Invito alla conoscenza
della letteratura clandestina dell'età dei Lumi

Opinions des Anciens sur le Monde

(a cura di Massimo Cardellini)


 







Opinions des Anciens sur le Monde
 

Episteme presenta all'attenzione dei lettori nella rubrica Reprints un samizdat dell'Età dei Lumi (ricordiamo che samizdat è termine russo, che significa sostanzialmente "edizione senza editore"), un interessante scritto settecentesco appartenuto a quel vasto filone di opposizione culturale sia all'establishment politico e religioso, sia alle concezioni religiose allora comuni, concernente quindi questioni legate spesso direttamente o indirettamente alla religione, anche se la veste in cui si presentavano i vari contributi poteva riguardare più generalmente questioni scientifiche, morali, politiche, letterarie, storiche.

Il testo in questione, il cui titolo esteso è: Recueil de Pièces diverses sur les Opinions des Anciens Philosophes, è conosciuto più brevemente come Opinions des anciens philosophes sur le monde1 (o ancora più brevemente come è riportato in premessa), ed il suo autore, contrariamente a buona parte dei numerosi manoscritti conosciuti di solito provenienti da mano rimasta ignota, è sin dal Settecento stato individuato in Mirabaud2. Il testo che abbiamo intenzione di segnalare è contenuto in elenco nella pagina iniziale di Testi elettronici clandestini del Settecento:

http://www.vc.unipmn.it/~mori/e-texts/index_it.htm ,

server dell'Università di Torino-Vercelli curato con competenza dal professor Gianluca Mori. A tale studioso si deve tra l'altro una pregevole opera di divulgazione su Pierre Bayle edita nel 1996 dalla casa editrice Laterza. Il Prof. Mori è anche curatore all'interno del sito stesso di molti importanti testi della letteratura clandestina, quali il Le Philosophe di César Chesneau Du Marsais; il Traité des trois imposteurs di autore ignoto; il Jordanus Brunus redivivus, anch'esso di autore ignoto; il Traité de la liberté di Bernard de Fontanelle, più noto estensivamente come Traité de la liberté de l'âme; i Sentiments des philosophes sur la nature de l'âme di Benoit de Maillet (al curatore si deve proprio la proposta di attribuzione a de Maillet di questo scritto, come si può apprendere da un saggio contenuto nel numero 4 di La Lettre Clandestine, repribile al seguente indirizzo elettronico:

http://lancelot.univ-paris12.fr/lc4-2a.htm); la Origine des êtres et espèces di Henri de Boulainviller; le Réflexions sur l'existence de l'âme et de Dieu, anch'esse di autore ignoto.

E' possibile trovare il saggio in questione in fondo alla pagina contenente gli indici dei testi clandestini raccolti nel sito. Per accedere ad esso è sufficiente cliccare sull'indirizzo riportato che dirige il navigatore verso il sito del Centre d'Histoire des Systèmes de Pensée Moderne [CHSPM] della facoltà di Filosofia dell'Università di Parigi 1:

http://www-philo.univ-paris1.fr/CHSPM/opinions.htm .

Un po' più in basso, quasi verso fondo pagina degli indici, il lettore troverà l'indicazione:

http://lancelot.univ-paris12.fr/lc-som.htm ,

che gli permetterà di accedere ai primi sette numeri della rivista La lettre clandestine, cioè alle sette prime annate 1992-1998. In tali fascicoli potrà trovare numerosi saggi di approfondimento ed informazioni che gli permetteranno di avere una più ampia prospettiva della tematica.
 
 


(Copertina del numero 5 di La Lettre Clandestine, la rivista di studi dei testi clandestini dell'Età dei Lumi nata nel 1992 in occasione della ottantesimo anno in cui Gustave Lanson, lo studioso pioniere del settore, scrisse per la Revue d'histoire littéraire de la France il celebre saggio in cui sollecitava i ricercatori della letteratura razionalistica a ricercare i numerosi lavori scritti prima del 1750 ritenuti all'epoca blasfemi.)


