaforici, allora anche i personaggi che governano la scena, al fine di rendere pienamente intelligibile il racconto, si devono trasformare. Mi segua ancora per un pochino, badando però all'avvertenza che, sempre per codice interno, nei fatti scritturali si devono intendere per veri sia gli eventi raccontati sia le allegorie sottese, le quali spiegano al meglio i fatti.

Il Mosaico allegorico

Vi fu un banchetto d'iniziazione nella cittadina delle Canne, in Galilea. Avvenne nel sesto giorno ed era, quindi, ancora l'ora del Padre (per conseguenza la legge vigente era quella di Mosè). Era, anche, tre giorni dopo (c'era da attendersi, perciò, una teofania, una manifestazione di Dio). Al convito c'era la sposa celeste, la Madre di Gesù. Anche Gesù con i suoi discepoli vi fu invitato. Improvvisamente, durante il convivio, accadde un segno: venne a mancare il vino. La Madre di Gesù (cogliendo il segno) gli disse: <<Non hanno più vino (con il che si deve intendere che l'osservanza formale della Torah, le cerimonie di santificazione, la Legge mosaica nel suo complesso, non erano più sufficienti a garantire un intimo rapporto con Dio) >>. Rispose il Figlio: << Che vi è di comune tra me e te, o donna30? L'ora mia non è ancora venuta (il che va interpretato nel senso che non era quella l'ora di Gesù bensì, coerentemente con il segno del sesto giorno, ancora quella del Padre)>>. Ma, sic et sempliciter, che vi è di comune tra Gesù e Maria? Maria conosceva la soluzione dell'enigma, conosceva il mistero d'essere, nello stesso tempo, figlia e madre di Dio. Era consapevole di avere, in comune con il Figlio, il Padre. Sapeva, anche, d'essere ancora nell'ora del Padre ed era, oramai, cosciente che a parlare e ad operare nel Figlio fosse lo stesso Padre. Rispose, pertanto, come figlia al Padre, con le parole dell'ora del Padre, quelle del Sinai: "Fate tutto quello che vi dirà". Una frase, questa di Maria, analoga a quella che lei già aveva diretto a Dio Padre, mediante l'Angelo messaggero, nel dì dell'Annunciazione: <<Si faccia di me come hai detto tu >>.

C'erano là sei pile di pietra preparate per la purificazione dei Giudei, pile non colme d'acqua perché, in seguito, sarebbe stato necessario riempirle (cosa che lascia intuire che i Giudei, attenendosi alla tradizione degli antichi, prima di mangiare avevano lavato mani, stoviglie, bicchieri e oggetti d'ogni genere). Le pile erano sei e con ciò si deve intendere l'insufficienza, l'imperfezione di un culto che, ridotto oramai a mere tradizioni e prescrizioni interpretate a misura d'uomo, lasciava da parte il Comandamento ed appariva vano al cospetto di Dio. Il quale, allora, ordinò ai suoi discepoli di colmare le idrie d'acqua, disposizione che significa che le prescrizioni delle tavole mosaiche andavano pienamente osservate. Il Padre, quindi, mutò l'acqua in vino, con il che si deve intendere che Gesù nel convivio di Cana, per opera del Padre che era in lui, diede inizio alla missione d'evangelizzazione con la novella Parola la quale trasformava, migliorandola, la Legge. Parola alla quale attinsero per primi i discepoli. Il vino di verità del Vangelo fu elargito anche al maestro di tavola, con il che l'allegoria spiega che Gesù cominciò ad ammaestrare anche i dottori della legge giudaica. I quali, seppure fossero meravigliati per la qualità del vino (cioè della Parola messianica) e ne riconoscessero l'altissimo pregio, a differenza dei discepoli (e della Madre, che per prima l'aveva inteso) non compresero che essa fosse Parola di Dio riservata per quell'ora.

