San Francesco, le stimmate e la Sindone:
una possibile antistoria del cristianesimo

(Arcangelo Papi)
 

PARTE PRIMA


 



I. PREMESSA

I.1. Per un lavoro come questo, sembra necessaria una premessa, al tempo stesso un avvertimento. Non abbiamo pretese di storicità, e ciò che diremo potrebbe raccordarsi ad una fiction, trattandosi infatti di una traccia meramente ipotetica. Il rischio della fantastoria è chiaramente insito nelle trame indiziarie, i cui elementi simul stabunt aut simul cadent. La nostra "antistoria" (con tutti i limiti che la caratterizzano) vuole essere soltanto la 'narrazione di una congettura', cioè una specie di suggestivo racconto di possibili oscuri risvolti, e non certamente un attacco alla fede. Esporremo tutta una serie di indizi (i quali tali restano non potendo assurgere al rango di prova), che dal medioevo francescano si ricondurrebbero alla morte di Gesù, attraverso la Sindone, il famoso telo di lino, che rimonterebbe a quasi duemila anni fa, e che riteniamo perfettamente genuino (malgrado la recente radiodatazione al carbonio 14, che ne proverebbe secondo la scienza l'origine medievale, e perciò solo, la sostanziale falsità). Se potessimo applicare un'etichetta, diremmo che si tratta di una trama del possibile, a costo dell'improbabile. Viene dunque affrontato un argomento assolutamente aleatorio, sigillato nel mistero, e non potrebbe essere fornita altra garanzia, se non quella di un'astratta coerenza. Una siffatta impresa si potrebbe paragonare alla ricerca di un 'giallista' dilettante (che fa, appunto, le cose per "diletto"!), al quale compete, esclusivamente, un'istanza di ragionevolezza, rispetto all'invisibile e sotterraneo dipanarsi d'incontrollabili eventi, senza alcuna pretesa di sostituirsi allo storico. Non disponendo di altre garanzie, non potremo dire, come afferma San Paolo (Tess. 5, 21), "esaminate ogni cosa e tenete ciò che è buono". Ma alla stregua d'una qualsiasi indagine ricostruttiva, varrà l'avvertimento dell'"escludi l'improbabile e il probabile verrà fuori da sé". Quindi il lettore è avvertito. Egli assisterà al dipanarsi di una trama, che gli viene per così dire 'narrata' col solo fascino delle allusioni e senza l'inoppugnabile crisma della storicità. Non vogliamo infatti incorrere in una indebita invasione di campo nell'ambito della storiografia ufficiale, ma soltanto profilare gli estremi di un percorso alternativo.

I.2. In ogni caso forniremo un kit bibliografico di riferimento - si passi l'espressione - direttamente inserito nel testo, poiché non è questo un articolo scientifico, munito di note, trattandosi invece d'una ricostruzione che può fungere soltanto da stimolo. Nondimeno ciò consentirà il controllo di tutte le nostre affermazioni, che attengono ad un percorso singolare e inconsueto. La falsificazione dei nostri assunti non arrecherebbe alcun danno alla verità, ed anzi aiuterebbe a sbrogliare il singolare intreccio di elementi che crediamo di aver scorto e che ci accingiamo ad esporre col corredo di alcune immagini, parte delle quali messeci a disposizione dall'amico Marco Francalancia (che, va da sé, ringraziamo sentitamente), nipote del grande pittore del primo Novecento italiano Riccardo Francalancia. Tutto ciò nella speranza di non annoiare troppo il lettore (malgrado i frequenti incisi che spesse volte spezzeranno il racconto, facendo perdere per qualche attimo il filo) e soprattutto, di non gravarlo di improbabili astruserie, fornendogli al contrario, com'è nostra speranza, interessanti, per quanto incertissimi, spunti di riflessione, in uno spaccato misterioso nel quale non ci siamo inventati nulla, trattandosi, se mai, di errate interpretazioni, del che giudicherà il lettore stesso.

II. LE STIMMATE DI SAN FRANCESCO

II.1. San Francesco - l'Alter Christus secondo la versione agiografica della Legenda Major di San Bonaventura - fu il primo stimmatizzato della storia. In base alla descrizione di Tommaso da Celano (che figura nella Vita Prima, III, 95, composta nel 1228-1229, e ritrovata soltanto nel 1786, dopo l'ordine di distruzione di tutte le precedenti biografie, impartito nel Capitolo generale di Narbona del 1260), <<le sue mani e i piedi apparvero trafitti nel centro da chiodi, le cui teste erano visibili nel palmo delle mani e sul dorso del piede, mentre le punte sporgevano dalla parte opposta. Quei segni poi erano rotondi dalla parte interna delle mani, e allungati nell'esterna, e formavano quasi un'escrescenza carnosa, come fosse punta di chiodi ripiegata e ribattuta. Così pure nei piedi erano impressi i segni dei chiodi sporgenti sul resto della carne. Anche il lato destro era trafitto come da un colpo di lancia, con ampia cicatrice, e spesso sanguinava, bagnando quel sacro sangue la tonaca e le mutande>>. Questa descrizione lascia invero molti dubbi, anche perché non si capisce bene quanti siano stati i chiodi delle ferite, se appunto tre o quattro. Sembrerebbe tre soltanto, con un solo chiodo per i piedi. Del resto la questione delle stimmate non termina qui, e non si risolve in questo passo del primo biografo francescano. E' molto più articolata e complessa, ed è diversamente affacciata nelle varie fonti che si susseguirono dopo il 1228, anno di canonizzazione da parte di Gregorio IX ed anche della stesura della prima biografia ufficiale del Santo, direttamente commissionata dal Papa a Tommaso da Celano, che fu, a propria volta, frate francescano: prese infatti l'abito alla Porziuncola nel 1215, l'anno del famoso Capitolo delle stuoie, e visse, almeno per un certo periodo, in intimità con San Francesco, il che lo rende testimone credibilissimo a pena di falsità intenzionale. Importantissima fonte francescana, Tommaso scrisse (sempre in latino) la Vita Seconda nel 1246-1247, quindi una terza biografia, e infine il Trattato dei miracoli attribuiti dalla tradizione a San Francesco. La sconvolgente versione delle stimmate riflette in ogni caso un evento clamoroso, e non può essere considerata gratuita o addirittura inventata, ad appena due anni di distanza dalla morte del Santo.

II.2. Alla fine del XII secolo e agli inizi del XIII alcuni mistici si infliggevano deliberatamente delle ferite sulle tracce di quelle di Gesù. Il primo caso noto di vera stigmatizzazione fu proprio quello di San Francesco, che tanto colpì il sentimento religioso dell'epoca, fino a diventare, nei secoli, un dato necessario e scontato della vita del Santo. Tommaso afferma che nelle sue ferite vi erano delle 'escrescenze carnose', a forma di 'veri chiodi', anche nei piedi. Molti contemporanei furono tuttavia scettici, e tra questi (secondo le fonti) il vescovo di Olmuetz, oltre il Papa stesso. Del resto la Chiesa non impone la fede nelle stimmate, ed in effetti, secondo la Nuova enciclopedia cattolica (1967), non esiste nessun elenco attendibile di persone stigmatizzate. Secondo la Columbia Encyclopedia, dal tempo di San Francesco a oggi, circa 240 donne e 60 uomini 'cattolici apostolici romani', avrebbero ricevuto le stimmate. I medici che studiarono alcuni casi di stigmatizzati, occorsi nell'Ottocento, il grande secolo del positivismo scientifico, si dichiararono convinti della "realtà obiettiva" delle stimmate ed anche dell'onestà personale di questi soggetti. Si sa di stimmate ricevute da asceti musulmani, le cui ferite corrispondevano a quelle subite da Maometto, quando guidò la lotta di diffusione dell'Islam. Nei casi scientificamente analizzati le prove puntano tutte in direzione di una spiegazione naturale. L'individuo che ha le stimmate può essersi inflitto da solo le ferite mentre si trovava in uno stato di estasi religiosa, per poi non ricordare l'accaduto. Oppure può trattarsi d'un processo fisiologico, propriamente di origine 'psicosomatica', secondo la versione dovuta alla medicina moderna. Questa spiegazione è stata applicata ad uno dei casi più clamorosi del Novecento, quello della tedesca Theresa Neuman (Konnersreuth, Alto Palatinato). Ma la Neuman non fu sottoposta ad una accurata visita medica che appunto potesse portare a una valida conclusione. Si è invece scoperto che il posto in cui appaiono le stimmate è associato alle credenze religiose delle persone che le presentano. Ed è questo, a nostro giudizio, un dato emergente assai indicativo, capace di conciliare razionalità e fede, a prescindere dalla verità storica delle stimmate di San Francesco.

II.3. Non si sa con certezza se Cristo fu ferito, dal famoso colpo di lancia, sul fianco destro o su quello sinistro, anche se appare più coerente la prima ipotesi. Si può inoltre ritenere che un solo chiodo abbia trafitto i piedi sovrapposti. Le risultanze archeologiche (1968), e si tratta di un solo caso (Jehohanan), non sono affatto chiare (cfr. J. Zias e J.H. Charlesworth, Crocifissione: l'archeologia, Gesù, e i manoscritti del mar Morto, in Gesù e la comunità di Qumran, Piemme, 1997, pag. 287 ss.). Dopo l'introduzione, nel XVII secolo, del culto del Sacro Cuore, un numero sempre maggiore di persone mostrò la tendenza ad avere stimmate sul fianco sinistro, e non sul fianco destro (colpo di lancia, inferto da destra verso sinistra, a colpire il cuore, provocando repentina la morte, come risulta dalla ferita intercostale emersa dall'esame ispettivo della Sindone). In un affresco di Giotto, San Francesco, miracolosamente apparso in sogno al dubbiosissimo Papa che pure lo aveva canonizzato, mostra la sua ferita a sinistra del costato. In alcuni casi si è addirittura scoperto che le ferite corrispondono a quelle dell'immagine di Cristo Crocifisso, dinanzi alla quale la persona pregava abitualmente (da Almanacco universale delle cose più strane e curiose, Mondadori, 1979, pag. 240 ss.). Dei tre tipi possibili di croce (cioè capitata, commissa e decussata: cfr. Jesus, Torino, 1982, vol. 2, pag. 616) si riteneva tradizionalmente nel Medioevo, che la croce di Cristo fosse quella commissa, cioè a forma di Tau. Quest'ultimo dato ci riporta a San Francesco, che venerò questo simbolo di origini bibliche, con particolarissima e significativa devozione. L'argomento verrà ripreso in seguito.

II.4. Il caso più clamoroso di stigmatizzazione dei nostri giorni è stato quello di padre Pio, prima beatificato, e poi fatto santo, da Giovanni Paolo II. Mario Guarino (in Beato Impostore-Controstoria di padre Pio, ed. Kaos, 1999) ne pone in dubbio la genuina stigmatizzazione, evidenziando i possibili momenti di una frode. La pensa allo stesso modo il noto matematico Piergiorgio Odifreddi (cfr. Beato lui, pag. 85, un capitoletto del recente libro "La Repubblica dei numeri ", 'Sezione Religione', Raffaello Cortina Editore, 2002), che in questo contesto, non solo si occupa della Sindone (il famoso lenzuolo di lino di metri 4,36 per 1,10 nel quale sarebbe stato avvolto il corpo di Gesù: cfr. op. cit., pag. 75, Un'impressione negativa), ritenendola un falso mal riuscito, ma tratta anche della figura di Gesù, a suo giudizio poco assistita da chiari elementi di probatorietà storica (cfr. op. cit., pag. 71 e ss., con riguardo al recente ed accurato lavoro di Peter Partner, Duemila anni di cristianesimo, Einaudi, 2001, opportunamente richiamato dall'Autore a suffragio di queste perplessità).

Secondo Odifreddi (op. cit. pag. 11), la Chiesa <<ha non solo avallato, ma orchestrato>> gli avvenimenti più imbarazzanti dell'anno giubilare: ad es. <<la lettura del terzo segreto di Fatima (13 maggio 2000) e l'ostensione della Sindone (12 agosto- 22 ottobre)>>. Per cui <<imputare, all'alba del terzo millennio (nel nuovo secolo dell'iperscienza), la cattiva mira di un cecchino a un intervento provvidenziale della Madonna di Fatima, e ostinarsi a considerare un telo apparso nel 1353 e scientificamente datato a quella stessa epoca come un'impronta miracolosa dell'anno 33, significa rivolgere il proprio messaggio agli uomini di (molta) buona volontà, ma non a quelli di sia pur mediocre razionalità>>. Una critica del tutto legittima, peccato che le miracolose 'epifanie del sacro' amino presentarsi proprio nello stridente e del tutto inconciliabile contrasto tra 'evento' e sua giustificazione 'razionale'. Quando poi si analizza a fondo la categoria del 'razionale' (alle cui certezze non si può certo rinunciare con facilità), non è che emergano conferme sicure della versione parmenidea (fatta propria da Hegel) che "il razionale è reale" o viceversa. La logica pura conosce, del resto, sorprendenti paradossi. Ed è stato proprio San Paolo a citare una particolare versione del c.d. paradosso di Epimenide, il famoso cretese mentitore. Nel 1931 il viennese Goedel dimostrò l'incompletezza dell'aritmetica, assieme all'impossibilità di dimostrare la non contraddittorietà di essa, che sembrava invece cosa certissima ed evidente di per sé. Il 'razionale' è solidissima categoria dell'intelletto, ma il 'sacro' postula di per sé il 'mistero', paradossalmente la sovversione stessa della 'ragione', anche se la 'fede' non può certamente fondarsi sull'assurdo, come mostrò, nel Medioevo, la filosofia scolastica, cercando un sostenibile equilibrio tra i due termini antitetici, dal momento che in passato era stato professato il "credo quia absurdum est". Le epifanie del sacro sono sconcertanti per eccellenza, ma non per questo 'irrazionali', e cioè sovvertitrici della ragione. La Sindone viola forse la razionalità? Non ci sembra affatto. E neppure le stimmate, per le quali giunge tuttavia naturale il sospetto di una truffa. Ma non vogliamo convincere nessuno. Infatti ignoriamo la verità, ed anzi la stiamo ricercando proprio attraverso il nostro 'banco di prova' di una possibile e plausibile correlazione tra le stimmate di San Francesco e la Sacra Sindone, nella cui direzione - documentaristica e di profondi significati religiosi - crediamo possa celarsi uno stupefacente 'mistero', che in qualche modo vorremmo cercare di esporre e tentare di risolvere sul presupposto di uno stretto collegamento, che risulterebbe comprovato da tutta una serie di particolari indizi che è nostro intento partecipare al lettore.

II.5. A nostro avviso le stimmate di San Francesco, sicuramente non autoprovocate, erano reali, e molto probabilmente di origine 'psicosomatica'. C'è tuttavia la possibilità che si sia potuto trattare di un pia fraus, dovuta, come vedremo, ad un intervento di fra' Elia. L'ipotesi è stata attentamente presa in considerazione dall'illustre medievalista Chiara Frugoni in un recente saggio storiografico sull'iconografia francescana, al quale non si mancherà di fare dovuto riferimento. Ciò non toglie che la vicenda delle stimmate possa avere avuto singolari risvolti, collegandosi a sorprendenti retroscena che in questo articolo vorremmo snidare dall'ombra in cui sembrano avvolti. Ci invoglia ad imboccare questo inusuale percorso tutta una serie di elementi la cui concatenazione ci è sembrata alquanto significativa e per nulla immaginaria, a partire dalla famosa "benedizione" di San Francesco a fra' Leone, la "pecorella di Dio", rappresentata da una chartula autografa del Santo, che ancora si conserva (Fig. 1). In questo singolare documento francescano potrebbe infatti celarsi un mistero.
 
 


(Fig. 1)


 






III. LA 'CHARTULA' DI S. FRANCESCO CON LA 'BENEDIZIONE' A FRA' LEONE

III.1. La nostra congettura - collegando le stimmate di San Francesco d'Assisi alla non remota possibilità che durante la quinta crociata proclamata da Innocenzo III nel 1215, i Templari gli avessero mostrato la Sindone in loro mani dal 1204 ed oggi conservata a Torino nella seicentesca cappella del Guarini dedicata a San Giovanni Battista, ma non più esposta alla pubblica devozione dopo il grande ed inspiegabile incendio scoppiato nella notte tra l'11 e il 12 aprile del 1997 che provocò danni per oltre trenta miliardi di lire di allora (si veda al riguardo l'ampia documentazione fotografica di L. Vidal e A. Maragoni, Il fuoco e la Sindone - L'ultimo incendio, Timeo Editore Bologna, 2000) - ovviamente parte dal 'mistero Gesù' e dalle stesse oscure 'origini del cristianesimo', per arrivare alla famosa chartula del Santo - recante 'a recto' le Lodi di Dio e 'a verso' una benedizione autografa contrassegnata da un "Tau", che fu consegnata da San Francesco a fra' Leone, subito dopo l'episodio stigmatico della Verna (settembre 1224, giorno della festa della Santa Croce e di S. Michele Arcangelo). Questo straordinario e singolarissimo documento francescano è perfettamente conservato ed è oggettivamente controllabile. Esso è stato fino ad oggi interpretato in modo nettamente diverso da quanto invece suggeriamo, pur sempre in stretta connessione col clamoroso episodio stigmatico della Verna. Infatti nessuno prima d'ora ha mai chiaramente ipotizzato che questa chartula potesse alludere direttamente alla Sindone, addirittura effigiandola. Forse alcuni studiosi del francescanesimo (come ad es. il Fortini) potrebbero averci pensato, ma sarebbe mancato il coraggio storico di seguire fino in fondo questa inopinata traccia.

III.2. Racconta il biografo Tommaso da Celano che <<uno dei compagni del Poverello, mentre se ne stava sul monte Alvernia, rinchiuso in una cella, desiderava con ardore avere uno scritto che rimanesse memorabile, perché brevemente annotato dalla mano stessa del Santo con parole del Signore ... Ed ecco che un giorno il Beato Francesco lo chiama e gli dice: "Portami carta e inchiostro, perché voglio scrivere le parole del Signore e le lodi a Lui, che ho meditate nel mio cuore ". E avuto quanto chiedeva scrisse di propria mano le Lodi di Dio e le parole che desiderava e da ultimo la benedizione del frate, dicendo:" Prendi questa carta e fa' custodirla diligentemente fino al giorno della tua morte". Subito ogni tentazione sparisce, al contatto di questa pergamena che viene conservata e opera prodigi>>. E fra' Leone medesimo scrisse, in testa al foglio, sul verso: <<Due anni prima della sua morte il Beato Francesco fece una quaresima sul monte Alvernia in onore della Beata Vergine Maria, madre del Signore, e del Beato Michele Arcangelo, dalla festa dell'Assunzione di Santa Maria Vergine sino alla festa di San Michele in settembre. E la mano del Signore scese sopra di lui; dopo la visione e l'allocuzione del Serafico e l'impressione delle stimmate di Cristo nel suo corpo, compose queste lodi che si trovano scritte di sua mano nell'altra parte del foglio, ringraziando il Signore per il beneficio concessogli>>. E verso la metà del foglio, aggiunse: <<Il Beato Francesco scrisse di sua mano questa benedizione a me frate Leone>>. E in calce: <<In simile modo, cioè di sua mano, tracciò questo segno, il Thau>>.

III.3. Il Tau, tracciato da San Francesco sulla chartula consegnata a fra' Leone, è chiaramente un simbolo biblico, ma allo tempo stesso un segno adottato dai Templari, come del resto, il lacero 'saio marrone' dei suoi poverissimi 'frati' volutamente ripercorreva la forma stessa della croce commissa, e, come sembra altrettanto plausibile ed evidente, intendendo alludere al 'primo abito' del converso templare, che era proprio di colore marrone prima dell'assunzione dell'abito bianco dei cavalieri. In altre parole, si dovrebbe ipotizzare una sorta di affinità nascosta tra i due Ordini, quello francescano e quello templare, secondo la loro ben distinta natura e vocazione. L'ordine francescano ribaltò letteralmente la vocazione militare e guerriera di quello templare, col motto di "pace e bene" ed un esempio perfettamente pacifico di preclare virtù evangeliche. Ma questo totale rovesciamento di prospettive non depone affatto in contrario. Anzi rafforza l'idea della similarità 'in apicibus'. La chartula è conservata nel tesoro del Sacro Convento di Assisi ed è stata dianzi riprodotta per il controllo dei lettori. Nessuno ne ha mai messo in dubbio l'autenticità, ma verso il 1895, uno storiografo cattolico, P. H. Kraus, dichiarò che secondo lui questo documento non era l'originale autentico, bensì una falsificazione del quattrocento. Lo confutò il protestante Paul Sabatier, allievo del Renan ed importantissimo biografo del Santo, recando come prova una fotografia della pergamena, che fu esaminata dai più grandi paleografi di Francia e di Germania, i quali ne attestarono l'indubbia autenticità. Asseverata l'autenticità di questa 'chartula' proveniente dalla mano stessa del Santo, ne dobbiamo adesso esaminare il singolarissimo contenuto, che non mancherà di stupire per la cifra di 'mistero' che l'avvolge, a prescindere dalla conclusioni che se ne vogliano ricavare.