 






Raccomandiamo inoltre la seguente indicazione:

http://www.vc.unipmn.it/~mori/e-texts/bibclan.htm ,

dove è possibile trovare una ricca bibliografia sulla letteratura clandestina messa a punto da Alain Mothu.

Invece per un dettagliato commento curato da Antony McKenna sulla letteratura clandestina raccomandiamo vivamente:

http://www.vc.unipmn.it/~mori/e-texts/McK_bilan.htm .

Interessante anche l'editoriale del comitato di redazione di La Lettre Clandestine contenuto nel numero 1: Connaître et faire connaître la littérature philosophique clandestine de l'âge classique:

http://lancelot.univ-paris12.fr/lc1-e.htm .

Per quanto attiene più direttamente al nostro testo, segnaliamo una breve ma interessante nota di Alain Mothu intitolata L'Édition de 1751 des Opinions des Anciens al seguente indirizzo elettronico:

http://lancelot.univ-paris12.fr/lc3-5l.htm .

All'interno di questo breve articolo si possono trovare ben tre rimandi ad altrettanti documenti d'epoca, e cioè il resoconto di Raynal apparso sulla Correspondance Littéraire dell'8 marzo 1751, e due lettere a Padre Berthier entrambe apparse in Mémoire de Trévoux, la potente rivista dei Gesuiti francesi edita sin dal 1701 per contrastare lo spirito dell'epoca, rispettivamente la prima nel mese di maggio del 1751, la seconda nel luglio del medesimo anno. In esse sia il primo sia il secondo lavoro di Mirabaud, e cioè La nature de l'Âme humaine, et son immortalité, ossia la seconda parte di Opinions des Anciens Philosophes sur le Monde, vengono stroncati senza mezzi termini, perché ritenuti blasfemi e contenenti inesattezze scientifiche, vale a dire opinioni contrarie alla tradizione biblica mosaica.

Per il resoconto di Raynal si veda:

http://lancelot.univ-paris12.fr/lc3-5l1.htm .

Per la prima lettera a Padre Berthier:

http://lancelot.univ-paris12.fr/lc3-5l2.htm ,

per la seconda lettera a Padre Berthier:

http://lancelot.univ-paris12.fr/lc3-5l3.htm .
 
 


(Frontespizio di una delle più celebri raccolte di testi clandestini,
Nouvelles libertés de Penser, del 1743, in cui furono riediti ben cinque
dei testi più radicali dell'intera letteratura clandestina dell'Età dei Lumi.
Tre di questi, curati dal professor Gianluca Mori, e precisamente Traité de la liberté;
Sentiments des philosophes sur la nature de l'âme; Réflexions sur l'existence de l'âme et de Dieu; si possono consultare in Testi elettronici clandestini del Settecento.)


 






La letteratura clandestina rappresenta un argomento di tale interesse storico che siamo sicuri i lettori di Episteme non potranno non apprezzare e valutare positivamente il nostro invito a conoscerla, o in caso di conoscenza superficiale ad approfondirla. Un primo passo in questa direzione può la nostra presente segnalazione di uno scritto particolarmente significativo. In fondo, in un certo senso, mutati tempi e circostanze, Episteme è anch'essa in un certo senso un degno esempio di "clandestinità" letteraria di natura scientifica e storico-sociale, ed una certa empatia non potrà non scaturire dal prendere conoscenza di questi testi che in fondo possiamo considerare nostri lontani progenitori.