La settima brocca

Al lettore attento, dal punto di vista letterale, potrà sembrare che l'interpretazione proposta sul piano dell'allegoria possa aver, sufficientemente, rimosso le contraddizioni apparenti della lettera originaria. Non così è per il lettore simbolista, invece. Se, come già affermato, l'opera per suo privilegio ontologico deve essere perfetta, allora, sia pur empiti con ottimo vino, gli otri di Cana restano in numero di sei, segno d'incompiutezza, mancanza di perfezione. Un teologo potrebbe affrontare il problema asserendo, giusta tesi di per sé, che il settimo vaso è la Madre, contenitore di Gesù, vaso spirituale, vaso di sapienza. Per il simbolista, però, la tesi non funzionerebbe. Egli si troverebbe già trasportato su di un piano ancora più elevato dove, per omogeneità dell'insieme, se la Madre diventa vaso di spirito allora i sei contenitori devono, anch'essi, essere mutati in recipienti (di carne) spirituali. Per il simbolista, il settimo vaso che manca per la perfezione (del piano allegorico precedentemente edificato) deve essere rigorosamente di pietra, come lo sono le idrie/tavole della Legge, contenitori d'acqua di conoscenza.

Si sta richiedendo troppo al simbolismo della Bibbia? No, perché essa è l'opera nella quale il Figliuolo, venuto al mondo a Betlemme (da bet lehem che significa casa del pane, sostanza nella quale Gesù avrebbe indicato il proprio corpo da mangiare), che fu posto in una mangiatoia (segno che il suo destino era quello d'essere mangiato) dopo essere stato fasciato31 (segno della sindone), che ebbe per padre putativo un carpentiere32 (il quale lavorava con legno e chiodi, quindi segno della croce), seguirà perfettamente la sorte racchiusa nei simboli della nascita.

Dove cercare, allora, la settima brocca? Il criterio del circolo ermeneutico indirizza in un luogo letterale ben preciso. Occorre scavare nei passi nei quali ci sia acqua, in prossimità dell'ora che deve venire. La ricerca conduce, senza eccessive digressioni, nell'ambiente dell'Ultima Cena.

Venne il giorno degli azzimi, nel quale si doveva immolare la Pasqua. Gesù mandò Pietro e Giovanni: "Andate" disse loro "a preparare il banchetto pasquale". Essi gli domandarono: "Dove vuoi che prepariamo?". Rispose loro: "Entrando in città, troverete un uomo che porta una brocca d'acqua; seguitelo fin nella casa ove entrerà e direte al padrone di casa: - Il maestro ti manda a dire: Dov'è la sala nella quale mangerò la Pasqua co' miei discepoli? Ed egli vi mostrerà una gran sala allestita; quivi apparecchiate" (Lc 22, 7-12).

Ed ecco, finalmente, che per il simbolista il mosaico è compiuto. Il disegno iniziato a Cana, nel segno dell'acqua e dei sei recipienti, si chiude nel segno dell'acqua e della settima brocca. Con il che si deve intendere che l'evangelizzazione del Figlio, cominciata nel segno dell'acqua e dei sei vasi nella casa delle Nozze di Cana, trova il fine e la perfezione nel segno dell'acqua e della settima brocca nella casa dell'Ultima Cena, dove il vino sarà, a sua volta, trasmutato in sangue. Quale sia stata, poi, la reale funzione del settimo vaso nell'economia del convito, perché esso sia stato portato da un uomo anziché, come nella consuetudine ebraica, da una donna, quale importanza abbia avuto la brocca per essere stata eletta segno del luogo della prima Eucarestia, non è dato sapere dalle sezioni analizzate. Qualcuno ha ritenuto che con il vaso si abbia voluto tramandare l'adesione di Gesù ad una setta essena giacché si sostiene che, tra gli esseni, erano gli uomini a portare le brocche (sic!). Il che sembra oltremodo labile, oltre che eccessivamente criptico, per un'informazione; la quale è tale soltanto se è in grado di fornire un determinato livello di certezza al destinatario. Qualcun altro potrà ipotizzare che esso è simbolo della lavanda dei piedi raccontata da Giovanni, interpretazione che appare riduttiva per il gran risalto dato alla brocca. Il lettore simbolista, invece, potrà cominciare con l'immaginare che, nella circolarità e nelle simmetrie della Scrittura biblica, nel suo codice autoesplicativo, la settima brocca, posta quale segno della casa dell'Ultima Cena, abbia in primis voluto perfezionare e sciogliere i misteri dell'ora e del vino di Cana.
 


Note


 


1 Oltre che nelle Nozze di Cana, il semitismo è presente, con varie sfumature di significato, in un discreto numero di casi: Giosuè (22,24); Giudici (11,12); II libro Samuele (16,10) e (19,23); I libro dei Re (17,18); II Libro dei Re (3,13) e (9,18-19); II libro delle Cronache (35,21). Nel Nuovo Testamento si ritrova in Mt (8,29); Mc (1,24) e (5,7); Lc (4,34) e (8,28).