III.4. Anzitutto la benedizione a fra' Leone è tratta direttamente da un passo biblico del libro dei Numeri (esattamente 6, 24-26) a proposito del nazireato, di cui costituisce un frammento opportunamente estratto, che così suona nella traduzione della Bibbia concordata: <<Il Signore ti benedica e custodisca. Il Signore faccia risplendere il suo volto su di te e ti faccia la grazia. Il Signore elevi il suo volto su di te e ti conceda la pace>>. Si noti il richiamo al "volto del Signore" e alla sua "pace", che fu il motivo principale del francescanesimo, e che sembra riferirsi in questo caso direttamente al Gesù dei Vangeli, e non al Dio biblico. Questa 'benedizione' ha antecedenti illustri. Nel 1980, nel corso di scavi in un cimitero dell'età del ferro proprio alla periferia di Gerusalemme, a Ketef Hinnom, sono state trovate due lamine d'argento, utilizzate come amuleti. Questi amuleti recano la stessa benedizione di Numeri 6, 24-26, il passo biblico testè citato. L'identica benedizione che il Sommo sacerdote impartiva nel Tempio, tenendo entrambe le mani tese, con le dita in una posizione speciale: il quarto e il quinto dito uniti, separati dal terzo e dal secondo, anch'essi uniti, ma discosti dal pollice (cfr. K. M. Kenyon, The Bible and Recent Archeology of Ancient Israel, British Museum Publications, 1987). Il libro dei Numeri è l'esaltazione di Dio, di Mosè e del suo popolo: cioè dei 'protagonisti' dell'Esodo. Le parole di benedizione di San Francesco, scritte in latino e del tutto pedisseque rispetto al passo biblico, sono esattamente le seguenti: <<Benedicat tibi Dominus et custodiat te; ostendat faciem suam tibi et misereatur tui. Convertat vultum suum ad te et det tibi pacem. Dominus benedicat, frater Leo, te>>. C'è pure una lettera di Francesco a fra' Leone, anch'essa autografa, conservata nel tesoro dei frati conventuali di Spoleto. Fra' Leone era molto preoccupato del nuovo spirito che riscontrava nell'Ordine, e ne aveva parlato a voce con Francesco, il quale, non volendo lasciare nessun dubbio nella mente della 'pecorella di Dio, gli scrisse questa lettera, che comincia proprio così: <<F. Leo F. Francisco tuo>>. Nessuno ha saputo spiegare, in modo convincente, questa formula, perché non è Leone che scrive a Francesco, ma esattamente il contrario. Preferiamo pensare che Francesco e suoi 'frati' fossero proprio come i primi 'templari'. Essi andavano due a due per le vie del mondo, ed erano tra loro come gemelli. L'uno si rispecchiava nell'altro, in uno scambio di identità reciproca. Dunque fra' Leone, pecorella di Dio, era il gemello di San Francesco, tanto più nel contesto misterioso della Verna. E qui si tratterebbe, in effetti, di un'altra evocazione o allusione sindonica, accanto al segno del 'Tau' e al disegno di un 'volto barbuto' dalla cui bocca emerge, appunto, una croce commissa, disegnata in rosso color sangue dalla stessa mano di San Francesco sulla chartula. Nel sacro lino, lungo oltre quattro metri, il corpo di Gesù è diviso in due immagini, quella della parte superiore del corpo e quella impressa di schiena. I 'frati templari', rappresentati in 'coppia', due a due sopra un solo cavallo, nei sigilli del Tempio, e i 'frati francescani' inviati, due a due, a predicare per le vie del mondo, sembrano corrispondere ad un medesimo modello, e questo 'modello' alluderebbe all'immagine bipartita della Sindone, riprendendone chiaramente lo spunto. Ne costituirebbe, cioè, un evidentissimo richiamo simbolico e una precisa evocazione, atteso che la Sindone presenta l'immagine completa dell'intero corpo di Gesù, alludendo alla Sua figura 'regale' e al Suo 'sommo sacerdozio' impressi nel lino quale sacra 'veste di luce' e immagine 'gemellare d'immortalità' sia come uomo che come figlio di Dio. Lo stesso tessuto di lino è quello della 'veste' del Sommo sacerdote del Tempio. Quindi la figura di Gesù Cristo è esattamente identificata dall'immagine della Sindone proprio come "Rex Sacrorum", cioè come Re dei Giudei (il titolo della condanna a morte) e come Figlio di Dio (secondo la sua autoproclamazione messianica), discendente, al tempo stesso, sia da David che da Aronne. Per questa medesima ragione i 'frati' francescani e i 'cavalieri templari' sono anch'essi rappresentati come perfetti gemelli, nella ideale contiguità tra i due Ordini e pur nelle rispettive e distinte identità: l'uno armato di spada, e l'altro di pacifica verità e d'inerme esempio evangelico contro le potenze invisibili del male.

III.5. I Templari conoscevano il segno del Tau e adoperavano, come loro sigillo, anche un 'volto barbuto'. La scoperta di quest'ultimo sigillo templare è stata effettuata nel 1974 presso l'Archivio di Stato di Wolfenbuettel, in Bassa Sassonia. Ciò proverebbe che l'Ordine templare conosceva la Sindone, e la venerava in segreto: un dato, questo, che sembra oggi comunemente ammesso dalla maggior parte degli autori che hanno affrontato sia la storia dei Templari che quella della Sindone. Tale circostanza riemerge anche nelle confessioni estorte ai capi templari sottoposti a supplizio dagli scherani di Filippo il Bello. Forse San Francesco era a conoscenza del medesimo segreto della Sindone e volle parteciparlo a fra' Leone, suo gemello in Dio, proprio nella circostanza 'teofanica' del tutto straordinaria delle 'stimmate', ricevute alla Verna, due anni prima della morte, nell'aspro e solitario romitaggio del Casentino. Francesco vide direttamente la Sindone soltanto quando si recò alle crociate, ma ne conosceva già l'esistenza (così dobbiamo credere), al momento stesso della sua conversione. Il Cristo che gli avrebbe parlato nella chiesetta di San Damiano è quello stesso del Volto della Sindone, di cui qualcuno doveva avergli già fatto cenno in tutto segreto. E infatti il crocefisso di stile bizantino, che ancora si conserva nella chiesa di Santa Chiara in Assisi, non poteva appartenere ad una infima e diruta chiesetta agreste, allora in abbandono, come S. Damiano, bensì al Duomo di San Rufino, e cioè alla preesistente Basilica Ugoniana, come allora si chiamava. La leggenda del crocefisso che parla a Francesco e gli impone di riparare la Sua casa, può essere perfettamente letta in questa direzione. Si tratterebbe cioè di una teofania sindonica, sull'onda di una fortissima emozione, che colse, a un certo momento, il giovane Francesco, che si era inizialmente rivolto all'esercizio militare con la famosa spedizione di Puglia, e che subito dopo ebbe un clamoroso ripensamento con un inesplicabile rifiuto.

III.6. Francesco donava liberamente tutto quello che aveva. Secondo il detto 110 del Vangelo apocrifo di Tommaso, <<colui che ha trovato il mondo ed è diventato ricco, deve rinunciare al mondo>>. Francesco era 'uscito' dal suo 'secolo', come egli stesso afferma nel Testamento. Si era spogliato di tutto, ma non della sua anima purissima. Il dono di questa 'benedizione' a fra' Leone non è fine a se stesso, bensì profondamente allusivo. Nelle Lodi a Dio trascritte sulla chartula, Francesco scioglie, da una profondissima unità di cuore e mente, un canto teologico, anticipatore delle Laudes Creaturarum scritte anch'esse poco prima della sua morte. Ne ripercorriamo l'attacco: <<Tu sei santo, Signore Dio, tu sei il Figlio degli dèi (sic!), che solo operi meraviglie. Tu sei forte, tu sei grande. Tu sei altissimo, tu sei onnipotente...>>. Un Francesco 'eretico'? Neppure per sogno. Piuttosto un Francesco 'misterioso', per certi aspetti ancora indecifrato. E infatti un 'razionalista' non può non domandarsi, con meraviglia e sorpresa, come abbia fatto un piccolo uomo solo, a muovere così tanto la storia. Ma quest'uomo era Francesco, animato da una energia sovrumana, che appare del tutto inspiegabile, se non la si colloca in un preciso contesto esplicativo di fede assoluta. Alla base della straordinaria ed incrollabile fede di Francesco dopo la conversione, potrebbe esservi infatti la vera immagine della Sindone, che in lui accese il fuoco della carità, deposti i primitivi sogni cavallereschi, e trovata la via della speranza e della verità, nell'intimo del suo accesissimo spirito di poeta, innamorato della pienezza del creato, che non poteva non rimandare al 'mistero divino'. In questa chartula appare evidente che San Francesco si riferisce sempre a Gesù e non a Dio stesso. Qusto assodato aspetto fonda a maggior ragione la possibilità del riferimento alla Sindone.

III.7. La vicenda miracolosa delle stimmate può tuttavia destare sospetto. E i sospetti ci furono, già allora, come ci sono oggi. La Verna, uno sperone roccioso e boscoso sul pendio del monte Penna in provincia di Arezzo, tra Casentino e Montefeltro, gli era stata donata, nel 1213, dal conte Orlando di Chiusi, e vi era stato costruito un eremo. Il prodigio delle stimmate sarebbe avvenuto in questo luogo impervio e romito, nel 1224, verso il 14 settembre, festa dell'esaltazione della Santa Croce, come nota Bonaventura (Leg. Mag. XIII, 3). A due anni dalla sua morte, Francesco non solo è gravemente ammalato, ma è fortemente percosso ed esacerbato dalla crisi dell'Ordine, che si era grandemente accentuata con la 'regola riformata' di Onorio III, risalente all'anno precedente (la c.d. regula bullata). In questo contesto di drammatica di sofferenza, gli sarebbe apparso Gesù Cristo sotto forma di uno splendente Serafino, segnato dalle cinque piaghe. Ma è qui alla Verna, in una situazione di aspro ritiro e di lancinante martirio, che Francesco viene, secondo noi, di nuovo assalito dall'evocazione spirituale dell'immagine sindonica, che segnò gli inizi della sua conversione e tutta la vita successiva. In un certo senso Francesco fu un autentico miles Christi, e come un paradossale trobadour, la sua castissima innamorata fu Madonna Povertà. L'Alter Christus in cui lo si volle identificare è una perfetta immagine della sua testimonianza di vita cristiana, attorno alla quale sono ruotati gli episodi della sua vita reale e la stessa leggenda agiografica. Alla Verna questa identificazione col Cristo raggiunge il suo culmine estremo, provando che la figura di Francesco è di quelle che non lasciano spazio a debolezze o a compromessi. La sua sequela diviene perfetta consonanza al modello, veste di luce eterna e di morte terrena.

III.8. Quali furono i suoi 'rapporti' con i Templari? I biografi antichi e moderni non accennano neppure di sfuggita a questa possibilità. Ma il giovane ed ardente Francesco, armatosi cavaliere per la spedizione di Puglia prima della sua sequela Christi e dell'autentica milizia di povertà, potrebbe essere stato 'tentato' da una sorta di 'avventura templare', malamente risoltasi a Spoleto con l'inopinato ritorno ad Assisi, dopo aver sognato, in una poetica atmosfera da Santo Graal, la gloria sacra dell'Ordine militare, al quale si accostò, poi, in forma mistica, il movimento esemplare dei suoi 'poveri di Cristo'. Con un rovesciamento totale di prospettiva, tipico delle grandissime personalità, ecco la rottura del 'voto', già formulato nel suo intimo, di porsi al seguito dell'armata sacra dei Cavalieri, che si risolve adesso, metaforicamente, nell'annuncio fatto agli amici di Assisi, per un'ultima festa di giovinezza, del matrimonio mistico con la donna più bella e pura che ci sia, la castissima Povertà. Francesco, poeta finissimo, squarciò dunque la sua corazza militare, e ne fece un abito lacero, di assoluta carità. Come egli conosceva a menadito le canzoni di gesta, divenne così padrone delle scritture, seguendo 'alla lettera' l'insegnamento evangelico, con una caparbietà 'sacra' quasi fuori dall'umana misura. Questo sorprendente ed inopinato rivolgimento del suo animo inquieto, permanentemente alla ricerca della verità, può essergli derivato da una grande certezza, che d'improvviso gli si sia parata dinnanzi. Un misterioso ed esperto cavaliere templare, reclutatore di nuovi conversi, potrebbe infatti avergli accennato alla Sindone, scatenando nel giovane e ricco figlio del mercante, assetato di gloria ma anche di sublimi certezze morali, la fondamentale domanda di quale "Sovrano" servire: se il Cristo assoluto dei Vangeli, oppure il potere relativo della storia. La risposta di Francesco fu sensatamente radicale e moralmente certa, con un voltafaccia febbrile che somiglia ad una autentica folgorazione.

IV. "L'AVANTURE"

IV.1. Il mistero di San Francesco non sta dunque nelle stimmate, piuttosto nel suo fortissimo sentimento di carità e nell'assoluto legame di verità con l'incondizionata testimonianza evangelica. La sua 'spada' divenne una 'croce viva', e la sua voce di trovatore una 'bocca divina'. Così lo vide, trasfigurato, fra' Pacifico: e in questa simbolica descrizione, che ci ha lasciato il Celano nella Vita prima, traspare la testimonianza più autentica del vero Francesco.

Nulla si sa di quel <<conte Gentile>>, di cui parlano le fonti, il capo forse di una di quelle bande <<nelle quali dobbiamo riconoscere un primo inizio di quelle che dal trecento in poi saranno truppe mercenarie>> (così Raul Manselli, illustre medievalista nonché grande storico del francescanesimo). Il Celano parla invece di <<un cavaliere di Assisi che stava allora organizzando preparativi militari>> per la spedizione in Puglia di Gualtieri III di Brienne, ricco di nobiltà e povero in quattrini, appartenente al nobilissimo casato feudale della Champagne, che aveva sposato una delle figlie del re Tancredi di Sicilia, mandate colla vedova, da Enrico VI, in una prigione tedesca, e di lì sfuggite in Francia. Prematura fu la morte dell'Imperatore svevo. Dalla Francia, Gualtiero era venuto ad offrirsi a papa Innocenzo III contro i baroni tedeschi spadroneggianti nelle terre del pupillo Federico Ruggiero (Luigi Salvatorelli). San Francesco - in netta contrapposizione ai Catari, per i quali Gesù era immateriale come un angelo - esaltava la croce, ringraziando e lodando Cristo, <<quia per sanctam crucem redimisti mundum>>. Ma prima della sua conversione, o metanoia cristiana, era stato tentato dalla gloria cavalleresca e militare. Lo sconosciuto 'reclutatore militare' in terra d'Umbria, quel Conte Gentile delle 'fonti', poteva essere benissimo un templare francese, legato a Gualtiero (1165-1205), che del resto era parente di Giovanni I di Brienne (1148-1237), re di Gerusalemme, poeta e devoto di Francesco, il cui monumento funebre si trova proprio nella Basilica inferiore di Assisi, appoggiato, coi suoi marmi bianchi, nell'ombra magica della grande parete d'ingresso, al fondo della pianta a forma di 'Tau' di questa chiesa straordinaria voluta da fra' Elia appena divenuto generale dell'Ordine francescano. Del resto, Isabella, figlia di Giovanni di Brienne, era andata in sposa all'Imperatore Federico II. Talvolta gli elementi della storia si aggrumano tra loro componendo un quadro straordinario. E' a Spoleto che per Francesco si consuma un evento fondamentale della sua vita. Colto da un ripensamento, dopo il glorioso sogno (narrato dal Celano) d'un palazzo d'armi con tutti i suoi soldati, o piuttosto percorso dalla rapida delusione: <<nuovo David contro il forte armato>> (come <<si addice a Francesco>>, prosegue il biografo), il figlio del mercante di stoffe (in realtà suo padre, 'Pietro di Bernardone', era un ebreo convertito, il fiduciario, cioè, del ricco monastero 'cistercense' del Monte Subasio, ad economia curtense e grande produttore di lane pregiate da esportare poi in Francia facendo sosta nei vari monasteri d'appoggio in occasione delle grandi fiere della Champagne: guarda caso la stessa terra 'catara' dove riapparve, nel 1357, la Sindone!), decide, all'improvviso, che la spedizione in Puglia non fa al caso suo. Egli sente che l'unica 'milizia' che gli si addice è quella divina. Il suo Dio è un "Dio di pace" (come scrisse Properzio in una elegia), e non un Dio "re degli eserciti". Ma i 'tre nodi' del saio francescano (tra l'altro di color 'marrone' come quello rivestito dai conversi templari prima dell'assunzione dell'abito 'bianco' dei cavalieri), quella lacera divisa del nuovo Ordine mistico e pauperistico, fondato da San Francesco, questa volta ispirato dalla bocca stessa del Crocefisso di San Damiano, che gli parla con le labbra, o piuttosto agli orecchi, come scrivono, al riguardo, prima Tommaso e poi San Bonaventura, tradiscono pur sempre l'origine 'militare' del movimento francescano, corrispondendo, esattamente, ai 'tre voti' della 'regola templare', concepita si dice da San Bernardo, nel nome stesso della <<povertà, umiltà e castità>>. E' questa la nuova 'divisa' dell'Ordine di Francesco, coi suoi frati poveri 'cavalieri di Cristo', che però sempre marceranno appiedati. E perciò la 'firma' apposta da Francesco alla chartula con la benedizione a fra' Leone, è anch'essa un 'sigillo', o 'stilema templare', avendone ripreso il motivo della 'croce', marchiata appunto d'inchiostro rosso vivo, come il sangue di Gesù Cristo morto sul patibolo per i peccati del mondo.

IV.2. Francesco, nuovo San Martino di Tours, secondo altra visione che lo riguarda in possibili paragoni per nulla inventati, seguì un afflato di mistica poesia, piuttosto che la sua incerta natura di cavaliere. E divenne un 'povero di Dio', anziché un 'crociato templare' armato per la guerra santa e predisposto ad uccidere in nome di Dio. Le ragioni di questa scelta riposano forse nel 'bacio al lebbroso' incontrato per caso mentre si aggirava a cavallo per le campagne nei dintorni di Assisi, e s'addentrano nel mondo stesso di Francesco, in cui s'agitavano, accanto alla 'gloria' (di cui sono piene le sabbie del deserto), le più profonde istanze di 'verità' umana che possano affacciarsi nell'intimo d'un essere dotato di una verginità morale profondamente originaria. Francesco fu un vero 'soldato di Cristo', armato della spada fiammeggiante della 'verità' e innamorato di quell'unica donna, Madonna Povertà, più nuda e casta della Luna dei "serenissimi plenilunii" d'un magico verso della Divina Commedia, che in una frase sola allinea ben undici 'i'. Chiara fu il suo eterno fiore, la completezza della coppia 'umana' finalmente riunita e pacificata da quel tragico 'discidio' del peccato originale. E' tutto un 'codice di valori' che si deve qui intravedere nel legame 'sacro' d'una profondissima religiosità fattasi esemplare esperienza di vita e perfetta pratica cristiana.

IV.3. Questa 'leggenda' francescana della 'giovinezza', non ancora ben scavata dagli storici, potrebbe addirittura riflettere il 'ciclo poetico del Graal', che proprio in quegli anni si era andato formando in Francia con Chrétien de Troyes, ed anche in Inghilterra con Robert de Boron e in Germania con Wolfram von Eschenbach, provenendo da origini oscure che forse riguardano la santificazione di San Galgano da Montesiepi, avvenuta nel 1185, e la storia stessa della 'spada confitta nella roccia' quale simbolo di pace e di totale rinuncia alla violenza della guerra. Come mercante, Francesco aveva percorso le contrade 'catare' della Francia meridionale, ed era certamente a conoscenza di molte canzoni e leggende. Tutto lascia intendere che la sua scelta si sia potuta nutrire di queste suggestioni e di queste singolari esperienze, che marchiano già il suo stesso nome acquisito. In realtà egli si chiamava Giovanni come l'evangelista e il re francese di Gerusalemme. La 'notte di San Giovanni' coincide simbolicamente col solstizio d'estate ed avvince il cielo stellato. Nell'animo giovanile di Francesco, denso di canto e di poesia, s'agitavano senz'altro una grande misericordia e un autentico spirito d'avventura. Francesco, indovinata la sua via, continuò ad ammirare 'le stelle' nel candore della sua anima e nel profondo della legge morale. La sua conversione sembra procedere da un autentico afflato panico, nell'assoluta centralità di Dio e nella mitissima considerazione del creato, ciò costituendo una grande rivoluzione nell'ambito delle concezioni medievali, essenzialmente rivolte al disprezzo della peccaminosa e spietata natura. Una tale 'visione' deriva dal superamento del male, dalla totale fusione dell'anima nell'opera divina, nella fiducia riposta nelle parole di Cristo fattosi "uomo" a salvazione del mondo. C'è un che di 'alchimistico' in questa metanoia, che ora risplende di certezza e si riversa, dall'esempio vissuto dell'estrema povertà, nella parola 'mercuriale' (secondo Macrobio), che poi esprime i significati. Francesco portò a compimento, con sovrumana forza e bellezza, la sua personale 'avventura', il suo itinerario a Dio, accompagnato da una immagine di luce che vince la morte, com'è per la Sindone. La sua conformità a Cristo potrebbe essere derivata da un autentico 'choc' che segnò l'esperienza fallita della sua giovinezza.