Erede del razionalismo umanistico e rinascimentale, la letteratura clandestina si costituisce sin dalla metà del XVI secolo a seguito dei profondi mutamenti storici e ideologici provocati prevalentemente dalla Riforma protestante, evento alla base della fine dell'unità del cristianesimo occidentale, fino allora unito con a capo la figura del papa. L'evento portò come è noto ad un periodo di lunghe e devastanti guerre civili all'interno di un medesimo stato, e tra stati professanti confessioni diverse. Questa nuova centralità dell'ideale religioso inteso come verità erose velocemente la libertà di espressione e la grande tolleranza che nei secoli precedenti avevano favorito la nascita dell'Umanesimo, e il conseguente progresso della cultura in generale. Ora, anche a ragione dell'esigenza di ortodossia da parte delle diverse confessioni in lotta, tanto attraverso le armi quanto anche attraverso le idee, il clima di tolleranza viene praticamente ridotto a zero, fenomeno che induce lo spirito di ricerca critico che non vuole saperne di ridursi al silenzio ad affidarsi alla diffusione clandestina del proprio pensiero, attraverso opere molto spesso edite sotto forma anonima per sfuggire alle inevitabili persecuzioni in caso di denuncia.

I libertini, cioè i liberi pensatori impegnati in critiche demolitrici di ogni forma di conformismo e di ogni dogmatismo in campo etico e religioso, si rifanno filosoficamente a quelle concezioni antiche che lo stesso Rinascimento aveva poco valorizzato, preferendolo sopra tutti Platone o Aristotele. Ora invece l'atomismo di Democrito e l'edonismo epicureo, il dubbio scettico unitamente al naturalismo rinascimentale e al materialismo di Hobbes, insieme al positivo apprezzamento della scienza galileiana, costituiscono l'armamentario del libertino, da cui egli trae gli strumenti per esercitare il suo diritto alla libera ricerca.

Va ricordato che l'origine aristocratico o tutt'al più alto borghese dei principali esponenti del movimento fa sì che il libertinismo professi una doppia morale nei confronti delle autorità politiche e religiose, a cui proclama obbedienza pubblicamente (tra l'altro, bisogna tener conto della circostanza che molto spesso la maggior parte dei suoi membri direttamente o indirettamente sono al servizio dello stato), ma che invece critica nella sua produzione letteraria "occulta" sino a giungere agli esiti più estremi. L'autorità ecclesiastica e monarchica viene poi talvolta ritenuta necessaria allo scopo di creare ordine sociale, attraverso il controllo delle masse con la superstizione o la minaccia di dure pene. Si tratta quindi di un movimento intellettuale in sé indubbiamente aristocratico, anche se i suoi prodotti teorici sono indiscutibilmente critici se non rivoluzionari, in quanto indirizzano le proprie argomentazioni a colpire la convenzionalità di usi e costumi e la falsità degli ambienti sociali alti, per non dire delle contestazioni radicali a un certo tipo di tradizione religiosa.

Gli esiti dei contributi del libertinismo sono molto disparati risentendo e della personalità dei singoli ricercatori e dell'epoca in cui essi elaborarono le loro ricerche, la storiografia non di meno ha da tempo individuato almeno tre generazioni per così dire di libertini. La prima risente molto ancora del naturalismo rinascimentale ed è diretta alla critica delle convenzioni e fondata sull'epicureismo con chiari intendi anticristiani; in questa fase le principali figure sono individuate in Giulio Cesare Vanini e Théophile de Viau. La seconda generazione è quella del libertinismo detto erudito, che ha tra i suoi maggiori nomi quelli di François de La Mothe Le Vayer e Gabriel Naudé; i suoi membri, scettici ad oltranza, sono accomunati dall'indifferenza nei confronti del sociale, mostrando di preferire la difesa della propria libertà intellettuale, ed occupandosi delle più diverse tematiche con spirito critico. I libertini della terza generazione, di cui fanno parte Saint-Evremond e Bernard de Fontenelle, si evolveranno lentamente verso la critica all'assolutismo di Luigi XIV, ed in atteggiamenti teorici estremamente critici, tanto da potersi parlare già di un preilluminismo: celebri al proposito i lavori di Cyrano de Bergerac che segnano una ripresa del naturalismo. E' inoltre in questo periodo che vedranno la luce la maggior parte dei manoscritti clandestini di impronta atea, anticlericale ed antiassolutistica destinati a circolare in Francia sino ai primi decenni del Settecento, di cui quello ora presentato in Episteme è un eccellente esempio, anche se si presenta piuttosto moderato in materia di critica religiosa, e mostra di essere aperto alla ricerca in modo libero da dogmi di qualsiasi natura.