2 Mt. (5,33-37)

3 Lc, (2,46-49)

4 Lc (1,38)

5 Il concetto d'omogeneità simbolica è facilmente intuibile mediante l'esempio della "selva" di Dante. Sul piano trascendente, dove per selva s'intende il traviamento spirituale, alla lupa deve essere associato il significato di peccato di cupidigia. Qualora, invece, nella selva si voglia individuare un riferimento alla società coeva a Dante, allora nella lupa dovrà essere ricercato un contemporaneo dell'Alighieri caratterizzato da avidità.

6 Cantico dei Cantici (3,11)

7 Mt (22,2)

8 Gv (5,17)

9 Ai dì nostri l'identificazione con la Cana biblica è contesa tra due cittadine di Galilea, Khirbet Quana e Kefr Kenna, e Cana, nel Libano meridionale.

10 Genesi (1,2)

11 Gv (3,4-5)

12 Gv (19,26-27)

13 Nel protovangelo la "donna" anticipa "la stirpe": in Genesi (3,15) Dio, infatti, dice al serpente: "Porrò inimicizia tra te e la donna, fra la stirpe tua e quella di lei; essa ti schiaccerà il capo..."

14 Osea (9,2)

15 Proverbi (9,5); Cantico dei Cantici (5,1)

16 <<Bonum enim vinum Christus servavit usque adhuc, id est Evangelium suum>> (Trattati sul Vangelo di Gv, IX,2).

17 Genesi (3,15). La citazione è nella nota 12.

18 Apocalisse (12,1): "E un gran portento apparve nel cielo: una donna ravvolta nel sole, e la luna sotto i suoi piedi, e sul suo capo una corona di dodici stelle". G. Dorè, semplicemente dando forma grafica al segno linguistico, raffigurò la Vergine Maria incoronata.

19 La funzione di ricerca f("nome1" Near "nome2"; d=8) fornisce in uscita tutti i passi nei quali le stringhe nome1 e nome2 sono distanziate tra loro al massimo di 8 parole.

20 La traduzione del passo in esame è quello generalmente proposto nelle traduzioni della Vulgata di S. Girolamo e ripreso da 2Re (9,18-19).

21 Mt (27,48): "E subito un di loro corse a prendere una spugna, che inzuppò nell'aceto e, postala in cima a una canna, gli diede da bere".

22 Apocalisse (1,1): "Rivelazione di Gesù Cristo, la quale Dio gli diede per indicare ai suoi servi le cose che debbono accadere tra breve, e ch'egli fece conoscere con l'invio del suo angelo al suo servo Giovanni".

23 Esodo (19, 8)

24 Numeri, cap. 19

25 Gesù ai Giudei in (Gv, 7,19): <<Mosè non vi ha dato la legge? Eppure nessuno di voi osserva la legge>>.

26 Il metrete misurava 39,4 litri, circa 40, quindi. Il numero rinvia anch'esso all'Esodo. Infatti furono quaranta i giorni e le notti in cui Mosè stette col Signore per la scrittura delle tavole con le dieci proposizioni (Esodo 34,28).

27 Mt (5,17): <<Non vogliate credere che io sia venuto per abolire la legge o i Profeti: non son venuto per abolirli, ma per completarli.>>.

28 Rispose Gesù: <<È mai possibile che gli amici dello sposo siano tristi, finché lo sposo è con loro? Ma verranno i giorni in cui lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno>> Mt (9,15).

29 Gv (12, 23-27; 13,31; 17,1)

30 Il semitismo è stato tradotto come Giosuè (22,24) nella Vulgata.

31 Lc 2,7

32 Mc 6,3
 


Bibliografia essenziale di riferimento


 


La Vulgata, Ed. Salani, vers. CD ROM Ergoset Milano,1994

La Bibbia di Gerusalemme, ed. Dehoniane-Borla, Bologna-Roma, 1971

La Bibbia, ed. San Paolo Milano, 1987
 
 

Riconoscimenti:

a Pia, che nel Tempio mi mostrò il volto della Vergine;

a Roberta, che comprese il sogno dei sei orologi d'argento e dell'orologio d'oro.
 


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[Una presentazione dell'autore si trova nel numero 6 di Episteme.]

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