V. SAN FRANCESCO ALLE CROCIATE

V.1. Francesco, dieci anni dopo la conversione, volle recarsi in Terra Santa, dai Crociati, sicuramente a Damietta, in Egitto, una località costiera del delta del Nilo. Innocenzo III non aveva rinunziato a conquistare Gerusalemme. Dopo aver sradicato il catarismo in Linguadoca (1209), e aver dato nuovo impulso alla lotta contro i Mori in terra di Spagna, non si rassegnava al fallimento della quarta crociata. Ne bandì un'altra (nel 1215), con l'obiettivo esclusivo di liberare i luoghi santi. Morì nel gennaio del 1216, e il successore, Onorio III, incaricò Giacomo di Vitry (autore di un'importantissima storia della crociata nonché fondamentale 'testimone' francescano, fatto in seguito cardinale, e che già si era distinto nell'altra 'crociata' contro gli Albigesi) di portarsi in Oriente, dove venne proclamato 'vescovo di Acri'. Nel 1217, Giovanni I di Brienne mobilitò l'esercito, cui si aggiunsero i Templari, gli Ospitalieri e i Teutonici da poco costituiti. Il 'consiglio di guerra' decise d'assediare la fortezza del monte Tabor fatta costruire dagli Arabi per controllare la Galilea. I crociati non riuscirono a conquistarla, e il 7 dicembre tolsero l'assedio. Fu allora deciso un attacco al Delta, in direzione del Cairo. Giovanni di Brienne salpò da Acri il 28 maggio del 1218, toccò l'Egitto, e risalì il Nilo fino a Damietta. Il sultano del Cairo, Malik al-Kamil, figlio di Malik al-Adil, oppose una strenua resistenza. Ma il 5 novembre 1219 Damietta cadde grazie alla sagacia di Giovanni. Intanto il Papa aveva inviato un suo legato, il cardinale Pelagio, che con la sua inesperienza e una pervicace volontà di predominio creò una grande confusione nell'armata cristiana, venendo addirittura in insanabile contrasto con Giovanni, che abbandonò amareggiato l'Egitto. <<Un giorno, questo smargiasso ecclesiastico si trovò ai suoi piedi Francesco d'Assisi insieme con un suo compagno. Il povero dei poveri, il fratello degli uccelli e di tutti gli uomini veniva a chiedergli il permesso di andare al Cairo. Follia sublime, voleva convertire il sultano e predicare agli infedeli. Pelagio rispose: "Non conosco né il tuo cuore né i tuoi pensieri. Non so se sono buoni o malvagi. Se ci vai, fa' in modo che siano sempre rivolti a Dio". Francesco insistette. Pelagio gli troncò la parola: "Vacci pure. Ma senza il mio permesso">>. Al Cairo i due frati vennero scambiati per emissari dei crociati, e furono presentati al sultano. Malik al-Kamil, che era un letterato e un filosofo, ascoltò benevolmente Francesco, lo ospitò addirittura per alcuni giorni, dicono le cronache, 'nel suo palazzo'. I consiglieri gli suggerirono di far decapitare quel frate, ma egli si oppose. Era rimasto colpito dallo sguardo penetrante di Francesco, dalla sua dolcezza evangelica, dal suo eroismo che forse era alla ricerca del martirio. Francesco gli aveva detto di non essere venuto come conquistatore, bensì come pescatore di anime, e che l'unico suo desiderio era la salvezza del sultano e del suo popolo. Al-Kamil intravide un 'cristianesimo diverso' da quello dei crociati, una carità di cuore che lo scosse. Era evidente che Francesco non era né una spia né un nemico, ma che lo amava al punto da supplicarlo di convertirsi. Ne fu commosso, e alla fine confessò: "mi convertirei volentieri alla tua bella religione, ma non posso: saremmo massacrati entrambi" (G. Bordonove, Le crociate, Bompiani, 2001, pag. 366-367).

V.2. E' piuttosto dubbio se Francesco arrivò veramente fino al Cairo (dunque vide le Piramidi?), oppure si arrestò soltanto al campo militare arabo. Ma è sicuro che andò in Terra Santa, e ci restò un bel periodo. La sua era una missione di pace, e conoscendo la determinazione di Francesco, la sua volontà d'acciaio, un acciaio più duro di quello di una lama di spada temperata nell'acqua e nel fuoco, non dobbiamo immaginare un atto di puro idealismo, bensì la deliberata volontà di un audace progetto, al tempo stesso politico e religioso. Francesco, armato della sola Fede, era il più coraggioso di tutti combattenti cristiani, recando la 'parola sacra' d'un Dio universale. Una sola radice condivisa poteva accomunare i due campi avversi: il Volto del Gesù della Sindone. Il Gesù dei Vangeli, e quello stesso del Corano. Il comune messaggio di 'pace e bene', che riunisce i popoli della terra in una sola 'ecumene' e in un'unica civiltà: ieri come oggi, insoluto problema della convivenza pacifica dei popoli. Francesco sapeva molto bene quel che voleva e ciò che faceva. La sua missione di pace sovrastava ogni capacità d'ordinaria comprensione da parte dei fautori della crociata. Tale forza gli proveniva dalla certezza d'una 'prova', poi trasformata, dalla leggenda, in quella del 'fuoco'. Camminò sul fuoco delle fede, in nome di Gesù? Francesco conosceva anche il Corano. La presunta ordalia è del tutto immaginaria, ma riflette senz'altro la fiamma della sua fede in Cristo, l'universalità del messaggio evangelico. Nell'immagine del fuoco possiamo cogliere un altro aspetto della Sindone, che in effetti presenta delle 'ossidazioni' delle fibre superficiali del tessuto, che assomigliano pressappoco ad una vampa lasciata da un ferro caldo. Questa leggendaria versione dell'aver camminato sul fuoco, forse nata nello stesso campo militare cristiano e poi ripresa dalle fonti agiografiche francescane, potrebbe riflettere la spiegazione stessa che i templari si erano dati a proposito dell'immagine della Sindone, probabilmente formatasi per combustione.

V.3. Secondo Tommaso da Celano (Vita Prima, cap. XX), <<desideroso del martirio>> Francesco prima cerca di andare <<missionario>> nella Spagna, poi in Siria. Per suo merito, Dio <<moltiplica i viveri e scampa i naviganti dal naufragio>>. Il primo biografo ne azzecca poche. Fa partire Francesco da Ancona, e lascia allo stesso tempo intendere la volontà d'un viaggio in Spagna, molto probabilmente a Santiago di Compostella. Poi parla dell'incontro col Sultano (forse in una tregua d'armi, tra la fine d'agosto e la fine di settembre del 1219, secondo le testimonianze di Giacomo da Vitry, Ernoul, e Giordano da Giano). In questi promiscui accenni del Celano potrebbero nascondersi aspetti remoti, e addirittura un itinerario sacro di San Francesco a Compostella, sul quale lasciamo riflettere il lettore per le tante suggestioni dei possibili retroscena. Aggiungiamo soltanto che secondo la leggenda proprio l'Apostolo Giacomo il Maggiore avrebbe fondato questo famosissimo santuario. La città di Assisi si trovava sulla direttrice del lunghissimo itinerario dei pellegrini cristiani che provenivano dal sud, e nel medioevo prefrancescano una sua antica chiesa, S. Giacomo de muro rupto, fungeva per essi da luogo d'accoglienza e stazione di sosta. Assisi era sulla direttrice del viaggio mistico a Santiago anche perché ai suoi piedi scorreva la 'via franciosa', quella stessa che mille anni prima aveva percorso Annibale, scendendo dalle Alpi durante la campagna d'Italia, dopo la grande vittoria del Lago Trasimeno che lo portò poi nel Piceno come narra Polibio.

V.4. Non sappiamo come Francesco, che era accompagnato da Pietro Cattani (un nome di famiglia associato al 'Volto Santo' di Sansepolcro!), sia andato in Terra Santa: con tutta probabilità si unì ai rinforzi delle città italiane, mandati da Onorio III, e raggiunse frate Elia, che era stato inviato in Oriente dal capitolo del 1217, e che durante la sua permanenza era riuscito ad ottenere che entrasse nell'ordine Cesario da Spira, una personalità preminente, un uomo di cultura universitaria di alto livello. Francesco dovette arrivare a Damietta quando l'assedio della città era nella sua fase iniziale. Ne parla Giacomo da Vitry, nella sua lettera VI, <<dando l'impressione del sopraggiungere di qualcuno sconcertante, se non addirittura importuno>> (Manselli, San Francesco, Bulzoni Editore, 1980, pag. 223 ss.). Giacomo da Vitry è sorpreso dalle conversioni al francescanesimo di alcuni suoi più stretti collaboratori, e così scrive: <<Il loro maestro, che fondò quell'ordine, essendo venuto nel nostro esercito acceso di zelo di fede, non ebbe paura di passare all'esercito dei nemici e, avendo predicato la parola di Dio ai saraceni per alcuni giorni, non ebbe grandi risultati. Il sultano, però, re dell'Egitto gli chiese in segreto di domandare in suo nome, al Signore che, divinamente ispirato, potesse aderire alla religione che maggiormente piacesse a Dio>>. Un'eco precisa di questa presenza del Santo in campo avverso si troverebbe <<nella biografia di un teologo e giurista egiziano, Fakhr ad-din al-Farisi, allora vecchissimo, ma assai famoso, in quegli anni, come "direttore spirituale e consigliere di al-Kamil". In quest'opera egli ricorda la discussione che, come sapiente arabo, avrebbe avuto con un monaco cristiano, alla presenza appunto del sovrano>> (Manselli). In Le crociate viste dagli arabi (Torino, 2002, pag. 298), Amin Maalouf nega, tuttavia, che fonti arabe a sua conoscenza riportino quest'episodio. Il sultano del Cairo aveva però una mente aperta, attenta ai problemi dello spirito, ed era un abile politico. Fece delle proposte ai cristiani, disposto a cedere <<non soltanto Gerusalemme, ma anche il territorio della Palestina ad ovest del Giordano nonché la Vera Croce>> (Maalouf, op. cit., pag. 247). Da parte sua anche Giovanni di Brienne era disposto ad un accordo. Vi si oppose l'improvvido e confusionario legato del papa, il cardinale Pelagio. Soltanto nel 1228-29 l'imperatore Federico II di Svevia riuscì ad ottenere la cessione di Gerusalemme con un abile accordo politico e diplomatico con al-Kamil, che pure sollevò una tempesta d'indignazione nel mondo arabo. Il Kadì di Nabulus, Shamas al-Din, accompagnò personalmente l'Imperatore nel Sacro Recinto del Tempio, dove Federico rimase letteralmente affascinato dalla stupefacente vista delle antiche rovine e delle nuove costruzioni arabe. Il recinto era contornato da alcuni ingressi a grandi archi trilobati, di meravigliosa imponenza, che esistono tutt'oggi. Sorprendentemente ritroveremo la stilizzazione di questi imponenti archi nello 'stemma' d'attribuzione del ciclo degli affreschi giotteschi dell'ancora indecifrata 'Cappella della Maddalena' nella Basilica inferiore del Santo, per quanto riferiti dagli storici alla committenza di un certo vescovo Pontano d'Assisi, al quale si apparenterebbe l'omonimo umanista Giovanni Pontano, anch'esso di origini umbre. Ma in questo caso potrebbe trattarsi piuttosto d'una sorta di 'copertura' templare, sia in relazione alla notevolissima spesa che dovette essere sostenuta per l'esecuzione dei tanti affreschi, tutti di eccezionale qualità, ed anche perché quest'importante ciclo pittorico, realizzato da Giotto prima del 1307, presenta altri misteri ai quali si accennerà in seguito.
 
 


(Fig. 2)

(L'incoronazione di Maria Maddalena?!

Affresco attribuito a Puccio Capanna.)


 






V.5. Gerusalemme, che per la prima volta era stata conquistata dai cristiani il 7 giugno 1099 durante la prima crociata, fu perduta per sempre nel 1244. I Templari <<per prima cosa decisero di proseguire la lotta contro i Mussulmani, senza lasciarsi turbare da tutte le catastrofi. Dopo la morte del Gran Maestro Guglielmo di Beaujeu, durante la caduta di Acri, nel 1291, il suo successore, Teobaldo di Gaudin, condusse gli ultimi Templari superstiti a Cipro>> (M. Bauer, Il mistero dei templari, Newton e Compton, 1999, pag. 126). L'isola di Cipro divenne quindi l'ultimo avamposto del regno cristiano, prima della persecuzione da parte di Filippo il Bello (1307), che segnò l'estinzione dell'Ordine. In questi stessi anni venivano completati i grandi cicli pittorici ed artistici della Basilica di Assisi. Tali testimonianze artistiche appaiono di massimo rilievo nell'ambito della presente ricerca indiziaria.
 
 


(Fig. 3)


 






V.6. Anzitutto, un grande vaso di porfido di colore rossobruno (Fig. 3), una sorta di Graal o Vas sanguinis, che sarebbe stato donato da una fantomatica e mai esistita regina "Eugubea" di Cipro, si trova proprio nella Basilica inferiore, la più antica, a sinistra, dopo pochi metri appena varcato l'ingresso, appositamente alloggiato e incorniciato al centro di una grande tomba gotica, o meglio "un'edicola triloba, sorretta da cinque mensole" (cfr. P. M. Della Porta, E. Genovesi, E. Lunghi, Guida di Assisi, Editrice Minerva, Assisi, 1991, pag. 33) tuttavia attribuita alla "famiglia fiorentina dei Cerchi" alla quale appunto apparterrebbero "gli stemmi sulla cassa". Accanto a questo monumento, anch'essa appoggiata alla grande parete che segna il confine a monte della Basilica, si trova l'altrettanto singolarissima 'tomba' di Giovanni di Brienne, il re cristiano di Gerusalemme all'epoca di San Francesco (Fig. 4). Tale monumento scultoreo di meravigliosa e finissima fattura gotica, sembra ancor più misterioso ed inspiegabile. Ambedue i monumenti, per quanto ancora oggi oscure ne siano la storia e le origini, appaiono con tutta evidenza tra loro singolarmente riconnessi, sia per la stretta contiguità spaziale che per gli stessi contenuti allusivi, ed è esattamente questa la traccia ipotetica da noi seguita con riguardo ai Templari.
 
 


(Fig. 4)


 






V.7. Francesco s'intrattenne in Terra Santa per un lungo periodo, <<almeno tra il 9 maggio del 1218 ed il 29 agosto del 1219, oltre un anno>> (Manselli). E' perfettamente lecito domandarsi quali furono i suoi rapporti con i Cavalieri di Cristo, tanto più che Giovanni di Brienne fu suo devoto. I due citati monumenti funebri, la tomba di Giovanni da Brienne e quella col grande vaso di porfido, ambedue sicuramente realizzati prima del 1307, si trovano come detto l'uno accanto all'altro addossati alla grande parete di fondo della Basilica inferiore, quasi fossero ai piedi della 'buia croce' tracciata dalla pianta stessa, a forma di Tau, di quella che viene giustamente chiamata Chiesa della Sofferenza, allo stesso modo dei personaggi sacri del passo del Vangelo di S. Giovanni (19, 25-27), che così suona: <<Vicino alla croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria Maddalena. Gesù dunque vista sua madre e presso di lei il discepolo che amava, disse alla madre: "Donna, ecco tuo figlio!" Quindi disse al discepolo: "Ecco tua madre!" E da quell'ora il discepolo la prese in casa sua>>. Colti da questa suggestione, ci vogliamo inoltrare nell'impervia via delle 'ipotesi' che vi si potrebbero riconnettere.

V.8. La traccia templare fin qui profilata sembra confermata da molteplici elementi che verranno partitamente presi in esame. Essa risulterebbe altresì collegata all'immagine sindonica di Cristo, che riteniamo figuri chiaramente stilizzata nella chartula autografa di San Francesco. Il 'disegno' fatto da San Francesco nella 'chartula' non rappresenta affatto il Calvario, dove la leggenda colloca Adamo (un Adamo con la barba?), e dove, nuovo e perfetto 'Adamo senza macchia', fu crocifisso Gesù Cristo, che ha restituito l'umanità all'Eden divino. Esso sembra invece richiamare la Sindone, per quanto questa 'traccia' non sia mai stata affacciata in precedenza, vuoi per ragioni storiografiche che per mancanza di ipotesi attendibili. Altri elementi artistici, presenti nella stessa Basilica, rafforzano questa nostra congettura. Se ne parlerà in seguito, dopo aver affrontato, più da vicino, la 'sospetta vicenda' delle 'stimmate', che in effetti precederebbe la redazione del documento.

VI. LA VERITA' DELLE STIMMATE

VI.1. Considerato, mezzo secolo dopo la sua morte, dalla 'Legenda Major' di Bonaventura da Bagnoregio, un Alter Christus (alla quale interpretazione teologica ed apocalittica si uniformò il ciclo iconografico delle 'Storie di San Francesco', eseguito, sicuramente prima del Trecento, da Giotto nella Basilica superiore in 28 grandi riquadri - 28, un numero pitagorico 'perfetto' - recanti ciascuno una didascalia esplicativa; essi costituirono un'autentica rivoluzione nella storia dell'arte, anche per la straordinaria concezione di affreschi aggettanti da una cortina centinata verso un immaginario esterno, così sfondando letteralmente le pareti della Chiesa gotica, aprendosi pienamente all'immaginazione emotiva dei pellegrini e dei tanti visitatori cristiani di tutta Europa), Francesco sarebbe stato il primo stimmatizzato della storia: nelle mani, nei piedi e nel costato. Giotto dedica ben tre riquadri alla questione delle stimmate, compreso l'episodio della constatazione ufficiale delle piaghe. Sulla 'verità' delle stimmate si nutrono tuttavia seri dubbi, gli stessi che avrebbe avuto, a suo tempo, Papa Gregorio IX (amico personale del Santo, fu proprio colui che lo canonizzò nel 1228), com'è appunto narrato dallo stesso San Bonaventura (Miracoli, 2: cfr. Fonti Francescane, 'editio minor', Editrici Francescane, 1986, pag. 648). Il dubbio sull'autenticità delle stimmate non è certo leggenda, avendo investito lo stesso Papa.

VI.2. Un eccellente saggio della medievalista Chiara Frugoni - Francesco e l'invenzione delle stimmate (Einaudi, 1993), sottotitolo Una storia per parole e per immagini fino a Bonaventura e Giotto (il quale ultimo, in un affresco del ciclo assisiate, rappresenta l'episodio del 'sogno di Gregorio IX', cui appare in sogno Francesco, mostrandogli la visibilissima ferita sul lato 'destro' del costato) - si occupa strettamente della sospetta vicenda, giungendo alla conclusione che molto probabilmente questa sorprendente 'invenzione' si deve soprattutto ad una 'lettera enciclica' indirizzata da fra' Elia a tutte le Province francescane alcuni giorni dopo la morte del Santo, avvenuta in Assisi il 3 ottobre 1226. Per quanto l'interessantissimo e documentatissimo saggio della Frugoni tocchi, con grande competenza e ricchezza, i tanti intrecciati aspetti inerenti all'agiografia e all'iconografia francescana, compreso l'altrettanto controverso episodio della famosa 'predica agli uccelli' (sul quale vedi anche il nostro La facciata profetica del duomo di San Rufino in Assisi in Episteme n. 6), siamo dell'avviso che le stimmate fossero reali, anche se impresse sulle carni del Santo in modo ingenuo, cioè sul palmo delle mani e non sui polsi, conformemente all'iconografia medievale di Gesù crocefisso: il Christus patiens medievale contrapposto al Christus triumphans, al cui ultimo genere appartengono, rispettivamente, il Volto Santo di Sansepolcro, e quello molto simile del Duomo di Lucca, con Gesù in croce, completamente rivestito della sua tunica. Tra l'altro, in quello di Sansepolcro, che rimonta all'VIII secolo, e che è certamente di imprecisata fattura orientale, la tunica è meravigliosamente allacciata in vita da un nodo misterioso, fisicamente impossibile a riprodursi. Si potrebbe trattare, infatti, di segni di tipo 'psicosomatico', come espressamente ritiene lo storico Franco Cardini, nella sua altrettanto splendida biografia francescana (Francesco d'Assisi, Mondadori, 1991, pag. 244), secondo cui le stimmate (queste le sue stesse parole) <<dimostrano appunto la forza della fede nel causare effetti fisici attraverso la via psichica>>. Considerato che Francesco fu il primo ad averle ricevute (ciò comportando che la sua stimmatizzazione non poteva nascere da un processo - qualunque esso sia - di imitazione o ripetizione), anche il Manselli ritiene indubbio <<che il Santo l'abbia vissuta e considerata un'esperienza soprannaturale>>. Secondo Manselli, ne è conferma più valida, per quanto ci è dato di comprendere, proprio il fatto <<che (il Santo) non volle, né allora, né mai, che se ne parlasse, provocando - va detto - in qualcuno, e già nel Medioevo, il dubbio che potesse trattarsi di una pia fraus, di una mistificazione a scopo edificante. Ne sarebbe stato responsabile proprio frate Elia, che era, alla morte del Santo, vicario generale, per affermare l'esaltazione del fondatore ed accrescere l'importanza dell'Ordine. Ciò spiegherebbe il silenzio dei testimoni veri e validi>>. Ma subito dopo, il Manselli aggiunge che <<bisogna, invece, ripetere che quel silenzio, che fu mantenuto da questi testimoni anche quando non c'era necessità di farlo e al di là di esaltazioni postume, che facevano di Francesco un Alter Christus, significava, per quanto ci sembra, ben altro: è il rifiuto di raccontare, di diffondere un'esperienza, giudicata unica, irripetibile e personale>>. Ma la piaga del fianco l'aveva involontariamente sfiorata Rufino. E come narra il Celano, un frate di Brescia (un nuovo 'Tommaso' arnaldista?) espresse, addirittura, il desiderio di vederle (quindi se ne parlava già in vita). Le 'stimmate' furono poi constatate "da molti", dopo la morte.
 