Per concludere la nostra brevissima panoramica della letteratura clandestina di stampo libertino, potremmo fare nostra la considerazione di Margaret C. Jacob, autrice del pregevole Massoneria illuminata3, a proposito della reale portata dei più notevoli contributi storici del passato sull'Illuminismo, che vengono rimproverati sostanzialmente di aver esaminato con grande precisione soltanto gli edifici più elevati "ignorando però i numerosi architetti, capimastri e artigiani che contribuirono alla loro creazione in quanto testi e in seguito, nelle nuove enclave sociali, li corredarono di svariati e precisi significati".

Giudizio che trova un'eco precisa presso il già segnalato link a McKenna intitolato: Les manuscrits philosophiques clandestins de l'Age classique: bilan et perspectives des recherches, lì dove egli significativamente afferma che: "la littérature philosophique clandestine pose des questions aux spécialistes de la philosophie et de l'histoire des idées, de l'histoire de la religion, de l'apologétique et de la littérature, comme aussi de l'imprimerie, de la censure et de la diffusion des textes. La découverte progressive des fonds de clandestina s'est accompagné d'un approfondissement des études dans le domaine de l'histoire des idées. On ne peut plus se satisfaire de l'image traditionnelle de la philosophie à l'Age classique, réduite à quelques textes prestigieux: la littérature clandestine nous oblige à lire entre les lignes et à découvrir le véritable contexte intellectuel qui donne leur sens aux démarches des grands philosophes" (sottolineatura nostra).

Vorrei ora attirare l'attenzione molto brevemente sulla struttura ed i contenuti di questo saggio organizzato in sei capitoli, ognuno dei quali si occupa da una particolare angolazione di questioni che gli antichi si erano poste circa alcuni aspetti concernenti il mondo, concetto che deve essere inteso sia in senso ristretto come pianeta Terra, sia in un senso più ampio, cioè come cosmo di cui la Terra non è che una parte che condivide la sorte del tutto.

L'opera nella sua globalità risulta estremamente frammentata, e presenta una ricorsività a volte esasperante dovuta alla ripetitività degli autori e delle opere a cui lo scrivente si rifà, ma a parte questo difetto di impostazione, scelto molto probabilmente per non risultare confusionario nel trattare in breve di così numerose tematiche che avrebbero a dir il vero potuto essere il tema di altrettanti brevi saggi, egli ha scelto così di trattare di sei argomenti diversi anche se interconnessi, e di citare ogni volta le fonti a cui attingeva le sue informazioni, le quali per ovvi motivi sono nell'arco di tutti e sei i capitoli quasi sempre le medesime.

Nel primo capitolo, Idee che gli Antichi si sono formate sul Mondo, troviamo un'ampia rassegna delle concezioni degli autori dell'antichità sul sistema cosmologico globalmente concepito, geocentrico o eliocentrico, e problemi relativi al movimento dei pianeti, del Sole, o delle stelle fisse, nonché sulla sua unicità o pluralità e sulla sua infinità o limitatezza a quanto ci è dato vedere di esso. In questo capitolo vengono illustrate soprattutto le opinioni attribuite alle più antiche culture degli Egizi, Fenici, Caldei, Siriani, unitamente a quelle dei primi filosofi greci che si sono occupati nei loro sistemi di cosmologia, in modo da evidenziare quali fossero le più antiche concezioni storicamente note e poterle paragonarle poi con quelle più tarde dell'età ellenistica greche e romane ma soprattutto ebraiche4, cioè con il libro della Genesi.

Il secondo capitolo, Opinioni degli Antichi sull'origine del Mondo, si occupa prevalentemente delle contrapposte concezioni sull'eternità o meno del mondo, e di come esso si sia formato da sé oppure sia stato creato da un essere intelligente. Molto interessante la trattazione del cosiddetto anno periodico o grande anno, e la considerazione del mito della fenice come simbolo del rinnovamento del mondo, anche se purtroppo la pista della decifrazione del mito come sapere codificato a base cosmologica ed ermetica sembra essere del tutto estranea al nostro autore5.