 


(Fig. 5)


 






VI.3. Lo storico assisiate Francesco Pennacchi pubblicò, nel 1904, una pergamena notarile, in cui erano elencati i nomi di coloro che videro le stimmate, suddivisi in tre gruppi (come riporta la Frugoni): <<quelli che le videro in vita, coloro che le scorsero in vita e in morte, e coloro che le videro senza specificazione>>. Una prova 'giurata' è già di per sé causa di sospetto. Ma esiste ancora, in Assisi, la 'confraternita delle stimmate', proprio in via Bernardo da Quintavalle (il primo compagno di San Francesco), sormontata da una lapide quadrata (Fig. 5), recante tre chiodi riuniti, col loro vertice rivolto verso il basso, il cui originale medievale (sostituito dalla bianca copia che oggi si scorge in uno stipite disadorno) sarebbe stato donato da Arnaldo Fortini (illustre storico del francescanesimo ed anche podestà di Assisi durante il Ventennio) al suo grande amico Gabriele D'Annunzio. Questa lapide, legata al Notturno (1921), concepito dal poeta pescarese in un contesto di suggestioni francescane e di meditazioni sulla morte, peraltro suggerite dal Fortini stesso (che fu poi difensore al processo di Verona salvando la vita al gerarca Cianetti, Ministro dell'agricoltura, con uno straordinario cavillo giuridico, come egli stesso narra in Coloro che vinceranno, Foligno, 1945), si trova ancora oggi al Vittoriale, la famosa villa dannunziana acquistata proprio in quell'anno dagli eredi di Henry Thode, il primo grande storico del francescanesimo che era morto l'anno prima (1920). Quando si dice, appunto, dei sottili fili che intessono la storia, e legano tra loro gli eventi in modo singolarissimo! Anche questo un bel mistero.

VII. MISTERI FRANCESCANI

VII.1. Se le 'stimmate' di San Francesco fossero state soltanto un'emozionale invenzione agiografica, dovuta alla figura straordinaria del Santo, in tutto e per tutto conforme a Gesù, non per questo cadrebbe la nostra traccia. Anzi, come ipotizziamo in queste pagine certamente con ardita costruzione, se Francesco vide veramente la Sindone, che in segreto gli avrebbero mostrato i Templari in Terra Santa, proprio per questa ragione sarebbe potuta sorgere la singolare versione delle piaghe, se pure si fosse trattato di una pia leggenda, e non certo di una frode. Ma le stimmate di Francesco erano reali, ed egli le nascose con sommo pudore, riconoscendone il 'mistero'. Il contesto dell'episodio della Verna, proprio nei giorni della festa di Michele Arcangelo, raccoglie ad unità le 'stimmate' e la 'benedizione' a fra' Leone. Fra i due fatti, cioè le stimmate ricevute alla Verna e la chartula con la benedizione a fra' Leone e le Lodi di Dio, ci sarebbe una profonda e diretta relazione. Una pluralità di elementi sembra, del resto, convergere proprio in questa direzione. Ciò che inquieta e sorprende è proprio la singolare coincidenza dei correlati significati, a parte i ricami indiziari che vi si possono costruire sopra. Ma quando le singole tessere di un ipotetico mosaico tendono a disporsi secondo una certa configurazione, il fatto stesso di questa confluenza ci dovrà mettere sull'avviso.

VII.2. Il nostro 'puzzle' si compone invero di molti elementi ad incastro. Ma occorre rimuovere l'adagiata e consueta abitudine a guardare alle rappresentazioni artistiche come a puri fatti agiografici, sprovvisti di un loro eventualmente remoto significato. La lettura di questi dati nascosti, eppure evidentissimi all'occhio, potrebbe infatti condurre a molte sorprese, che senza pretesa di verità vogliamo partecipare al lettore con un evidente carico di suggestioni. I dati oggettivi da noi presi in considerazione si trovano tutti riuniti nella straordinaria Basilica di San Francesco in Assisi, compreso quel corno d'avorio che gli avrebbe donato il sultano d'Egitto, e col quale, secondo la Bibbia, veniva chiamato a raccolta il popolo di Dio. La nostra 'lettura criptica' si fonda su una molteplicità di dati allusivi, che fino ad oggi sarebbero stati completamente ignorati, rimanendo perciò avvolti in un velo di mistero, che qui si tenta di recuperare ad un possibile quadro di 'razionalità' esplicatrice. In questa stessa direzione è parso muoversi lo stesso Prospero Calzolari nel suo interessantissimo articolo comparso su Episteme n. 6, al quale volentieri si rinvia, a proposito della 'presenza federiciana' nella Basilica del Santo ed anche dei significativi retroscena 'alchimistici' di alcuni introdotti componenti dell'Ordine, come in effetti risulta da fonti plurime e concordanti. Gli elementi sui quali si è appuntata la nostra attenzione sono costituiti da vari affreschi di grandissimo risalto artistico, e dagli accennati monumenti funebri presenti nella Basilica. Un possibile paragone potrebbe correre, a questo riguardo, con l'Ultima Cena, il portentoso affresco di Santa Maria delle Grazie a Milano, eseguito da Leonardo con colori ad olio che ne hanno fortemente compromesso la conservazione. Alcuni acuti osservatori hanno infatti colto in questo capolavoro svariati segni nascosti e particolarissime allusioni, secondo un double entendre. Anzitutto, la scena del grande affresco si dispiegherebbe all'occhio come le ali di un'aquila, secondo una gigantesca <<M>> (la stessa M che è presente, evidentissima ed alquanto fuori del comune, nello straordinario crocifisso di Sansepolcro, oggi sistemato nel Duomo dedicato a San Francesco, anche a ritenere che questa "emme" dorata voglia rappresentare soltanto una semplice 'stola sacerdotale', come per lo più si sostiene). L'apostolo che "Gesù amava" (Gv 13, 23) non viene rappresentato da Leonardo col capo poggiato <<sul suo petto>>, com'è detto nel Vangelo, ma fortemente discosto dal Cristo, con la testa del tutto piegata a sinistra, lunghi capelli, e un vestito del tutto simile a quello di Gesù, ma dai colori opposti (blu e rosso), sorprendentemente invertiti. Non si tratterebbe di San Giovanni, bensì di Maria Maddalena, secondo il Vangelo apocrifo di Tommaso proprio <<la compagna di Cristo>>. Tutti i caratteri della 'figura' sarebbero femminili. Nessun altro, a tavola, è abbigliato allo stesso modo. Secondo gli scrittori Baigent, Leigh e Lincoln, Leonardo sarebbe stato uno dei capi dell'ipotetico 'priorato di Sion', sul quale si fonda, appunto, il singolarissimo intreccio de Il santo Graal (pubblicato in Italia nel 1982). Le leggende antico-medievali della Maddalena sembrano del resto riprese anche in ambienti catari, come ben chiarisce Sabato Scala, in un assai ben documentato e peraltro interessantissimo articolo, ugualmente pubblicato su Episteme n. 6. L'affresco dell'Ultima cena potrebbe in effetti nascondere una singolare filigrana nascosta. E ci sarebbe dell'altro. <<Una strana mano punta uno stiletto allo stomaco di un discepolo, nel gruppo dell'estremità di sinistra della tavola, per chi guarda. Non si riesce ad immaginare come la mano possa appartenere a qualcuno dei commensali>>. <<Guardando meglio questa mirabile opera si scopre, a destra di chi guarda, un uomo alto e barbuto che si piega a parlare all'ultimo discepolo e che volta completamente le spalle al Redentore. Tutti riconoscono che il modello per questo discepolo, San Taddeo o Giuda di Giacomo, è lo stesso Leonardo>> (cfr. L. Picknett e C. Price, La Rivelazione Templare, Sperling e Kupfer, 1998, pag. 4 ss.).  Per i citati autori, anche altre opere di Leonardo sarebbero caratterizzate da analogo criptico simbolismo, per esempio allusioni a una nascosta rivalità tra Giovanni Battista e Gesù, emergente da alcuni significativi dettagli. Ed infatti, molte teorie sono state affacciate dagli studiosi a proposito di Gesù e del Battista, se legati da un medesimo rapporto, oppure nettamente distinti e contrapposti da ideologie e predicazioni inconciliabili fra loro. Il Battista era probabilmente un 'esseno' del Qumran. E sui manoscritti del Qumran, scoperti per caso nel 1947, le sorprese e le diatribe non sembrano affatto sopite.

VII.3. Ma come avrebbe potuto conoscere, Leonardo, certi sconvolgenti particolari, che emergono soltanto dai Vangeli 'apocrifi' (il termine significa 'segreto' e non 'falso') di Tommaso e di Maria Maddalena, scoperti soltanto nel 1945, a Nag Hammadi nell'alto Egitto, tra i resti di un deposito (o genizhà) dismesso di papiri? Sabato Scala si occupa anche di questi aspetti inerenti a Maria Maddalena e alla diffusione del suo culto nel Medioevo, riportando tra l'altro alcuni frammenti degli 'apocrifi' (cfr. Luigi Moraldi, I vangeli apocrifi, Adelphi, 1993, testo e commento), come <<la compagna del salvatore è Maria Maddalena>>, oppure anche <<Cristo l'amava più di tutti i discepoli e spesso la baciava sulla bocca>>. In questo contesto, ripreso da Sabato Scala con estrema originalità e peraltro abbondantemente presente nel citato successo editoriale de Il santo Graal, emergerebbe anche il "mistero" della "camera nuziale" (vedi l'ulteriore articolo di Scala presente in questo stesso numero di Episteme), in un intrico 'apocrifo' (però severamente censurato, già in antico, da sant'Ireneo di Lione nel suo Contro le eresie: cfr. edizione Cantagalli, Siena, 1968), che sembra fondere, ed anche confondere con Gesù Salvatore, proprio il 'Simon Mago' degli Atti degli Apostoli, e la Maddalena con <<la sua prima "idea", una certa Elena, che in quel tempo lo seguiva, una volta prostituta>>, appunto redenta dal galileo Simone di Gitton (educato ad Alessandria, dove avrebbe appreso le sue "arti magiche") pochi anni dopo il supplizio di Gesù (cfr. Atti 8, 13-18) e in seguito divenuta sua compagna (come appunto ci fa sapere Eusebio da Cesarea nella sua Storia ecclesiastica, II,13, cfr. Edizioni Città Nuova, Roma, 2001, pag. 109-110). Dalla sospetta versione di "Gesù mago" (cfr. ad es. Eliphas Levi, Storia della magia, Orsa Maggiore, 1993, pag. 139 ss.), aveva preso opportunamente le distanze il grande storico dell'età costantiniana, Eusebio, che ne cita, per contrapposto, diversi altri (ad es. Teuda, l'Egiziano, Menandro e Cerinto), siano stati essi degli agitatori politici o praticanti miracoli, o ambedue le cose insieme. Ma la traccia esoterica del 'Gesù Mago' è riemersa, negli anni ottanta del secolo scorso, con le clamorose scoperte del grande biblista americano Morton Smith, autore di libri straordinari. C'è dunque qualcosa di nascosto, che malgrado gli sforzi dei primi apologisti e storici cristiani (da Giustino a Origene, da Origene a Tertulliano, e da Tertulliano ad Eusebio), non può essere soppresso: il 'sospetto', cioè, che il 'mistero Gesù' nasconda 'cose umane', ben inteso accanto ai 'disegni divini'. Dinanzi alle pretese stravaganti di alcuni autori gnostici, i Padri della Chiesa, seguiti dalla maggior parte degli storici antichi e moderni, hanno negato l'esistenza di un insegnamento 'esoterico' praticato da Gesù e proseguito dai suoi discepoli. Ma come fa notare il grande storico delle religioni M. Eliade, <<questa opinione è contraddetta dai fatti>>. Celso, in un'opera diretta Contro i cristiani, scritta nel II secolo d.C. e che ci è pervenuta salvaguardata in buonissima sostanza, attraverso le stesse citazioni testuali fatte da Origine nel suo Contra Celsum più tardo di una-due generazioni, aveva già affacciato questi ed altri dubbi, dicendosi a diretta conoscenza di molti 'retroscena'. Le sue accuse ad un cristianesimo dalle due facce (riti simili a quelli egiziani, pratiche di magia, incerte origini di Gesù, favola della 'resurrezione' ecc.), erano principalmente rivolte al richiamo ai 'doveri di fedeltà' verso lo Stato romano. Ma alla fine il cristianesimo divenne Stato, o viceversa, e la questione dell'originale insegnamento di Gesù passò in secondo piano rispetto alla consistenza della Sua immagine sacra, costruita sulla base della versione 'teologica' paolina, in netto contrasto rispetto a quella di derivazione 'gnostica'. Il prolifico Padre della Chiesa Eusebio da Cesarea aveva scritto anche una Vita di Costantino, smaccato panegirico delle sue 'benemerenze' cristiane. Ma per Eusebio l'Impero romano è predetto dalle profezie del Vecchio Testamento, e Cristo è il 'logos' della storia. Si potrebbe dire lo stesso di San Francesco, che in effetti richiuse per sempre, dietro di sé, il 'Medioevo oscuro', aprendo le porte a un'epoca nuova, per l'Italia e l'Europa cristiane. Religione e politica sembrano interagire fra loro, e un tale fenomeno non può certamente essere passato in secondo piano. <<Gli elementi, come il monoteismo e la monarchia universale, la pace romana e quella cristiana, la provvidenzialità dell'Impero nei rispetti del Cristianesimo, le profezie che lo riguardano, tutti questi ed altri elementi che, inizialmente esprimevano un rapporto intimo sì, ma pur sempre esterno, tra Cristianesimo e Impero, a un certo punto esprimono un rapporto vitale essenziale tra le due potenze. Tutte e due nate nello stesso tempo, con Cristo ed Augusto, aventi già relazione tra loro, si sono evolute una verso l'altra fino ad incontrarsi nell'Impero Romano Cristiano. Il Cristianesimo si è lentamente universalizzato ed ha assunto strutture giuridiche. L'Impero si è cristianizzato. Tutto ciò si verifica, nel suo ultimo stadio, con Costantino, il primo Imperatore cristiano nel quale Dio completa ciò che aveva iniziato con Cristo ed Augusto. C'è dunque continuità tra Augusto e Costantino, tra l'Impero Romano e l'Impero Romano Cristiano. Il regno giudaico che l'Impero di Augusto aveva ereditato diviene di fatto eredità dell'Impero Romano con Costantino, quando si verifica l'incontro di questo con l'erede della Sinagoga, la Chiesa>> (R. Farina, L'Impero e l'imperatore cristiano in Eusebio di Cesarea, Zurigo, 1966, pag. 158). In questo modo, la 'storia' viene giustificata in base ai 'disegni divini', secondo quanto aveva già affermato Sant'Agostino, nella Città di Dio. Occorrerebbe, piuttosto, considerare i 'fatti umani'. Saper leggere cioè quegli 'indizi' che recano con sé una recondita filigrana degli eventi realmente occorsi. In quest'articolo, come già si diceva, provocatorio ma non blasfemo, si cercherà di ripercorrere anche il mistero Gesù, che porterebbe appunto alla Sindone: il sacro lenzuolo di lino, o tangibilissimo mandylion, che, pervenuto ai Templari nel 1204 (dopo la conquista di Costantinopoli a seguito della quarta crociata che non giunse mai in Terra Santa, durante la quale morì Federico I di Svevia, il nonno di Federico II), sarebbe testimonianza concreta di un affascinante ed insoluto 'mistero', che a dire degli agguerriti studiosi di sindonologia, la scienza ufficiale non avrebbe ancora chiarito.

VII.4. Quanto all'ipotizzato 'mistero francescano-templare', i documenti artistici di cui si è fatto cenno - presenti sia nella Basilica inferiore che in quella superiore - sembrano in effetti contenere una grande quantità di allusioni e di sottintesi, tutti riconducibili alla Sindone, ed è questo il dato più sorprendente che si presenta sotto gli occhi. Essi consistono nei due stranissimi e fino ad oggi del tutto inspiegati monumenti funebri menzionati in precedenza, come pure in alcuni affreschi di primaria importanza artistica, che presentano inquietanti 'anomalie', e, secondo noi, probabilissime allusioni criptiche alla Sindone. Anzitutto, nell'autografo 'templare' a forma di Tau, col quale Francesco siglò la chartula di 'benedizione' a fra' Leone (questi se la tenne addosso, pelle a pelle, fino alla sua morte, si noti bene: ben ripiegata in quattro!), si può scorgere, in modo assai singolare, la riproduzione per mano del Santo del 'sacro lenzuolo' in cui fu avvolto il cadavere di Gesù. L'insieme concordante degli elementi sembra rimandare proprio alla Sindone, che sarebbe arrivata ai Templari dell'Eubea e di Cipro nell'ultima fase della storia dell'Ordine, prima dell'estinzione da parte di Filippo il Bello con l'assenso della Chiesa. Un sorprendente e fino ad oggi del tutto insospettato ponte 'sindonico-templare' connetterebbe dunque, all'immagine della Sindone, il 'Volto del Signore' evocato nella benedizione biblica impartita a fra' Leone, subito dopo la mistica visione del Serafino: altra straordinaria 'evocazione sindonica' come essa è stata riportata dalle Fonti francescane. In particolare, questa traccia si sostanzia nel segno del "Tau", siglato da Francesco stesso, cioè una sorta di 'firma templare' in seno all'Ordine francescano, che rimonta sì al segno dell'Angelo apposto sulla fronte degli ebrei prigionieri in Egitto poi liberati da Mosè, ma che al tempo stesso ha pure l'aspetto d'un vero e proprio 'sigillo' dei Cavalieri del Tempio, che sembra voler direttamente alludere al celato mistero della Sindone. Lo lascia sospettare proprio quel "Tau" a forma di croce commissa, d'un rosso assai vivo, emergente dalla 'bocca' del 'volto barbuto', a propria volta adagiato su un grande lenzuolo rettangolare, ben dispiegato e stilizzato nella sua forma, con le fattezze stesse di un telo di lino, grande e leggero. E' questa, secondo noi, l'esatta 'riproduzione' per mano di San Francesco dell'immagine della Sindone, di quella parte cioè recante in evidenza il volto di Gesù, che in tutto segreto i Templari gli avrebbero mostrato durante il suo soggiorno in Terra Santa, considerandolo a pieno diritto uno di loro, armato della 'spada santa' della fede e della 'nuda verità evangelica'. In nome di questo 'Volto Santo' della Sindone, Francesco si sarebbe recato dal sultano con un messaggio di pace, portando con sé la certezza del Cristo, l'agnello di Dio, morto per i peccati del mondo. Il suo gesto clamoroso non solo troverebbe in questo modo una spiegazione plausibile, ma sottintendeva senz'altro il desiderio di pace per i luoghi santi, evidentemente condivisa dagli stessi Templari che detenevano la Sindone e in particolare da Giovanni di Brienne, comandante supremo dell'esercito crociato. Magister Rufinus, grande canonista bolognese allievo di Graziano, il benedettino di origini francesi autore del De Bono Pacis (vedi il nostro articolo in Episteme n. 6), nonché vescovo di Assisi pressappoco all'epoca della nascita di San Francesco, in estrema vecchiaia era stato forse il primo (oscuro e dimenticato dalle fonti) 'maestro' del giovane Francesco, che si recava da lui in camminate solitarie presso l'antichissima abbazia benedettina inerpicata alle falde del Monte Subasio. Da questo grande vecchio di straordinarie qualità morali ed intellettuali, Francesco potrebbe aver appreso la dottrina etica della Pace, secondo le stesse parole del Vangelo. Non una fede, quella cristiana, superiore a tutte le altre, e da imporre con le armi, come pretendeva Pelagio, bensì un messaggio autenticamente cristiano di salvezza universale, indirizzato a tutta l'umanità di retta volontà, capace di riscattare la storia dai suoi vizi e dai suoi mali, le cui nefaste conseguenze si protraggono drammaticamente anche nel tempo presente, segno evidente d'un malessere metafisico, tale in ogni caso da condurre all'armageddon biblico, una volta scatenati 'Gog e Magog', se non stiamo esagerando con un pennello insanguinato le fosche tinte di un terribile scenario che sembra prospettarsi per il prossimo futuro.

VII.5. La nostra congettura 'sindonica' poggia su molteplici elementi. In realtà la singolarissima 'firma' di San Francesco è comunemente interpretata come un "Gulgotha" (in aramaico), Calvario o Teschio, il luogo dove fu crocifisso Gesù, nuovo e perfetto Adamo, e sul quale Costantino fece edificare, nel 326, dopo il Concilio di Nicea, la basilica del Santo Sepolcro. Ciò non significa che sia questa l'interpretazione giusta, pur sempre riconnessa a Gesù. La nostra ipotesi ci condurrà, invece, anche al misterioso Volto Santo di Borgo Sansepolcro, la città natale di Piero della Francesca, autore dello straordinario ciclo pittorico della Leggenda della Santa Croce ispirato all'opera di Jacopo da Varazze (quest'ultimo nato nel 1228, o forse nel 1229, e che, nel 1244, rivestì l'abito domenicano), eseguito nella Chiesa di San Francesco ad Arezzo, ma anche di quel Luca Pacioli anche lui frate domenicano, il matematico amico di Leonardo che eseguì le incisioni del De divina proportione. L'Uomo di Leonardo, che figura oggi nella moneta da un euro e che viene rappresentato secondo la sezione aurea, come fece anche Duerer, sempre sul modello fornito da Vitruvio nel De architectura, potrebbe essere, addirittura, una medesima rappresentazione (secondo i canoni rinascimentali), dell'umanità 'ideale' del Cristo della Sindone quale perfetto prototipo, a prescindere dall'irrilevante dettaglio dalla barba. Ciò che poi colpisce dell'Uomo della Sindone è la sua statuaria ieraticità, il Volto metafisico e regale d'un "uomo-dio" torturato. Ed e' perfettamente 'umano' questo Volto sacro: perfettamente presente, e perfettamente assente. Somiglia all'umana misura dell'eternità. E talvolta sono le tracce più impensate a spianare una via, ove non si tratti d'abbagli o di miraggi, se non suggestioni soggettive. Ma la molteplicità degli indizi sembra legittimare una simile ipotesi, senza per questo dover scadere nella 'fantastoria' o in dilettantesche bizzarrie da 'non addetti ai lavori'. La razionalità di questa congettura riposa sulla stessa oggettività della Sindone che riteniamo genuina. Nel loro insieme sembra preformarsi un quadro ordinato e coerente, che non andrebbe trascurato, almeno come traccia.

VIII. IL TAU MISTICO

VIII.1. Sarebbero questi i suggestivi 'miraggi' nei quali ci saremmo imbattuti (a parte la chartula di cui si è già detto). Nel Trattato dei miracoli, composto da Tommaso da Celano nel 1252, si legge (3,3) che <<fra le tante lettere, gli era familiare la lettera Tau, con la quale firmava i biglietti e decorava le pareti delle celle>> ed inoltre (3,15) che <<con tale sigillo San Francesco firmava le sue lettere, tutte le volte che per necessità o per spirito di carità, spediva qualche suo scritto>>. Non c'è dubbio che Francesco attribuiva a questo sigillo, o piuttosto segno manuale, come allora si diceva, un valore speciale, tanto da considerarlo <<come lo stemma per il nascente Ordine>> (vedi il prezioso saggio di D. Vorreux, Tau simbolo francescano, Edizioni Messaggero, Padova, 1988, pag. 7). Donde era venuta a Francesco questa devozione per il Tau? Vorreux ricorda un miracolo postumo del Santo, riportato sia dal Celano che nell'affascinante Leggenda aurea di Jacopo da Varazze. Toccando il punto dolente con un bastoncino, che recava su di sé proprio il segno del Tau, Francesco avrebbe guarito un uomo che aveva completamente perduto l'uso d'una gamba. Subito l'ascesso sparì e il segno rimase indelebilmente impresso su quella parte. Sembra che i catari, o neo-manichei, rifiutassero la croce come indegna dell'opera redentrice di Dio, mentre altri eretici dell'epoca l'adoravano sotto forma di Tau. L'11 novembre 1215, papa Innocenzo III, nel superbo sermone d'apertura del Concilio, col quale indisse la crociata, evocò il "Tau biblico" (cfr. Ez. 9,4), aggiungendo: <<Siate i campioni del Tau e della Croce!>>. Vorreux riporta anche il passo d'un trovatore anglo-normanno della fine del XIII secolo in cui viene messo in evidenza il significato penitenziale del simbolo del Tau. Del resto gli 'antoniani', o 'frati ospitalieri' di sant'Antonio eremita nel deserto della Tebaide, un ordine fondato in Francia a Saint-Antoine (Vienne) nel 1095, avevano adottato, come loro simbolo, un Tau. Lo stesso per i 'valdesi', come mette in luce, proprio Henry Thode, il primo grande studioso del francescanesimo. Per essi la croce di Cristo aveva forma di Tau (una delle tre forme possibili: cfr. G. Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, par. 597, su cui il corpo di Gesù sarebbe stato fissato, appunto, "con tre chiodi"). San Girolamo (altro padre del deserto, morto nel 420) sapeva che l'antico "Tau" ebraico era cruciforme. Sosteneva Pascal (Pensieri, 433) che <<l'antico testamento è un numero>>. Al Tau la numerologia assegnava il valore '300', col significato di 'salvezza'. Anche Virgilio, prima di San Giovanni, aveva alluso al numero 666, e il nome di Gesù, secondo la cabala, dava proprio il valore di 888. Il preziosissimo olio di 'nardo' col quale la Maddalena unse Gesù nella casa di Betania, costava <<più di trecento danari>> (Mc 14,4-5; Gv 12,5). E' facile smarrirsi in questa selva di cifre simboliche, di cui è ricca fonte lo stesso Vangelo (si pensi soltanto ai "153" pesci del lago di Tiberiade) come pure l'Apocalisse, proseguendo una 'costante' di origine biblica. Col sigillo del Tau furono infatti segnati sulla fronte i 144.000 servi di Dio (Ap 7, 2-4: cfr. E. Corsini, Apocalisse di Gesù Cristo, Torino, 2002). Costantino (secondo Eusebio) vide il labarum (cioè la croce a forma di Tau) come un "segno di vittoria" (se non vide, piuttosto, la costellazione del Cigno, alta nei cieli estivi). E "guarì dalla lebbra" quando fu segnato dal "Tau nel battesimo" (però, a quanto sembra, ricevuto dall'Imperatore soltanto in punto di morte). Il Tau si ritrova pure nella iconografia catacombale, e fu usato come decorazione architettonica in San Zenone, a Verona. Vorreux ci trasporta in un vortice di citazioni e di riferimenti, tutti interessantissimi. Ma sembra evidente che il Tau possedeva per San Francesco un significato particolare, strettamente legato all'Ordine di povertà da lui fondato. Una rappresentazione del Tau si dovrebbe poi scorgere nella stessa pianta della Basilica inferiore di Assisi, per la quale Gregorio IX aveva posto la prima pietra il 16 luglio del 1228. Ma padre Beda Kleinschimdt (Die Basilika von Assisi, Berlino,1915), uno grandi studiosi tedeschi della storia del francescanesimo e dell'arte francescana, nega espressamente questa possibilità. Secondo lui i costruttori della Basilica non avevano, e non potevano avere, quest'intenzione 'mistica ed allegorica'. Ma questa chiesa inferiore era, in origine, un luogo buio, appositamente concepito per destare un profondissimo senso di sofferenza ed un fortissimo sentimento, o 'pathos' di commiserazione. Significava la morte di Gesù. E questo spiega la presenza stessa dei due singolarissimi monumenti funebri, cui si è fatto cenno.

VIII.2. Il Tau è anche un importante simbolo templare, come mettono in luce diversi altri autori (tra i quali A. Demurger, Vita e morte dell'Ordine dei Templari, Garzanti, 1987; G. Bordonove, La vita quotidiana dei templari nel XIII secolo, Rizzoli, 1989; M. Bauer, Il mistero dei Templari, Newton e Compton, 1999). In Spagna, sulla strada di Santiago di Compostella, a Ponferrada, i Templari avevano una commenda ornata di numerosi Tau, tutt'ora visibili (Vorreux, op. cit., pag. 85). L'affacciata ipotesi del contesto sindonico della chartula di fra' Leone è quindi tutt'altro che campata in aria. Tutti gli elementi sembrano convergere in questa direzione. Ed è abbastanza singolare che un frate francescano francese, certo Jean de Roquetaillade (1310-1366), sostenesse che proprio San Francesco era " il crociato del Tau, colui che porta il Sigillo"! L'episodio stigmatico della Verna con l'apparizione miracolosa del Serafino, il contesto della ricorrenza della Santa Croce e di San Michele Arcangelo, il sigillo del Tau, il particolare stato d'animo di fra' Leone e di Francesco stesso, le Lodi di Dio e la benedizione estratta dal passo biblico di Numeri col Volto del Signore, opportunamente evocato da Francesco e presente nel paragrafo del "nazireato", sembrano convergere, tutti insieme, verso l'immagine della Sindone, sempreché il sacro lenzuolo fosse effettivamente pervenuto in mani templari, come sembra del resto assai probabile, e fosse stato, quindi, realmente mostrato a Francesco in Terra Santa, come appunto possiamo ipotizzare per inferenza logica tutt'altro che arbitraria. La nostra è chiaramente una traccia indiziaria, che tuttavia si muove abbastanza bene sul suo stesso terreno. Nelle presunzioni indiziarie c'è sempre un "serpente che si morde la coda", e l'attendibilità logico-probabilistica delle conclusioni si connette soltanto alla quantità e qualità degli indizi (cfr. al riguardo U. Bartocci, America: una rotta templare, ed. Della Lisca, 1995, pag. 17, un saggio rivoluzionario sul mistero di Cristoforo Colombo, di straordinaria qualità e chiarezza). Affermava infatti il grande storico francese G. Duby: <<Immaginiamo. E' quello che gli storici debbono sempre fare.>>. Se anche lo storico di professione è costretto talvolta ad immaginare, questa possibilità diviene per il 'giallista' quasi un obbligo. Egli è costretto a rimuovere le semplici ed ambigue apparenze riferite ad un quadro contraddittorio e confuso, avvolto nell'incertezza, ed è forzatamente orientato dalla stessa ragione a cercare 'verità nascoste' o 'cifre sotterranee' riportandole ad una traccia che possa dirsi coerente e leggibile. Non sarà la 'verità'in senso assoluto, ma è quanto può presumersi per tale in base alla coerenza del quadro indiziaro che emergerebbe con plastica evidenza. Con ciò non possiamo certo pensare di apparentarci al genere degli storici di professione, ma è chiaro che gli indizi da noi offerti hanno comunque un loro peso.

VIII.3. Tornando all'argomento precedentemente affacciato dei simboli, ci sembra che le stesse 'date' annuali delle ricorrenze cristiane possano riflettere un'occulta cifra astronomica, misticamente risolta, compresa la data della festa settembrina di San Michele Arcangelo, nella quale occasione San Francesco avrebbe ricevuto le stimmate (cfr. sull'argomento delle ricorrenze cristiane A. G. Gilbert, I re pellegrini - Sulle tracce di una tradizione segreta, Corbaccio, 1998 e Calendario di A. Cattabiani, Rusconi, 1988). A Edessa in Turchia (l'antica Urfa), c'erano due colonne corinzie, simili alle due grandi colonne del Tempio di Gerusalemme, entro le quali (Gilbert) si incorniciavano le costellazioni (ad es. Orione, il Cacciatore, ovvero, il Nimrod biblico, o mito di 'Sansone': rimandiamo in ogni caso agli studi archeoastronomici del grande Schiaparelli, che fu anche "socio corrispondente" dell'onorata Accademia Properziana del Subasio di Assisi, fondata a metà del XVI secolo). Tuttavia, l'ipotesi che nel cielo delle costellazioni, si potessero nascondere simboli e miti religiosi, è tutt'altro che infondata, come provano anche gli accuratissimi studi dello storico della scienza Giorgio de Santillana (Il mulino di Amleto; vedi la presentazione che ne fa Massimo Cardellini in Episteme n. 5) . Ciò potrebbe valere per l'antichità classica e per la Bibbia, come per lo stesso cristianesimo, così come sembra valere, ad esempio, per la civiltà egiziana e quella babilonese. Nulla esclude che Gesù sia stato effettivamente assimilato al Sole, durante la fase di affermazione del cristianesimo nel mondo romano, quale simbolo stesso dell'unico Dio di Mosè ("de te Altissimu porta significatione", come si leggerà, poi, nel Cantico delle creature, composto probabilmente nel 1224 a San Damiano, nell'anno stesso delle stimmate), per esaltarne sia la valenza cosmico-storica, che quella soteriologia. Gesù stesso si autodefiniva (nel Vangelo di S. Giovanni) come "verità e vita". Proprio come un sole nascente, Egli camminò sulle acque del lago di Tiberiade. La narrazione evangelica potrebbe nascondere la cifra simbolica di un mito pienamente giustificata dalla straordinaria valenza della figura di Cristo.
 
 


(Fig. 6)


 






VIII.4. Ma tornando al nostro discorso, sembra che gli indizi siano molteplici e concordanti, sicché basterebbe elencarli. Si tratta della chartula di fra' Leone, del sepolcro di Giovanni di Brienne e del vaso della 'regina di Cipro', già ricordati; delle scene giottesche (presenti nella misteriosa Cappella della Maddalena) dello 'Sbarco a Marsiglia' (Fig. 6) e del 'Vescovo Zosimo che porge un mantello a Maria Egiziaca', una doppia identità assunta dalla figura della Maddalena nel IV secolo d.C.? (Fig. 9); dell'episodio di "San Martino che dona a un povero la metà del suo mantello", affresco di Simone Martini appartenente al ciclo della Cappella di S. Martino risalente al 1317 (Fig. 8); della già vista (Fig. 2) 'Incoronazione della bionda Maddalena' (così sembrerebbe) da parte di Gesù, un affresco 'incompiuto', presente, in gran vista, nell'arcone frontistante della Tribuna di S. Stanislao, che viene invece comunemente interpretato come una 'Incoronazione della Vergine'; ed infine, dei primi due affreschi del famosissimo ciclo delle Storie di San Francesco realizzato da Giotto nella Basilica superiore, i quali rappresentano, rispettivamente, l'Omaggio a Francesco dell'uomo semplice (ai piedi del Santo viene steso un telo di lino finissimo! - Fig.7), e il Dono del mantello al povero cavaliere (secondo la dubbia interpretazione corrente, si tratterebbe di Francesco, il quale da nuovo San Martino, sceso però da cavallo, donerebbe 'tutto' il suo mantello ad un 'cavaliere povero' (?!) e appiedato - Fig. 10; vedi quanto se ne dirà in seguito, nella sezione X.7). Si tratta di episodi che si riferiscono, secondo la leggenda, alla giovinezza laica di Francesco. Il complesso di tutti questi elementi deporrebbe senz'altro in favore di una presenza templare nella Basilica del Santo e nell'accennata direzione sindonica.
 
 


(Fig. 7)


 






VIII.5. L'affresco del primo riquadro delle Storie, che rappresenta come detto l'omaggio dell'uomo semplice (la scritta, in caratteri gotici, che accompagna ciascun affresco, in questo caso così recita: <<Cum vir simplex de Assisio sternuit vestes Beato Francisco fuditque honores ipsi eunti, super hoc, creditur, eruditus a Deo, asserens omni Franciscum reverentia dignum, quia esset in proximo magna facturus, et ideo ab omnibus honorandus>>), situa la scena nel bel mezzo della Piazza grande di Assisi (il forum mercatorum dell'epoca del Santo), col meraviglioso frontone del <<Tempio>> romano di Minerva in tutta vista, che è 'esastilo', e che invece viene raffigurato da Giotto come 'pentastilo', quasi a dire con l'eleganza di un sottile riferimento simbolico al 'pentacolo' di Salomone. Quest'allusione ai Templari appare abbastanza trasparente, per quanto nessuno ci abbia pensato prima d'ora, dal momento che sfuggiva la possibile connessione tra il lungo velo, steso ai piedi di Francesco da un personaggio inusitato, e la Sindone dei Templari. Non si conosce la committenza di questo importantissimo ciclo pittorico. Tutto è rimasto avvolto nel mistero. Una ragione in più di sospetto proprio nella direzione da noi suggerita. Il Vasari sosteneva, nelle Vite dei pittori, che Giotto aveva affrescato buona parte delle due Basiliche, ma non forniva alcun preciso elemento di riscontro o prova documentale. Nessuna carta di spesa è stata infatti conservata. Profondo mistero. Ma se i documenti artistici sopra elencati potessero essere 'letti' nella direzione da noi suggerita, parte del mistero si scioglierebbe, poiché i Templari non solo non avrebbero tenuto a figurare in qualità di committenti o di finanziatori, ma furono di lì a poco perseguitati ed estinti dal re di Francia e dalla stessa Chiesa di Avignone, così scomparendo le possibili tracce. Tutto ciò spiegherebbe abbastanza bene l'insoluto mistero dell'effettiva committenza giottesca, che peraltro si connette non solo alla presenza del grande artista in Assisi ma anche alla datazione delle opere da lui eseguite in tempi diversi, sulla cui vicenda artistica lo scontro critico, scatenatosi da molti decenni a questa parte, sembra lungi all'aver trovato sopimento. La monumentale Basilica di San Francesco presenterebbe, dunque, non solo evidenti 'tracce federiciane', ma sarebbe altresì caratterizzata da una criptica 'presenza templare', il che sembra un logico corollario dell'assunto principale nell'ambito del quadro indiziario al quale si è già velocemente accennato, e che però va ripreso con chiarezza.

IX. PRESENZE TEMPLARI

IX.1. A differenza di altre trame - come ad esempio il citato Il santo Graal della triade di giornalisti e scrittori M. Baigent, R. Leigh e H. Lincoln: un egittologo inglese, un romanziere americano e un giornalista-psicologo neozelandese coautori de L'eredità messianica ed anche de Il mistero del mar Morto (quest'ultimo solo Baigent e Leigh: e si tratta di un libro dedicato ai Rotoli del Qumran, aspramente censurato dal biblista J. H. Charlesworth nel lavoro collettaneo Gesù e la comunità di Qumran, Piemme, 1997, altresì stroncato da J. A. Soggin in Manoscritti del mar Morto, Newton-Compton, 1994, pag. 198 ss., con un richiamo alla durissima recensione di M. Broshi che lo annovera "tra i libri insufficienti e sciocchi", nonché smentito, per i riferimenti che lo riguardano, dal teologo tedesco Hans Kueng, con una forte presa di distanza, anche sul piano personale, in Cristianesimo: essenza e storia, Rizzoli, 1999, pag. 33 ss.), la nostra congettura (pur fuoriuscendo completamente dai canoni ma assumendo a suo fondamento l'autenticità del misterioso lenzuolo di lino della Sindone) si fonda, invece, su documenti concreti e tangibili, controllabili da chicchessia, sulla base di un'interpretazione che proponiamo al lettore senza pretese di verità assoluta, ma con un possibile fondamento. Ci basta soltanto accennare ad 'ipotesi' mai in precedenza prese in considerazione in quanto sorprendenti e inusitate. Nel far questo non andremo oltre un esame generale, proprio per non appesantire ulteriormente il nostro racconto, che tale deve restare, non trattandosi d'un vero e proprio studio analitico, ma soltanto un profilo sommario d'un percorso del tutto alternativo all'ufficialità consacrata.