Il terzo capitolo, Opinioni degli Antichi sulla fine del Mondo, è molto interessante ed è ovviamente in strettissima correlazione con il precedente in cui erano state riportate le varie concezioni sulla nascita del mondo. In esso vengono riportate varie ipotesi sulla durata del mondo e le modalità attraverso cui esso dovrebbe estinguersi. Significativa la tesi della fine del mondo in un rogo globale che riecheggia la conoscenza arcaica di eventi catastrofici che hanno portato a distruzione numerose volte grandi civiltà del passato, di cui la storia alternativa ha cominciato ad occuparsi intensamente negli ultimi dieci anni, a partire dagli studi di Graham Hancock e numerosi altri autori.

Il quarto capitolo, Quel che gli Antichi hanno pensato sulla Terra, trova il suo centro di interesse principale nella constatazione della conoscenza sin dalle più antiche età dell'umanità della nozione della sfericità della Terra, che viene attribuita agli Egizi, ai Caldei, ai Libici tra i primi, ed a tutti gli altri popoli antichi. Vengono poi riportate considerazioni sulla divisione del nostro pianeta in zone climatiche specifiche comprese tra i due poli, e sull'Oceano che circonda le terre abitate e le più remote contrade conosciute dagli antichi.

Il quinto capitolo, Delle rivoluzioni alle quali gli Antichi hanno creduto la Terra soggetta, presenta nozioni interessantissime tratte dagli autori antichi soprattutto greci e romani sulle metamorfosi avvenute sul nostro pianeta, del tipo terre emergenti dal mare o mari sommergenti la terraferma, o anche mutazioni climatiche che hanno reso fertili contrade desertiche e viceversa. È in questo capitolo che viene trattato il mito del diluvio universale

Il sesto capitolo, Degli abitanti della Terra, è il più lungo di tutti, e rappresenta la parte etnografica del saggio, essendo le precedenti di natura prevalentemente cosmologica, geografica, climatologica e geomorfologica, come abbiamo sommariamente descritto. Basandosi prevalentemente su poche ma importanti opere dell'antichità, quali Le storie di Erodoto, le Antichità romane di Dionigi di Alicarnasso, la Biblioteca storica di Diodoro Siculo, e Il Periplo della Grecia di Pausania, Mirabaud evidenzia come tutti i movimenti di popoli noti attraverso la storia antica testimonino dell'esistenza di popoli indigeni nei territori raggiunti dalle migrazioni di etnie note, per affermare infine che il mondo è sempre stato popolato in ogni dove da gente di razze diverse. Soprattutto degnissimo di alta considerazione appare lo spazio che Mirabaud assegna alle incessanti migrazioni Pelasgiche, vero buco nero della più profonda storia antica su cui sarebbe ora di effettuare delle fondamentali rettifiche, dopo che numerosi studi degli ultimi decenni hanno consegnato studi innovativi a dir poco rivoluzionari. E su ciò mi prefiggo personalmente di ritornare presto.

Comunque sia, lo scopo polemico è rivolto verso la concezione ebraico-cristiana contenuta in Genesi, secondo cui il racconto biblico della creazione di Adamo corrisponderebbe a quella del primo uomo sulla Terra. Mirabaud non esita però a sostenere che "gli Ebrei ed i Cristiani di buon senso spiegano l'intera Genesi in modo allegorico, sostenendo in particolar modo a proposito della formazione dell'uomo che sotto il nome di Adamo, e cioè rosso, che era il colore naturale della terra, erano compresi generalmente tutti gli uomini che Dio aveva formato con questa terra in tutti i diversi paesi del Mondo []. Il senso letterale tuttavia diventando in seguito quello a cui i Cristiani si sono unicamente rapportati, si è fatto una specie di scrupolo di ricorrere all'allegoria per spiegare dei fatti che sono non di meno inspiegabile senza il suo ricorso, si è preferito smentire tutte le storie antiche che rinunciare alla servitù della Terra e uomini di scienza hanno abusato della loro erudizione per provare attraverso delle congetture o evidentemente false o per lo meno sempre frivole o puerili che tutti gli uomini erano discesi da Adamo e dei figli di Noè."