IX.2. Ne Il santo Graal di Baigent ed altri, si sostiene che Gesù non è morto sulla croce, che si sarebbe invece rifugiato in Francia, che la discendenza avuta da Maria Maddalena abbia dato origine alla 'dinastia merovingia', e che la Chiesa cattolica sia effettivamente depositaria di questo "segreto", tanto che Papa Leone X, Giovanni dei Medici, si sarebbe congratulato per questo "mito di Cristo che ci ha servito così bene". San Paolo (cfr. L'eredità messianica e Il mistero del mar Morto), oltre che essere il fondatore del cristianesimo greco-romano contrapposto alla vecchia religione ebrea, sarebbe stato addirittura un <<agente romano>> in funzione antiebraica, prima del grande scontro della guerra giudaica e della lapidazione di Giacomo, il 'fratello del Signore' e capo della chiesa di Gerusalemme, avvenuta nel 62 d.C., come si ricava dalla narrazione di Giuseppe Flavio e dagli stessi Atti degli Apostoli. Alcuni elementi di derivazione gnostica (ad esempio l'eresia di Basilide e il Secondo trattato del Grande Seth affiorato a Nag Hammadi nel 1945) sostanzierebbero questa pista 'gialla'. Ugualmente alcune circostanze riportate negli Atti degli Apostoli a proposito della morte per lapidazione di Giacomo ed anche con riguardo all'arresto di San Paolo a Gerusalemme e alla sua traduzione in carcere a Cesarea da parte del Procuratore Felice e al successivo 'appello' rivolto all'Imperatore Nerone in qualità di cives romanus, lascerebbero intendere riposti retroscena, coperti dal più fitto mistero. Nella sua predicazione attraverso le varie sinagoghe orientali della diaspora, San Paolo si era imbattuto in Lucio Giunio Gallione, proconsole dell'Acaia, fratello del filosofo romano, tutore di Nerone, Lucio Anneo Seneca (Atti, 18, 12-17). Da questa circostanza, e dal fatto che San Paolo fu sottoposto a Roma, per un certo periodo, agli arresti domiciliari (Atti 28, 16), sarebbe altresì nata la leggenda del famoso Carteggio con Seneca, sicuramente un falso risalente al IV secolo (sui rapporti tra Seneca e i cristiani, cfr. P. Grimal, Seneca, Garzanti, 1992, pag. 46 e ss. ; su San Paolo e gli Atti 'di' Apostoli - questa la traduzione esatta, cfr. i fondamentali, non importa se datati lavori di E. Renan, Gli Apostoli, 1866, Dall'Oglio 1961; di G. Holzner, L'apostolo Paolo, Morcelliana, 1941; G. Ricciotti, Paolo Apostolo, Atti degli Apostoli e Lettere di San Paolo, due voll., Mondadori, 1958 - tra l'altro 'Apostolo' significa 'inviato'). Il cristianesimo divenne "romano" proprio staccandosi da Gerusalemme. Era un passo necessario, strettamente legato alla dottrina universale di Gesù, che in seguito sempre di più fu riportata ad affini radici platoniche, come prova l'opera stessa di Michele Psello, il grande letterato e storico bizantino dell'undicesimo secolo. Da una certa data in poi (67 d.C.) si perdono completamente le tracce di San Paolo, il Saulo fariseo proveniente dalla assai popolosa, coltissima e cosmopolita città di Tarso, onorata da Marco Antonio prima della sconfitta di Azio. Secondo R. H. Eisenman, un notevole studioso dei rotoli di Qumran 'fuori dal coro' (cfr. James the Just in the Habakkuk Pesher, Lieden, 1986), Stefano (il protomartire degli Atti) sarebbe una figura "inventata" per mascherare il fatto dell'aggressione a Giacomo, che avviene molto più tardi, e che è ben narrata nell'Ipotiposi di Clemente Alessandrino (I, 70). Le origini del cristianesimo restano avvolte nel più fitto mistero, tutt'altro che schiarito dagli Atti. Eppure il messaggio cristiano non solo è chiarissimo, ma è oltremodo potente e penetrante. Segno evidente, quanto meno, della sua profonda appartenenza al senso stesso della storia.

IX.3. La nostra congettura 'sindonico-templare' è indubbiamente assai meno sconvolgente di quella dei menzionati testi come Il santo Graal, ancorché piuttosto articolata. Essa si collega alla Sindone quale prova tangibile dell'effettiva morte di Gesù, pur affacciando una singolare versione della "resurrezione" che chiuderà quest'articolo. Del resto il cristianesimo è, e resta, un genuino 'messaggio' salvifico universale, strettamente collegato alla straordinaria figura messianica di Gesù, Re dei Giudei ma anche Sommo Sacerdote, il cui monogramma (Chi-Ro) assurse a rango mistico anche prima di Costantino. La rapidissima diffusione mediterranea della dottrina cristiana ed il suo precoce radicamento nel cuore dell'Impero costituirono la grande rivoluzione religiosa del mondo antico, in qualche modo già preparato a riceverla. Si trattò di una dottrina già bella e fatta, ben articolata ed organizzata fin dal suo inizio, il che lascia arguire un'originarietà estrema senza doverla attribuire per forza alle manipolazioni o rielaborazioni teologiche paoline. Nessuna trama oscura, quindi. Soltanto il mistero della 'resurrezione' e il mistero stesso del realizzarsi di una profezia biblica d'attesa, appunto la profezia delle "settanta settimane" del profeta Daniele. Le origini del cristianesimo (e abbiamo attentamente consultato, per sostanziare la nostra opinione, oltre a molti altri importanti testi di letteratura greco-latino cristiana, anche H. Kueng, Il Cristianesimo; J.G. Davies, La Chiesa delle origini, Il Saggiatore, 1966; G. Marchesi, Il Vangelo da Gerusalemme a Roma, Rizzoli, 1991; Nuova storia della Chiesa, diretta dal cardinale Jean Daniélou, 1, Dalle origini a S. Gregorio Magno, Marietti, 1970; G. Bosio, Iniziazione ai Padri, Torino, 1969, nonché A.G. Hamman, La vita quotidiana dei primi cristiani, 95-197, Rizzoli, 1993, in aggiunta ai lavori di E. Renan risalenti alla metà dell'Ottocento e a quelli di Don Giuseppe Ricciotti risalenti alla metà del Novecento: si dirà, poca cosa nel 'mare magnum' degli studi neotestamentari, ma crediamo quanto può bastare per fondare un'opinione) hanno indubbiamente condizionato, in modo decisivo, tutta la storia occidentale, a partire dall'Impero romano, impregnando altresì, per diretta conseguenza, la storia delle crociate, le eresie medievali, le vicende templari ed anche la straordinaria ed inspiegabile 'letteratura del Graal', altrettanti fenomeni che sembrano veramente tra loro connessi.

IX.4. Il primo millennio cristiano si trascinò con sé tutte le sue componenti, quelle dominanti e quelle recessive, le forme canoniche come le eresie. La figura di Cristo fu il punto di rottura e di ricongiunzione della civiltà occidentale. Una tale chiave di lettura spiegherebbe molte cose, anche la novitas stessa del messaggio pauperistico francescano. E poiché del mistero Gesù possono essere fornite almeno due fondamentali versioni, tra loro apparentemente antitetiche: quella di Gesù mago e quella di Gesù messia, ecco spiegato l'equivoco, tra ufficialità ed eresia, che si è drammaticamente protratto, per secoli e secoli, nelle pieghe più riposte della storia politica e religiosa dell'Occidente cristiano. Il ritorno di Francesco al Gesù del discorso della montagna fu un risalire alla fonte pura dell'ispirazione salvifica universale del cristianesimo primitivo, che rompeva l'accerchiamento della storia ed apriva un orizzonte di profonda verità. Un qualcosa di simile era occorso a Gesù stesso quando Egli si appellò a "Dio padre" ed al suo "Regno celeste", secondo una coscienza religiosa che può essere fatta risalire al Dio unico di Mosè del millennio precedente, ciò segnando quelle linee di continuità, pur nella grande svolta cristiana, le cui conseguenze ancora ci accompagnano. Ma il destino delle 'grandi idee' è sempre contrastato, è cioè posto "sub signo contradictionis". Si tratta di un' ambivalenza congenita che sembra perdurare ancora oggi nella dimensione della 'new age' e nei 'movimenti alternativi'. Il Gesù di San Paolo e dei Vangeli canonici, non è il Gesù degli eretici, degli gnostici o degli scritti 'apocrifi'. Il Gesù del Talmud e del Corano è un altro Gesù. Gesù è, in ogni caso, una figura storicamente certa, anche se sappiamo poco di Lui, e come pone in luce il grande studioso e biblista E. P. Sanders, non sappiamo 'chi egli fosse', ma soltanto ciò che non è stato, e quel che sappiamo si colloca nel segno di una sostanziale ambiguità, almeno stando alle contraddittorie fonti che più o meno direttamente a Lui si riferiscono, per quanto il messaggio cristiano, o kèrigma, sia in definitiva di una chiarezza sublime, ben al di là d'ogni possibilità di equivoco (come appunto riteneva Bultmann, il più grande biblista del secolo scorso).

IX.5. La predicazione ai 'gentili' segnò una svolta profonda in seno al giudaismo, in un momento storico che si preannunciava sempre più di scontro mortale con i Romani, appunto i "kittim" dei 'Rotoli del mar Morto'. A proposito di essi, vogliamo ricordare al lettore che Santo Mazzarino, uno dei più grandi storici della civiltà romana, se ne occupò nell'Appendice del suo famoso saggio su L'impero romano (Laterza, Bari, 1973, 3 voll., pag. 855 ss.), affrontando altresì il problema dell'asserita "sepoltura dell'apostolo Pietro" (pag. 890 ss.), dopo la presunta grande scoperta (annunciata nel 1965 da parte dell'agguerritissima archeologa Margherita Guarducci - non nuova a tali clamorose imprese - e che subito sollevò un'eccezionale ondata di stampa in tutto il mondo) di quella che fu congetturata essere la tomba del 'primo papa' nei sotterranei del Vaticano. Notiamo poi che il leggendario episodio del "quo vadis, Domine", occorso secondo la leggenda sulla via Appia e recuperato dalla grandiosa filmografia americana sulla base della tradizione, e soprattutto dell'omonimo romanzo di un notissimo scrittore polacco, riflette in realtà il mito di Romolo, presente pressoché nei medesimi termini nella narrazione di Tito Livio. Per altri interessanti dettagli, inerenti alla non del tutto certissima presenza a Roma di San Pietro, si rimanda a C. Rendina, I papi: storia e segreti, Newton, 1993.

IX.6. Il cristianesimo pietrino-paolino si staccò definitivamente da Gerusalemme con l'assassinio fariseo di Giacomo il Giusto, e dopo l'accordo, raggiunto con grande difficoltà tra gli opposti schieramenti cristiani, sull'irrilevanza della circoncisione per i pagani convertiti al nuovo credo. Fu cioè quasi subito un cristianesimo cattolico, destinato a divenire, nell'immediato futuro, 'apostolico e romano', secondo l'insegnamento 'teologico' della coppia di apostoli, rapidamente prevalente rispetto alla dottrina gerosolimitana (in questo senso gli Atti), in quanto destinato all'espansione mediterranea, o meglio 'toto orbe', della figura salvifica del "Cristo risorto". Ritorneremo su questi aspetti, esaminando a suo luogo la figura di 'Gesù mago' e quella di 'Gesù messia'. Al momento dobbiamo completare l'esposizione degli inquietanti 'documenti artistici' presenti nella Basilica di Assisi per poi volgerci alla letteratura medievale del Graal, in particolare al poeta Robert de Boron, contemporaneo di San Francesco, che il Santo avrebbe potuto ben conoscere come autore 'graaliano' durante il periodo stesso della sua giovinezza ed i suoi probabili viaggi in Francia al seguito del padre mercante, sui quali le fonti però tacciono, come fatti irrilevanti e addirittura passati sotto silenzio da Francesco stesso a seguito della conversione e della definitiva uscita dal mondo ("paulum steti, et exivi de saeculo", secondo quanto egli dichiara nel Testamento).

X. GLI INDIZI ALL'INTERNO DELLA BASILICA

X.1. Come ha ben posto in luce Prospero Calzolari nei suoi originali e ben documentati lavori, la Basilica di San Francesco in Assisi contiene elementi inequivocabili della presenza federiciana (stanti gli stretti legami, storicamente provati, di fra' Elia, generale dell'Ordine, con l'Imperatore svevo Federico II, e dovendosi persino annotare un preciso e sorprendente interesse 'alchimistico' da parte di alcune non trascurabili figure francescane). L'intelligente traccia federiciana di Calzolari è stata recepita dagli storici dell'arte, che ne hanno fatto oggetto di recenti ed accurati studi. Accanto a questa pista, sussisterebbe, a nostro avviso, anche una 'traccia templare', che si manifesterebbe negli accennati documenti artistici presenti nelle due Chiese, quella inferiore di stile romanico e quella superiore con marcati caratteri gotici di stile francese. Poiché l'Ordine templare venne estinto nel 1307, gli elementi ai quali intendiamo riferirci debbono necessariamente risalire ad una datazione precedente, non importa se più o meno lontana da questo limite. Tanto per stimolare la curiosità del lettore facciamo presente che il corpo del Santo (ciò che resta del ritrovamento avvenuto nel 1818) giace oggi ricomposto (in attesa della resurrezione dei morti!) in un'urna di plexiglas (dopo l'accuratissimo esame necroscopico effettuato nel 1982, in occasione del centenario della nascita, che ricercò le possibili cause di morte del Santo). Essa è situata in un profondo pozzo di pietra, al di sotto dell'altar maggiore della Chiesa inferiore, sovrastato dalle quattro bellissime 'vele' dell'allegoria francescana dell'umiltà, della povertà, dell'obbedienza, e quindi anche (quarta vela) dell'apocalittica glorificazione del Santo adornato in una ricca veste di diaspro e d'oro. Vele meravigliosamente affrescate dalla mano di un 'grande maestro', e, proprio per questa ragione, attribuibili a Giotto, nel qual caso la 'mente ispiratrice' potrebbe essere stata, addirittura, quella di Dante Alighieri, terziario francescano e 'ghibellin fuggiasco', amico personale del pittore fiorentino, che senz'altro passò per Assisi almeno un paio di volte (forse anche nel periodo stesso, probabilmente verso il 1310-1312, in cui il pittore realizzò il nuovo capolavoro, universalmente riconosciuto per tale dalla critica; almeno, se fu proprio Giotto ad eseguire pure tale ciclo). In effetti, un 'ritratto di Dante' ed un 'autoritratto di Giotto' si troverebbero riuniti in un affresco di parete, non lontano dalle 'vele', rappresentati quali semplici 'testimoni' immersi nella la folla dei fedeli di uno dei tanti miracoli 'post mortem' attribuiti dalla leggenda a San Francesco. Come si vede, i 'misteri francescani' sono molti e tutti assai eccitanti.

X.2. L'umbratile ed oscura Chiesa inferiore, di stretta concezione romanica e notevolmente rimaneggiata ai lati con l'apertura successiva di alcune ariose cappelle poi affrescate da Giotto e da Simone Martini e adornate da bellissime vetrate (la cui realizzazione però alterò gravemente i primitivi affreschi parietali delle parallele vite di Gesù e di San Francesco), doveva essere originariamente oscura e immersa nella penombra più fitta, paurosamente buia e illuminata soltanto dalle poche lampade ad olio pendenti dalla volta, rappresentando il momento terrestre della crudelissima sofferenza e morte di Gesù (Jacopone da Todi canterà della "crudel morte di Cristo"), mentre la più ariosa chiesa gotica a questa sovrapposta, cioè la Basilica superiore, rappresenta al contrario il momento della gloria nella luce della resurrezione. Ricordiamo che la pianta originaria della Basilica era disegnata a forma di Tau, così come del tutto simile ad un Tau era il lacero saio che Francesco s'era scelto. Ai piedi di questa chiesa inferiore, buia e a forma di croce, si trovano i due misteriosi monumenti funebri 'templari', quello col grande vaso di porfido e la tomba gotica di Giovanni da Brienne. Dalle colonnine gotiche del primo monumento, attribuito chissà perché alla famiglia fiorentina dei Cerchi senza alcuna precisa ragione storica e documentaristica, pendono come stalagmiti due singolarissimi volti: quello di una donna che guarda lontano, e quello di un uomo barbuto, col capo inclinato. A non più di dieci metri di distanza, si trova, sempre appoggiata al grande muro di confine e in parte incassata in quest'ultimo, la tomba gotica di Giovanni I di Brienne, re di Gerusalemme e marito di Maria di Monferrato, condottiero crociato, poeta ed amico personale di San Francesco, padre della regina Isabella prima moglie di Federico II, il riconquistatore di Gerusalemme (1229) dopo la quinta crociata. Il vaso di porfido del primo monumento (Fig. 3) non sembra affatto d'epoca successiva alla fine del Trecento, come alcuni sostengono, arrivando perfino a proporre datazioni cinquecentesche. La sua fattura è chiaramente orientale, e la sua originaria appartenenza al monumento, considerato anch'esso di tipo funebre, non può essere revocata in dubbio, essendo posto centralmente e in piena evidenza, in uno spazio vuoto, sicché eliminare questo grande vaso magnificamente incorniciato all'interno dell'edicola gotica attribuita alla famiglia dei Cerchi, significherebbe svuotare e decostruire il monumento stesso, che tuttavia appare, allo stesso modo, alquanto criptico e indecifrabile. Il sepolcro di Giovanni I di Brienne (Fig. 4) è ancora più misterioso. Nessuno è mai venuto a capo della sua totale stranezza, per quanto appaia plausibile che l'attuale monumento <<sia il risultato di una ricomposizione disordinata ed arbitraria del materiale plastico originario>> (così l'agguerrito storico dell'arte Pietro Scarpellini, in Descrizione della Basilica di S. Francesco e di altri santuari di Assisi, commento artistico alla guida seicentesca di Frà Ludovico di Pietralunga, Edizioni Canova, Treviso, 1982, pag. 188). La situazione sarebbe tuttavia assai confusa. <<Da un monumento a Giovanni da Brienne che è l'indicazione più antica, si passa ad un sepolcro di una imprecisata imperatrice di Costantinopoli, ad una misteriosa Eugubea regina di Cipro (il cui nome non ha riscontro nella storia), infine alla figlia di Giovanni di Brienne, moglie di Federico II (Iolanda od Isabella), che morì nel 1228>> (o piuttosto nel 1229). Lo sconcerto degli storici dell'arte è evidente, dal momento che sfugge una plausibile chiave di lettura. La tomba è contornata agli angoli laterali del basamento. sporgente di circa mezzo metro e quasi ad altezza d'uomo, da ben otto piccole figure a tutto tondo, inequivocabili immagini di apostoli scolpite nel marmo (due statuine sono andate purtroppo perdute, ma è del tutto certa la loro originaria presenza), mentre nel frontespizio del basamento stesso, sono rappresentate le sole "croci di Gerusalemme" degli stemmi. Mancano, cioè, ben quattro apostoli (compreso San Paolo, l'apostolo aggiunto, a parte quanto di diverso riportano gli Atti a proposito della sostituzione di Giuda), che avrebbero dovuto invece figurare tutti insieme, secondo il canonico numero di 'dodici'. Gli otto apostoli presenti nel basamento sarebbero proprio quelli di cui gli Atti non danno più notizia. Si tratta cioè degli apostoli letteralmente spariti nella prima opera neotestamentaria (attribuita a Luca precedentemente alla redazione dei Vangeli), poiché gli Atti degli Apostoli fanno riferimento pressoché esclusivo a Pietro e Paolo. Tuttavia, nel Vangelo di Marco, otto apostoli dormivano in una grotta la notte del Gethsemani, quando Gesù fu catturato dal nutrito manipolo di soldati romani che rafforzava le milizie giudee del Tempio. Le bellissime ed inusitate sculture gotiche del monumento funebre di Giovanni di Brienne sono di pregevolissima fattura, ma di incertissima mano (anche se sono stati chiamati in causa dagli storici dell'arte grossi nomi di scultori, compreso quello di Giunta Pisano, con ipotesi tutto sommato sprovviste di pregio). La datazione comunemente affacciata è quella della fine del XIII secolo, e comunque prima del 1307. Si deve pensare invece ad un valentissimo artista francese, sicché questa sorprendente opera scultorea fu soltanto montata dalla manovalanza locale nel luogo in cui ancora oggi si trova (ben inteso, i singoli pezzi provenivano dalla bottega francese, e i lavori d'alloggiamento in sito furono direttamente seguiti dal maestro), sebbene in seguito tutto l'apparto scultoreo fu forse spostato a lato appena di qualche metro rispetto alla sistemazione originaria, che presumibilmente si situava sotto un grande arcone ogivale addossato alla parete naturale della chiesa, guardante dal capo opposto verso la lontana abside. Due bellissimi angeli tirano i capi di una leggerissima tenda, dietro alla quale si vede per intero il corpo disteso d'un uomo morto (appunto Giovanni di Brienne), la cui lunga 'veste' (altra evocazione sindonica) è stata tuttavia riscalpellinata in malo modo (non si sa perché), scoprendo i piedi già di per sé molto evidenti (così pure nella Sindone). Uno stranissimo personaggio guantato, che non sembra né uomo né donna, forse proprio un angelo col suo sorriso giovanile e quasi beffardo, ma non irriverente, siede in una singolarissima ed allusiva positura, con una gamba accavallata sopra all'altra (non si può fare a meno di notarlo), accoccolato sopra un grosso leone ruggente. Questo singolarissimo ed indecifrabile 'angelo' occupa il secondo ripiano, immediatamente sovrapposto al baldacchino funebre, con accanto, più incassata nell'ombra, una madonna col bambino ritto in piedi, e, tra le due bellissime sculture, un sepolcro rettangolare in pietra rosso scura, ben sagomato nella sua spazialità concreta e riposto nell'ombra più fitta (il che evoca, ancor di più, la sepoltura di Cristo). Si pensa che il monumento si situasse originariamente altrove, e che sia stato in seguito risistemato alla meglio, appunto dove oggi si trova. Non siamo per nulla di quest'avviso, anche se non sembra trovare alcuna spiegazione la riscalpellinatura guastatrice della parte estrema del corpo del morto, adagiato con la sua lunga sopravveste sindonica nel proprio letto funebre. Il marmo bianco, d'un tipo tutto particolare, è d'un colore quasi spettrale. E si tratta di un effetto chiaramente voluto, raggiunto con somma maestria dall'artista esecutore dell'opera. La vista di questo importante monumento suscita una notevolissima inquietudine ed una forte emozione. Si resta letteralmente affascinati, e allo stesso tempo alquanto interdetti. Ma se si ripensa a tutte le presenze, angeliche o non, che nella narrazione dei quattro Evangelisti si mostrano accanto al sepolcro di Cristo, ecco che l'arcano può trovare spiegazione. La stessa tenda, discostata ai capi opposti dai due angeli con una movenza leggerissima ed inusitata, piena di mistero riverente ed intrisa d'una pausa d'accennata meraviglia, suona in questa medesima direzione e sembra contenere, anch'essa, una sottile ammiccamento, viepiù accentuato dall'ombra in cui il monumento si trova immerso. Il fascino estetico e i richiami concettuali del costrutto scenografico sembrano deporre proprio in quest'affascinante direzione che collimerebbe perfettamente con la nostra traccia. Si tratta d'altra parte di un'atmosfera magica e placatrice, densa di richiami psicologici, che lascia letteralmente interdetti. Perché questo monumento si trovi nella Basilica inferiore nessuno degli storici dell'arte sa in effetti spiegarlo, lasciando un chiaro vuoto interpretativo di non trascurabile momento. Il monumento gotico recante perfettamente incorniciato il gran vaso di porfido (che sembra sia stato adibito, nel seicento, ad acquasantiera) e il sepolcro di Giovanni di Brienne appaiono come ai piedi di una croce, quel Tau mistico rappresentato appunto dalla pianta stessa della Basilica, sepolta com'era, in origine, nella penombra più fitta. Una tale collocazione ci appare a stretta ragione del tutto intenzionale e simbolicamente appropriata. Ci sembra del resto evidente anche una certa commistione di elementi dichiarativi che ha confuso il vaso della "regina di Cipro" (secondo noi la casa madre dei Templari d'Oriente) con la fantomatica "regina Eugubea", nella quale la descrizione seicentesca di fra' Ludovico da Pietralunga identificava l'angelo guantato sedente sopra il leone. In realtà si tratta di due monumenti 'templari' ben separati, ma tra loro connessi: il primo (quello sormontato dal grande vaso di porfido), che riporta ai Templari d'Oriente; mentre il secondo (la tomba di Giovanni di Brienne) può essere riferito ai Templari francesi. Il significato allegorico del duplice monumento templare riposa perciò nel richiamo del citato passo del Vangelo di S. Giovanni, e, con riguardo a San Francesco "Alter Christus", il Re Giovanni può essere identificato nel "discepolo amato", mentre i Templari di Cipro, ultimo avamposto cristiano in Oriente, debbono essere identificati come 'Casa madre', alla stregua della madre di Gesù o "vas sanguinis". In ogni caso il vaso graaliano di porfido rosso e le allegorie del monumento funebre di Giovanni di Brienne richiamano altrettante allusioni sindoniche, di cui peraltro pullula a nostro parere la Chiesa di San Francesco, in un momento storico in cui l'Ordine templare aveva perduto la sua originaria funzione, restando soltanto un centro di potere. Il che ben si concilierebbe anche con la forte presenza, che sembrerebbe assodata, della Casa d'Angiò nella medesima Basilica.
 
 


(Fig. 8)


 






X.3. Sempre nella Basilica inferiore si trovano gli affreschi giotteschi del ciclo della Cappella della Maddalena, il detto affresco con l'incoronazione da parte di Gesù della bionda Maria di Magdala (Fig. 2 - ripetiamo, è assai dubbio che si tratti dell'Incoronazione della Vergine, come si crede e dice), e nella Cappella di San Martino dovuta a Simone Martini si trova pure il famoso episodio della 'donazione al povero di "metà" del mantello militare', da cui la leggenda dell'estate di San Martino (Fig. 8). Si tratta di allegorie che secondo noi contengono in cifra delle allusioni sindoniche. Il ciclo di Simone Martini è datato al 1312-1315, ma ciò che conta in questo caso, è soltanto il richiamo alla Vita di Martino di Tours, scritta nel IV secolo da Sulpicio Severo. Martino è un ufficiale di elevato grado dell'esercito romano, di fede cristiana. L'episodio del mantello (3,1-5: lo si veda nel testo delle Edizioni Paoline, 1995, traduzione di M. Spinelli e note di E. Giannarelli, pag. 152 ss.) è legato ad una 'visione notturna' avuta da Martino, di cui riportiamo il passo di Sulpicio Severo: <<Ora, la notte successiva, dopo essersi addormentato, egli vide il Cristo vestito con la metà del mantello con cui aveva ricoperto il povero>>. L'evocazione sindonica ci sembra chiarissima. Del resto, il corpo dell'Uomo della Sindone è diviso in due sul lungo telo di lino, così pure la chartula di San Francesco, il cui 'verso' reca le Lodi di Dio, mentre il 'recto' porta la benedizione biblica a fra' Leone. Tutto coincide. Quanto alla presenza cristiana nei 'quadri' dell'esercito romano, si rimanda alle straordinarie considerazioni di Flavio Barbiero relativa al ruolo della famiglia sacerdotale nell'esercito romano, che si condividono in pieno. Si tratta di una serrata tradizione militare che riporterebbe infatti alle origini del mistero cristologico della sepoltura di Gesù, a partire dall'arresto notturno fino all'esecuzione sul Golgota. La decorazione pittorica della parete di fondo della Tribuna detta di S. Stanislao (l'arcivescovo di Cracovia fatto uccidere da re Boreslao e proclamato santo ad Assisi, nel 1253, da papa Innocenzo IV) consiste nell'Incoronazione della Vergine che sarebbe stata lasciata incompiuta (nel 1337) dal pittore Puccio Capanna, al quale l'opera viene attribuita (Fig. 2). Solo che qui non si tratta affatto della Vergine Maria, ma di una vezzosa e bionda Maria Maddalena! L'affresco sembra aprire uno spiraglio alla cifra occulta. Nei Vangeli i rapporti di Gesù con sua madre sono piuttosto bruschi (come alle nozze di Cana) e alquanto contrastati. La Madonna compare soltanto ai piedi della Croce come Mater o Vas sanguinis. La Maddalena è invece presente nei momenti fondamentali della vita di Cristo, quelli dell'unzione con l'olio di nardo e della resurrezione, a nulla rilevando che secondo Papa Giovanni Paolo II sarebbe stata proprio la Madonna la prima persona a vedere Gesù risorto (a prescindere dalle fonti evangeliche che tacciono).

X.4. Del tutto straordinario e pieno di mistero è pure il ciclo giottesco della Cappella della Maddalena, databile a prima del 1307 (probabilmente 1305). Esso sarebbe stato eseguito su commissione del francescano Teobaldo Pontano da Todi, vescovo di Assisi dal 1296 al 1329, il cui 'stemma' sarebbe un arco trilobato. Per quanto Giotto realisticamente rappresenti il ritratto del vescovo devozionalmente genuflesso ai piedi della Maddalena che letteralmente lo sovrasta con la sua gigantesca figura, il che ci mette già in sospetto, in realtà quanto allo stemma si tratterebbe della stilizzazione dei grandi archi d'ingresso al recinto del Tempio andato quasi completamente distrutto durante la guerra giudaica. Le stesse meraviglie e portentose rovine che nel 1229 caddero sotto lo sguardo ammirato di Federico II. In questo importantissimo ciclo figurano tra l'altro gli episodi della Resurrezione di Lazzaro, il Noli me tangere, la Cena in casa di Simone il lebbroso (cioè l'episodio della "casa di Betania" con Marta e Maria Maddalena che asciuga coi suoi lunghi capelli i piedi di Gesù), e il Viaggio a Marsiglia della Maddalena (Fig. 6) ovvero il miracolo della principessa ritrovata col suo neonato in uno scoglio in mezzo al mare come si esprime il Thode (e il bimbo è un negretto!). Su questo ciclo completamente fuori dell'ordinario, si veda in particolare la descrizione di Henry Thode, in Francesco d'Assisi, 1906 (ristampa Donzelli Editore, 1993, pag. 221 ss.). Secondo Thode <<purtroppo manca qualche punto fermo per fissare la data di questi affreschi, estremamente interessanti, che presentano la Vita di Santa Maria Maddalena, qui confusa, come nella maggior parte delle opere di quel tempo, con Santa Maria Egiziaca>>. Chi era Maria Egiziaca? Secondo una leggenda, riferita da Sofronio nel settimo secolo e forse da lui stesso rimaneggiata, costei nacque in Egitto nel 345 e da giovane condusse una vita dissoluta. Recatasi, a 29 anni, a Gerusalemme per la festa dell'Esaltazione della Croce, provò ad entrare in una chiesa, ma una forza invisibile la respinse. Allora si convertì e si ritirò nel deserto, dove trovò la morte, dopo 48 anni di espiazione, (si afferma) nel 421. Secondo gli studiosi la leggenda sarebbe una contaminazione di varie altre leggende di anacoreti. Secondo noi saremmo chiaramente in ambito sindonico, posto che le rispettive identità di Maria di Magdala e dell'oscura Maria Egiziaca sembrano fondersi e confondersi. Non solo la donna distesa sullo scoglio in vista del porto di Marsiglia come viene rappresentata nell'affresco giottesco, stringe a sé un telo scuro, una sorta di prolungamento del suo stesso mantello. Ma in un riquadro a parte del medesimo ciclo, Maria Egiziaca (alias Maria Maddalena) si trova inginocchiata in preghiera, girata verso il vescovo Zosimo, in piedi davanti all'altare nell'atto di dare la comunione alla santa. In un altro riquadro (sopra l'arcone di ingresso) Zosimo dona invece un mantello rosso (Fig. 9) alla Maddalena (o Maria Egiziaca), che mette la testa fuori da una grotta (il Sepolcro di Cristo?!). Il Thode descrive l'affresco, da lui chiamato Miracolo del mercante di Marsiglia, con queste parole: <<Su un mare agitato, un battello, condotto da due angeli, porta Maria (Maddalena), Marta, Lazzaro e altri due santi nel porto di Marsiglia, caratterizzato dal faro e da una porta della città. A sinistra, in primo piano, la moglie del mercante riposa addormentata su un'isola. Un marinaio in barca le si avvicina>>. La descrizione del Thode attiene ad un giudizio critico di prospettiva pittorica ed ignora il significato allegorico della scena. Sopra la parete della finestra della cappella si trovano una donna con un piccolo tamburo in mano e l'iscrizione <<Maria soror Moisy>>. Poi un'altra santa più vecchia, in una veste che sembra una camicia, con il petto e le braccia libere, i capelli lunghi. A destra si trova Sant'Elena, con un copricapo a punta, e l'iscrizione: <<Elena mater>>. Quindi un'altra santa con una palma. Il contesto sindonico ci sembra chiaramente implicato dall'evocazione della leggenda della Maddalena, a prescindere dall'improbabile consapevolezza di Giotto, che eseguì l'opera, come oggi si ritiene, verso il 1305. Sfugge poi al Thode l'estrema singolarità dell'episodio del 'mantello' (o sindone), non si sa bene se porto all'esterno dalla donna nella grotta, o viceversa da Zosimo a costei. Ci sembra di poter dire che è proprio la Maddalena a porgere all'esterno la Sindone, con una chiara allusione di consegna. Con ciò i committenti 'templari' hanno evidentemente inteso richiamare le origini sacre del mandylion da loro detenuto. La Sindone rappresenta infatti il documento della morte di Gesù, cioè il suo sudario impregnato di sangue, e non è al contrario una comoda prova di resurrezione. Il che giustifica la segretezza della Sindone e il mistero che sempre l'ha circondata. Allo stesso modo è proprio nell'epoca francescana che acquista sempre più spazio l'immagine del Cristo morto (ad occhi chiusi), rispetto all'iconografia precedente del Cristo trionfante (ad occhi aperti).
 
 


(Fig. 9)


 






X.5. Secondo noi la committenza del ciclo della Maddalena è chiaramente templare, così come si deve registrare una netta presenza templare anche nella Basilica superiore. Questa congettura non è stata mai affacciata in precedenza, eppure non è difficile prenderla in considerazione proprio guardando il primo affresco nell'ordine stesso del dipanarsi del ciclo agiografico delle Storie di S. Francesco concepito da Giotto sulla traccia della Legenda Major di San Bonaventura da Bagnoregio. C'è chi sostiene che questo primo affresco del ciclo iconografico sia stato tuttavia l'ultimo ad essere eseguito, e c'è anche chi non lo attribuisce a Giotto. In questo riquadro di rara bellezza Francesco è ritratto nell'atto stesso di attraversare da sinistra verso destra la Piazza grande di Assisi (forum mercatorum) con la sua torre accanto al Palazzo del Popolo ancora incompleta (siamo senz'altro prima del 1305, anno in cui la torre fu certamente terminata, come ricorda un'epigrafe gotica), mentre riceve un singolare omaggio da parte di un uomo vestito in una foggia piuttosto fuori dall'ordinario, che appunto gli stende ai piedi, dispiegandolo sul selciato, un grande e finissimo velo trasparente delle stesse dimensioni della Sindone!, tra lo sguardo letteralmente ammirato di alcune coppie di altri personaggi, vuoi amici del Santo o ragguardevoli cittadini d' Assisi, o altro ancora (Fig. 7). L'episodio è tratto dalla Legenda Major (ma figura anche in Celano e nella Leggenda dei tre compagni), e recita così: <<Un uomo di Assisi, molto semplice, certo per ispirazione divina, ogni volta che incontrava Francesco per le strade della città, si toglieva il mantello e lo stendeva ai suoi piedi, proclamando che Francesco era degno di ogni venerazione, perché di lì a poco avrebbe compiuto grandi cose, per cui sarebbe stato onorato e glorificato da tutti i cristiani>>. Ecco un bell'esempio di come si coprono opportunamente le remote cifre d'un mistero destinato a pochi, attraverso un raccontino destinato all'ingenuità popolare come sempre è avvenuto e sempre avverrà.

X.6. Giotto inserisce nel bel mezzo di questa rappresentazione pittorica, in modo pregnante e plastico, evidentissimo all'occhio, proprio il Tempio romano della Dea Minerva, che caratterizza la monumentalità della Piazza grande di Assisi: una chiarissima allusione 'templare', tanto più che la torre comunale, posta accanto al tempio pagano, non era stata ancora ultimata a quell'epoca, come ben si vede nell'affresco stesso. Questa torre fu terminata (expleta) soltanto nel 1305, come riporta un'iscrizione latina in caratteri gotici ancora presente sul basamento dell'elegantissimo edificio campanario concepito secondo una precisa scansione di ripiani proprio in base al 'rapporto aureo, che tra l'altro viene ripetuto due volte per massimizzare l'elegante effetto di leggerezza che architettonicamente ne deriva. Perché mai Giotto avrebbe dovuto rappresentare Francesco in un contesto inattuale, se non a ragione del simbolo plastico ed evocativo del 'Tempio'? Ed ecco che il 'velo del mistero' si squarcia in modo sorprendente, molti secoli dopo, quando nel 1818 fu ritrovato il corpo del Santo tumulato nel grande pozzo di pietra e calce sotto l'altare maggiore della Chiesa inferiore. Fu infatti recuperato un anello di corniola con l'effigie di Minerva (Minerva etrusca), la dea della saggezza! Questo anello era un sigillo sacro, messo al dito della salma proprio da fra' Elia. Un sigillo templare, che si richiamava, cioè, alla 'sapienza di Salomone', così come il tempio romano di Minerva, 'pentastilo' nell'affresco grottesco rispetto all'originale che ha sei colonne, sembra voler alludere al primo Tempio di Gerusalemme ed ai Cavalieri crociati.
 
 


(Fig. 10)


 






X.7. Ciò non bastando, il riquadro successivo del ciclo agiografico rappresenta Francesco che (a differenza di San Martino) donerebbe tutto il suo mantello ad un "cavaliere povero" (Fig. 10), interpretazione comune collegata in effetti a un episodio riportato dalla Legenda Major: <<Una volta incontrò un cavaliere, nobile ma povero e mal vestito e, commiserando con affettuosa pietà la sua miseria, subito si spogliò e fece indossare i suoi vestiti all'altro>>. Più probabile secondo noi il viceversa, dal momento che il secondo personaggio non appare affatto malvestito (si veda il contrasto con il povero raffigurato nella Fig. 8); ovvero, sembrerebbe trattarsi dell'omaggio di un prezioso mantello offerto a Francesco da un cavaliere sceso appositamente da cavallo per rendere ossequio al Santo: forse qualche riferimento ai Templari? Comunque, la scena si svolge secondo una eccezionale prospettiva a forma di croce (sic!), che parte dal centro stesso della testa del Santo che ha tra le mani il mantello, per irradiarsi lungo le diagonali dell'intera opera: sul lato sinistro, ove è rappresentato San Francesco sullo sfondo di una vista della città di Assisi; e sul lato destro il cavaliere, sullo sfondo del monastero benedettino del monte Subasio (al riguardo rimandiamo al nostro articolo pubblicato su Episteme n. 6 a proposito del Duomo di San Rufino). Tra l'altro, nell'affresco della Piazza, Francesco incrocia delicatamente le mani verso il basso (come per immergersi tutto nel velo che gli viene steso ai piedi: non si può fare a meno di notarlo) proprio a forma di 'croce'!, cioè nell'esatto modo del Cristo della Sindone, nello sprofondo della morte. Ancora una volta vogliamo sottolineare uno scambio di identità, una sorta di 'dualità' che si riconduce all'unità, proprio come la Sindone. Il 'figlio del mercante di stoffe' esordisce, nelle Storie giottesche, con due pezzi di stoffa: un velo di finissimo in cui sembra immergersi con passo delicato ed esitante, e un mantello come nell'episodio di San Martino. A nostro avviso si tratta di chiarissime marchiature sindonico-templari, su di uno sfondo assai allusivo, ma allo stesso tempo destinato a rimanere sigillato nel segreto. Ce lo lascia sospettare, in una 'trama gialla', tutto l'insieme degli elementi che si trovano adunati nella Chiesa, compresa la famosa chartula oggi esposta al pubblico. Ci troviamo in effetti all'interno di una 'cerchia di simboli', e come ricompresi in un'atmosfera da 'Santo Graal'. Chi commissionò la produzione di queste straordinarie opere pittoriche destinate all'universo cristiano, sapeva benissimo a quali realtà nascoste riferirsi, e lo fece con piena coerenza, né in modo episodico né in una cornice occasionale, bensì secondo un disegno voluto e perfettamente organizzato per una consegna 'cifrata' alla posterità.

X.8. Per quanto concerne la presenza giottesca in Assisi, ed il notevolissimo problema dell'attribuzione e della datazione degli importanti capolavori della Basilica, si rinvia al bellissimo saggio di Luciano Bellosi, La pecora di Giotto (Einaudi, 1985) e agli importanti lavori (già citati) di Chiara Frugoni e di Pietro Scarpellini. Qui interessa soltanto il 'mistero francescano', anche se la nostra 'traccia templare' potrebbe ovviamente avere un forte impatto con l'accennata questione. Appare certamente singolare la coincidenza di riferimenti criptici, di misteriose allusioni e di trasparenze significative, che sembrano emergere nel loro insieme dal quadro abbiamo cercato di delineare. Ci sono poi due episodi, riferiti dalle fonti, in cui Francesco deve prendere addirittura le distanze dai catari (cfr. M. Lambert, I Catari, Piemme, 2001, pag. 236 ss.). Neppure questo argomento ci interessa. Tuttavia i viaggi del giovane mercante Francesco si svolsero proprio in terra catara, le stesse zone geografiche dei Templari e delle leggende del Graal. E fu proprio nella piccola Lirey, non lontana da Troyes, la capitale della Champagne dove si era svolto il Concilio anticataro del 1228 e in passato era stata redatta la Regola del Tempio, si dice risalente a San Bernardo, che ricomparve improvvisamente il misteriosissimo lenzuolo, per essere pubblicamente esposto per la prima volta nel 1355 (secondo quanto si trova scritto nel Memorandum del vescovo di Troyes, Henri de Poitiers, risalente al 1389). In un filone silenzioso, rimasto interrato per secoli e secoli, potrebbe nascondersi un 'tesoro' di occultazioni di importanza straordinaria, a prescindere da quanto stiamo tentando di ricostruire. Ad esempio, la chiesa perugina di San Bevignate - "il santo misterioso di Perugia", com'è stato definito - risalente al 1256-1262 (che è l'epoca stessa dei 'flagellanti' d'ispirazione gioachimita e pauperistica), è ornata da singolari affreschi, tra cui l'Ultima cena, la Maddalena, la Crocifissione e molti altri ancora, che sono stati definiti (dal Demurger) <<uno dei rari esempi di decorazione voluta (e realizzata?) dai templari>>. Durante le persecuzioni ed i processi ordinati dal re di Francia, furono mandati a morte alcuni capi templari umbri come Vivolus de comitatu Perusiae, il quale ammise di aver visto una volta un certo '' capud " che sembrava il 'volto d'un uomo', e un certo non meglio identificato Petrus Picardi (forse un templare 'francescano'?). Al limite costoro potrebbero aver avuto a che fare con le supposte committenze della Basilica assisiate. Il nostro 'puzzle' ricompone isolati frammenti, che appaiono tuttavia singolarmente contestualizzati. Come si spiegano tali coincidenze? E si ha quasi il sospetto che la leggenda francescana abbia in qualche modo recuperato alcuni elementi di quella del Graal. Il tratto comune tra le due leggende potrebbe derivare dalla Sindone come cercheremo di argomentare.