La traccia mitologica è, come già detto, nota a Mirabaud, ma egli non la usa affatto ai fini dell'indagine storica, preferendo purtroppo ricorrervi en passant. Un vero peccato se si pensa ai risultati conseguibili attraverso una comparazione della mitologia di varie culture, sicché spetterà ad altri nomi di conseguire risultati degni di nota in questo fondamentale settore della ricerca. Ricordiamo soprattutto, sebbene con intenti diversissimi l'uno dall'altro, Dom Pernety con le sue celebri opere Dictionnaire Mytho-Hermétique del 1758 e Fables égyptiennes et grecques del 1786; Charles de Brosses, con Du culte des dieux fétiches ou parallèle de l'ancienne réligion de l'Egypte avec la réligion actuelle de Nigritie del 1760, ma ancor più rilevante la figura di Charles François Dupuis, con il celeberrimo e grandissimo L'origine de tous les cultes, del 1795.

Ma anche su tali tematiche ci riserviamo di tornare in altra occasione, in cui riprendere i fili di quanto già esposto nel nostro saggio su Il mulino d'Amleto di Giorgio de Santillana (vedi Episteme N. 5), ma pure in questa presentazione del breve saggio di Mirabaud, nell'intento di attualizzare la mentalità arcaica e gli angoli volutamente lasciati in ombra della primordiale storia umana.
 
 

(Frontespizio dell'edizione del 1700 di Histoire de Calejava di Claude Gilbert;
quasi del tutto distrutta dalla censura, uno dei pochi esemplari superstiti
è presente presso la Biblioteca Nazionale di Parigi.
Quest'opera costituisce uno dei massimi esemplari della letteratura politico-utopistica
del tardo Seicento, cioè della fase storica contraddistinta
dal consolidamento dell'istituto assolutistico.)
 
 
 

(Frontespizio del Traité des trois imposteurs dell'edizione del 1777di autore ignoto,
edito per la prima volta nel 1719 come L'Esprit de Spinosa. Si tratta indubbiamente
del più celebre dei testi libertini, in cui si sostiene la nota tesi della religione come instrumentum regni, il cui scopo fondamentale non sarebbe altro quindi che ingannare le masse ad unico beneficio del potere. I tre impostori si riferisce alle figure di Mosè, Gesù e Maometto accomunati come propagatori di falsità a danno della ragione e dei più. Ritenuto a lungo opera di Henry de Boulainvilliers (1658-1722), di recente è stato attribuito dalla Prof.ssa Silvia Berti invece a Jan Vroesen, consigliere della corte di Brabante a l'Aia.)
 
 

NOTE


 






1 Con il sottotitolo Le Monde, son origine et son antiquité. Première partie. L'indicazione di parte prima si riferiva al fatto che un secondo opuscolo avrebbe trattato di un argomento sempre attinente a concezioni elaborate nell'età antica, ma questa volta riguardante non le scienze naturali bensì quelle morali, e precisamente dell'immortalità dell'anima. Tale seconda parte, infatti, intitolata De l'Ame et de son immortalité. Seconde partie, presentava la stessa forma grafica della prima. Una prefazione posta all'inizio di Le Monde... sanciva inoltre l'unità editoriale dei due testi, rimarcando così che essi provenivano da un unico autore. Una versione originaria del saggio era però apparsa già nel 1740 in Dissertations mêlées sur divers sujets importants et curieux (Dissertazioni varie su alcuni argomenti importanti e curiosi), stampati ad Amsterdam da Jean Fréderic Bernard. Le opinioni sull'anima, già presentate nel 1743 in Nouvelles libertés de penser, vennero poi ripubblicate nel 1751.

2 Jean-Baptiste de Mirabaud. Nacque a Parigi nel 1675, intraprese la carriera militare per poi diventare precettore delle due figlie della duchessa di Orléans. Fu amico di La Fontaine, tradusse ottimamente la Gerusalemme liberata e l'Orlando furioso, stimate imprese letterarie che gli meritarono il posto all'Accademia di Francia il 22 agosto del 1726. Nel 1742 fu nominato segretario perpetuo dell'Accademia, incarico che rassegnò nel 1755. Morì il 24 giugno del 1760. Va ricordato anche che Mirabaud ha scritto una terza Opinions..., nota come Opinions des Anciens sur les Juifs. Le prime due Opinions, composte non oltre il 1722, furono considerate sin dal XVIII secolo come opere di Mirabaud, che fu in relazione con Boulainvilliers e anche amico dell'abate Jean-Baptiste Le Mascrier, ritenuto il responsabile dell'edizione del 1751 (forse assistito da Du Marsais), oltre che l'autore della Prefazione e del Saggio sulla Cronologia. Oggi si attribuisce la stampa di quest'ultima edizione al libraio parigino David il giovane, il quale depose una richiesta di permesso tacito a questo proposito nell'ottobre del 1750, che gli venne però ovviamente respinta. L'opera fu malgrado ciò edita. Una "seconda edizione, corretta con cura" apparve a Londra nel 1778.

3 Margaret C. Jacob, Massoneria illuminata. Politica e culture nell'Europa del Settecento, Einaudi, 1995, trad. it. di Living the Enlightenment. Freemasonry and Politics in Eighteenth-Century Europe, Oxford University Press, 1991.

4 Il nostro autore infatti appare preso quasi da un comprensibile furore iconoclastico nei confronti del popolo ebraico, e cioè nei confronti della Genesi, in quanto in questo modo intende colpire indirettamente un bersaglio tanto disprezzato quanto temuto ancora nell'era dei Lumi, in cui il Tribunale della Santa Inquisizione, seppure in modo più moderato rispetto al XVII secolo (essendo molto mutati i tempi e l'opinione pubblica colta), non mancava di continuare a colpire coloro che si mostravano troppo arditi in ipotesi critiche sulla religione, che potessero porre in difficoltà sia l'istituzione teocratica rispondente al nome di Chiesa cattolica, sia i suoi difensori più alacri, soprattutto quei militanti organici più fanatici raccolti nella Compagnia di Gesù. I poteri statuali europei, fiancheggiati dagli esponenti di maggior spicco dello strato intellettuale illuministico, riusciranno poi (soprattutto dopo l'esperienza delle reducciones del Paraguay, vissute come un'ingerenza da parte della Chiesa nei confronti della politica imperialista delle grandi potenze mediterranee del regno del Portogallo e di quello della Spagna) a porre fuorilegge sino alla fine dell'età napoleonica il potentissimo ordine.

5 Resta comunque il fatto che Mirabaud sembra concedere, almeno in questo passo, un minimo di razionalità anche se di tipo poetico al mito, e ciò anche se può sembrare poco lo differenzia enormemente da molti pensatori razionalisti quali ad esempio Fontenelle, che in due sue celebri opere concernenti l'antichità, e cioè Histoire des Oracles del 1687, e Origin des fables del 1724, si limita prevalentemente alla polemica culturale di stampo squisitamente illuministico, con il suo condannare la superstizione religiosa nell'intento di colpire la Chiesa. Più ancora che Fontenelle menzioniamo Charles de Brosses, che in Del culto degli dei feticci del 1760 assume un atteggiamento marcatamente razzistico nell'intento di demolire il grande credito avuto dall'antico Egitto sia presso gli antichi greci e romani sia presso i cultori di storia antica.
 
 


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[Una presentazione dell'autore di questo commento si trova nel numero 5 di Episteme]

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