XI. LE LEGGENDE DEL GRAAL

XI.1. Gli originari racconti del Graal erano otto storie scritte in un periodo di circa un trentennio, tra il 1190 e il 1220 (G. Phillips, La ricerca del Santo Graal, Sperling e Kupfer, 1996, pag. 42). La prima di queste, il Perceval ou Le conte du Graal di Chrétien de Troyes, sarebbe stata scritta verso il 1190, quando Francesco d'Assisi era ancora un bambino. Vi furono poi continuazioni di questa storia ad opera di autori anonimi. Verso il 1200 comparve il Joseph d'Arimathie di Robert de Boron, pressappoco coevo dell'anonimo romanzo francese, noto come il Didcot Perceval. Il Parzival tedesco del poeta epico Wolfram von Eschenbach sarebbe stato composto verso il 1205. Una versione riveduta e corretta del Didcot Perceval, intitolata Perlesvaus, e due storie del Graal appartenenti al Vulgate Cycle, furono le ultime della serie, comparse verso il 1220. Le conte du Graal fu l'ultimo dei cinque romanzi 'arturiani' composti da Chrétienne tra il 1170 e il 1190, rimasto incompiuto alla sua morte. Nell'introduzione a quest'opera, il poeta francese afferma di aver ricevuto la storia dal suo patrono, il conte Filippo di Fiandra, sotto forma di un libro donatogli prima che Filippo partisse per le crociate. Il Graal sarebbe il calice di Cristo utilizzato nell'ultima cena, un 'vas sanguinis' che si richiama altresì all'amaro calice che non fu risparmiato a Gesù nel supplizio sulla croce. Qualcuno ha affacciato l'idea che il Vangelo apocrifo di Tommaso, contenente i 'detti segreti' di Gesù ed affiorato soltanto nel 1945 dalle sabbie del deserto egiziano, fosse addirittura il Graal. Forse il Graal è la Sindone, e i romanzi del Graal servirono a dirottare altrove questo straordinario segreto templare. Tra i grandi centri letterari nella Francia del XII secolo figuravano le corti di Aliénor, di Maria di Champagne e di Aelis di Blois. Thomas è il poeta della corte di Aliénor, Chrétien il poeta della corte di Champagne, e il maggior poeta della corte di Blois è Gautier d'Arras (A. Viscardi, Le letterature d'oc e d'oil, Sansoni, 1967). Chrétien è forse il più grande poeta medievale prima di Dante: Erec e Phoenice, Lancillotto e Perceval sono le immagini 'grandi' che la fantasia di questo poeta ha realizzato per esprimere i termini essenziali della visione del mondo e della vita umana, raccogliendo una vasta eredità precedente. Certo che le leggende del Graal si fondano sull'Avventura.

XI.2. L'<<avanture>> è la forma essenziale della vita eroica, la prova volontaria mediante la quale l'uomo, che sia veramente tale, realizza in pieno il segno della sua umanità. Cristo e Francesco sono dunque i massimi eroi possibili di questa 'avventura' della perfezione. Francesco era a quel tempo un giovinetto che sognava la gloria e che poi si diresse, dopo la crisi, in questa stessa direzione di pienezza, derivante però dalle privazioni. Ed ecco che l'<<avventura>> di Francesco sembra consumarsi tra supposta gloria templare e vera sequela Christi nella scelta finale della perfetta conformità evangelica. Anche in Chrétien de Troyes l'<<avventura>> somiglia ad un doloroso "itinerarium mentis in Deum". L'anima ingenua di Perceval vaga tra emozioni cavalleresche e il Graal appare soltanto come 'avanture'. Poi, quando Perceval acquista coscienza che la ricerca del Graal è, in realtà, un'inchiesta di Dio (così come il Gradale), ecco lo scatto verso una meta superiore, un passaggio verso l'alto. In realtà Chrétien de Troyes avrebbe composto la sua ultima opera, il Perceval, verso il 1174-1175, e non verso il 1190. Secondo la testimonianza d'un suo continuatore sarebbe stata appunto la morte ad impedirgli di condurre a termine questo lavoro. Francesco doveva conoscere senz'altro Le conte dou Graal. La poesia di Chrétien è la poesia della 'tragica' condizione umana. Pressappoco negli stessi anni in cui, da Wauchier e da Manessier, il Conte dou Graal veniva svolto in senso mistico e quasi agiografico, un altro scrittore, Robert de Boron, riprese il tema del Graal, rifacendosi però alla materia degli Apocrifi, il che è assai significativo nei riguardi della nostra traccia. Robert de Boron visse nell'Inghilterra dei Plantageneti alla fine del XII secolo (e si può forse identificare con quel 'Robert de Burun' di cui è menzione in un documento dell'Essex), ma è senza dubbio francese, nato probabilmente nella regione orientale dell'Alta-Saona. Il suo romanzo 'graaliano' (oltre 3.500 versi) si intitola Romans de l'estoire dou Graal. Non si tratta di un'opera di grande poesia, e Robert de Boron sembra aver apprestato soltanto la materia. Il Gradale è stato dato dal Salvatore a Giuseppe d'Arimatea, chiuso in carcere a Gerusalemme dagli ebrei. Giuseppe, con la sorella, il cognato Bron e un gruppo di proseliti, dopo la distruzione della Città Santa si rifugia lontano, portando con sé la preziosa reliquia. Tre persone veglieranno sul Graal. Nessun sacramento sarà celebrato senza che si ricordi Giuseppe. L'altare è il sepolcro, la tovaglia e il drappo in cui egli ha avvolto il corpo di Gesù. Il Graal è il calice di sangue. Tutti coloro che vedranno il "santo vaso" saranno alla presenza di Dio. Fonte di questa parte del romanzo è, con tutta probabilità, la Gemma animae di Onorio di Augsburg (Autun), che fornisce la stessa interpretazione 'mistica' della Messa. La prima parte si ispira, invece, all'apocrifo Vangelo di Nicodemo (specialmente la parte nota come Gesta Pilati). La terza parte all'apocrifo che si intitola: Vindicta Salvatoris (Viscardi, op. cit., pag. 232). Il romanzo si chiude con la 'profezia' della traslazione della santissima reliquia in Occidente. Robert de Boron perviene ad una precisa definizione del tema del Graal, che invece in Chrétien era stato vagamente accennato. A Robert de Boron e i segreti del Graal ha dedicato un importante saggio il Prof. Francesco Zambon (Olschki Editore, Firenze, 1984). L'intelligente Autore analizza la materia del Graal anche dal punto di vista del retroscena 'apocrifo' e dei significati reconditi a ciò riconnessi, con uno studio assai approfondito e ricchissimo di spunti. Egli cita, tra l'altro, l'inno 31 del III libro della Ginza di sinistra (un'opera 'mandea': cfr. pag. 87), ove la salvezza e il ritorno alla Patria celeste sono rappresentati mediante la liberazione da una prigionia: <<Vengo incontro alla mia immagine, / e la mia immagine viene incontro a me>>. Secondo noi anche in questo caso si tratta di un'evidente allusione sindonica, e in questo passo si nasconderebbe, perciò, uno dei grandi misteri che appartengono alla 'soluzione indiziaria' che forniremo alla fine, a proposito della fabbricazione della Sindone. Infatti, se la Sindone (non uno dei suoi tanti surrogati come il Velo di Oviedo e la Veronica di Roma) è il vero sudario di Gesù, di essa deve pur trapelare qualche antica traccia, non importa se indiretta o traslata, negli stessi scritti neotestamentari, come anche nelle altre fonti cristiane e quelle gnostiche. Queste allusioni, più o meno criptiche, ma decifrabili e riportabili a senso, noi crediamo di averle trovate e nel prosieguo del presente articolo trascriveremo quelle secondo noi più significative. Ma ciò che altresì colpisce del riportato passo della Ginza, è la possibilità che esso effettivamente descriva il procedimento chimico-alchimistico col quale sarebbe stata ottenuta l'impressione fotografica del lenzuolo da parte dei seguaci di Gesù, da individuarsi come vedremo nella setta dei Terapeuti di Alessandria d'Egitto, presenti a quell'epoca a Gerusalemme. Tale ulteriore riferimento, assai importante ai nostri fini, potrebbe essere accolto con altrettanto fondamento indiziario secondo quanto si vedrà in seguito.

XII. ALLUSIONI SINDONICHE - IL 'VOLTO SANTO' DI SANSEPOLCRO

XII.1. Abbiamo già riportato il passo della Vita di Martino scritta da Sulpicio Severo, in cui sorprendentemente sembra annidarsi un'evocazione criptica dell'immagine sindonica, appunto "divisa in due". Abbiamo altresì menzionato alcuni altri passi, come l'Inno della Perla, che lasciano sospettare un simile richiamo. Occorre adesso corroborare questi accenni riportando ulteriori passi. I tanti studiosi sostenitori a spada tratta dell'autenticità della Sindone, non avrebbero considerato tutte le potenzialità di questo tipo di verifica, lasciandosi invece trasportare dagli studi ricostruttivi storiografici inaugurati nel 1978 dallo storico inglese Ian Wilson, che si concentrò soprattutto sulla "pista di Edessa" (in Macedonia) suffragata da alcuni passi della Storia Ecclesiastica di Eusebio di Cesarea (I, 13-19 e II, 1,7) a proposito della lettera a Gesù di re Abgar (Abgar V Ukkama, che in siriaco significa "il nero") e da un altro passo della Storia ecclesiastica di Evagrio di Epifania (un autore del VI secolo), il quale riferisce che gli "assediati di Edessa" ricorsero alla "santa icona" che Cristo aveva mandato ad Abgar che era desideroso di vederlo di persona. Secondo quanto scrive Evagrio <<Essi la portarono nel tunnel, la bagnarono con dell'acqua e ne versarono un po' sulla pira di legna che immediatamente prese fuoco...>>. Dunque, non importa se in un altro contesto narrativo, questo passo di Evagrio nasconde un procedimento alchimistico? Risparmiamo al lettore gli altri particolari dell'evento storico. Ciò che ci ha colpito di questo singolarissimo passo di Evagrio è l'evocazione, o piuttosto il lontano ricordo del procedimento tecnico che secondo noi permise la realizzazione della Sindone, agendo sul cadavere di Gesù. Procopio, che pure narra i medesimi fatti storici riportati da Evagrio, non conosce quest'episodio, così come, nel Diario di viaggio di Egeria (la parte che resta di quest'opera pervenutaci non integra) non figura alcun accenno o minimo riferimento all'immagine di Edessa, quando questa ardente viaggiatrice romana del IV secolo visitò anche quest'ultima città: ma allora, perché ci andò? (L'opera di Evagrio è stata pubblicata da Città Nuova nel 1998 e il Diario di Viaggio di Egeria dalle Edizioni Paoline nel 1999). La Sindone, in mano ai seguaci cristiani che si ritiene si siano rifugiati nella non lontana Pella per scampare alla guerra giudaica, sarebbe poi giunta a Edessa (qui trasportata, come si sostiene, dai Nazareni, nel 135-136, proprio da Gerusalemme, dove dunque il telo era stato di nuovo riportato), ed ivi rimase nascosta per molti secoli, anche nell'epoca costantiniana, per quanto il cristianesimo romano avesse ormai trionfato: segno evidente che se la Sindone è genuina, essa nasconde il segreto stesso della morte di Gesù, del tutto sfavorevole alla predicazione della "resurrezione" fisica. Dopo la costituzione dell'impero arabo sarebbe stata acquistata nel 958 d.C. dall'imperatore bizantino Costantino VII Porfirogeneto, per essere poi predata, a Costantinopoli, dai Templari franchi, nell'aprile del 1204, a seguito della quarta crociata che non giunse mai in Terra Santa. Sarebbe poi finita proprio in Eubea, in Grecia, dove appunto i Templari possedevano secondo Demurger (op. cit., pag. 212) <<rilevanti beni e una loro importante base>>. Una 'casa templare', questa, direttamente collegata a Cipro, il cui archivio sarebbe stato distrutto dai Turchi ottomani nel 1571. Un'attenta e capillare ricostruzione di questi possibili 'passaggi' si trova ad es. in Sfida alla Sindone di Antonio Lombatti (Pontremoli, 2000), un testo assai interessante da vari punti di vista, in cui alla fine si conclude per la versione che il lenzuolo di lino a spina di pesce con tessitura 3/1, sarebbe <<un falso copto>> di epoca medievale, come del resto provato dalla radiodatazione al carbonio 14 effettuata negli anni Ottanta in ben tre diversi laboratori scientifici. Secondo noi, la Sindone è invece genuina ed appunto, costituendo una scomoda prova nei confronti della teologia della 'resurrezione', fu sempre tenuta nascosta, sia che fosse stata conservata a Gerusalemme fino alla conquista araba, sia pure dopo le incerte vicende che ne seguirono, fino al suo probabilissimo trasporto a Costantinopoli, dove la sua presenza sembra chiaramente attestata da più testimonianze, anche se regnano al riguardo - è bene sottolinearlo - incertezze di vario tipo, soprattutto inerenti all'esatta identificazione del telo sindonico.

XII.2. Per molti sindonologi di fama, quali ad es. Pierluigi Baima Bollone (tra i suoi tanti libri citiamo Sindone e scienza all'inizio del terzo millennio, Libri de La Stampa, 2000, e Sindone -101 domande e risposte, ed. San Paolo, 2000), Maria Grazia Siliato (Sindone, Piemme, 1997), oppure F. Barbesino e M. Moroni (Lungo le strade della Sindone, ed. San Paolo, 2000) e G. Fanti e E. Marinelli (Cento prove sulla sindone, ed. Messaggero,2000: un lavoro scientifico vero e proprio), la Sindone sarebbe invece autentica, e ciò per tutta una serie di ragioni, sia di tipo intrinseco che di carattere estrinseco. La validità scientifica dei risultati 'falsificanti' dovuti alla radiodatazione al carbonio 14 (in realtà più esami eseguiti da laboratori diversi), è stata messa in seria discussione per tutta una serie di ragioni, che qui tralasciamo. Paradossalmente, la difficilissima questione dell'autenticità intrinseca della Sindone non ci interessa affatto, almeno in relazione alla prima parte del presente lavoro. Francesco potrebbe aver visto benissimo un "falso copto" dell'ottavo secolo, coevo al Volto Santo di Borgo Sansepolcro, ma certamente non un "falso medievale" risalente a dopo la sua morte. La genuinità della Sindone ci interessa invece in relazione alla terza parte del presente articolo, dove concluderemo il nostro racconto esponendo una plausibile versione circa il procedimento chimico-fisico utilizzato per l'ottenimento dell'immagine di Gesù morto, letteralmente non fatta da mani d'uomo (un dato significativo), e cioè acheirotipa come appunto sostiene la tradizione occidentale.

XII.3. Afferma Umberto Eco ne Il pendolo di Foucault, che <<i Templari c'entrano sempre>>. Runciman, il grande studioso inglese delle crociate, pur non collegando in alcun modo l'Immagine di Edessa con la Sindone, biasimava severamente quegli storici che ne avevano trascurato l'importanza a causa delle origini "poco chiare" della stessa, sottolineando l'importanza che ebbe nella storia ed affermando che <<questo oscuro pezzo di tela ha avuto un influsso diretto sui destini della Cristianità>> (riportato da T. Humber, La Santa Sindone, Mursia, 1978, pag. 57). Secondo noi i Templari c'entrano e come. Essi vennero effettivamente in possesso della Sindone (il c.d. Baphomet), che veniva conservata in una teca, esattamente ripiegata in quattro (così come fece fra' Leone con la chartula datagli da San Francesco!), mostrando cioè soltanto il Volto barbuto, che ovviamente tanto colpì San Francesco, se appunto egli lo vide, come già avevamo accennato in una nota del nostro citato articolo sulla 'facciata profetica' del duomo di San Rufino. La chartula di San Francesco trasferì dunque a fra' Leone questo formidabile segreto templare, nel contesto sacro e miracoloso delle stimmate. La parola Baphomet corrisponderebbe (secondo Baigent, Leigh e Lincoln) a 'sophia' (se appunto decodificata in base al 'cifrario Atbash': cfr. L'eredità messianica, pag. 110). Quella "saggezza" recata forse dall'anello del Santo, con l'immagine della dea Minerva, trovato nella tomba? Molti testi si occupano della Sindone (autentica o meno), "in mano ai Templari". Secondo Christopher Knight e Robert Lomas (Il secondo messia, Mondadori, 1998), la Sindone rappresenterebbe le fattezze di Jacques de Molay, l'ultimo Gran Maestro templare, fatto martirizzare da Filippo il Bello allo stesso modo di Gesù. Si discute anche sull'altezza di Gesù, che nella Sindone appare fisicamente possente. L'altezza di Gesù, stando alla Sindone, avrebbe oscillato tra il metro e settanta ed il metro e ottantasette. A nostro giudizio un'altezza del tutto plausibile. E' storicamente attestato che nel 550 l'imperatore Giustiniano mandò a Gerusalemme degli 'uomini degni di fede' per misurare l'altezza reale di Gesù (<<mensura longitudinis corporis Christi, quae fuit mensurata a fidelibus viris in Ierusalem>>), e che il risultato ottenuto fu di "un metro e ottantatre centimetri". Del resto Gesù aveva una mantello regale senza cuciture, intessuto d'un sol pezzo (Gv 19, 23: <<la tunica era senza cucitura, tessuta dalla parte superiore tutta d'un pezzo>>). Su questa "tunica" fu tratto a sorte (oltre che girato un film), mentre gli altri panni furono spartiti <<in quattro>>. Secondo Eusebio (Storia ecclesiastica, 2, 23), che cita un passo perduto di Egesippo, <<il rasoio non passò sulla sua testa>> e Gesù <<non portava vestiti di lana ma di tessuto di lino>>.

XII.4. Secondo un frammento del Vangelo segreto di Marco citato da Clemente Alessandrino, Lazzaro dopo essere risorto (cfr. Gv 11, 1-44) si reca da Gesù, col quale si intrattiene sei giorni <<indossando una veste di lino>>. I sinottici riportano l'episodio dell'emorroissa, la donna che aveva perdite di sangue che non potevano guarire, e che fu risanata al semplice tocco del 'mantello' di Gesù (il Cristo se ne accorse perché sentì all'improvviso uscire da sé <<una potenza>>). C'è poi il sorprendente particolare, narrato dal solo evangelista Marco (14,51-52), del ragazzo che corse via nudo nell'orto del Getsemani la sera dell'arresto, ricoperto soltanto di una veste di lino, o meglio <<un lenzuolo>>. La trasfigurazione di Gesù sul Tabor sembra alludere, peraltro, ad una sorta di bagno di luce. Negli Atti degli Apostoli (7, 55-56) il martire Stefano vede <<i cieli aperti e il Figlio dell'uomo che sta in piedi alla destra di Dio>> (coglieremo in seguito il possibile significato di questa puntualizzazione). Pietro (Atti 10, 9-16) vede <<il cielo aperto e un oggetto strano che ne discendeva, come una grande tovaglia che per i quattro capi veniva calata a terra>>. Secondo la nostra 'lettura' si tratterebbe di altrettante allusioni od evocazioni sindoniche. E in effetti la Sindone non era affatto in mano agli Apostoli della 'predicazione ai gentili' (Pietro e Paolo), ma in mano ai seguaci di Gesù a Gerusalemme: cioè Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo, gli unici di cui conosciamo il nome attraverso i Vangeli. La Sindone è perciò autentica, e razionalmente parlando non può essere nient'altro che il risultato veramente sorprendente ed inatteso della prima 'fotografia chimico-alchimistica' della storia di cui fu fatto oggetto il cadavere prezioso di Gesù, realizzata a Gerusalemme dai Terapeuti suoi seguaci, che si trovavano anche nella città sacra e non solo ad Alessandria d'Egitto. Vedremo al termine di questo articolo perché e con quali modalità fu ottenuta quest'immagine invertita, ma non otticamente rovesciata, per annerimento delle fibre superficiali del telo di lino, con una chiara allusione alla veste 'regale e sacerdotale' ad un tempo di Gesù Cristo, Re dei Giudei e soprattutto vero Messia.

XII.5. Secondo San Paolo (I Cor. 15,14) <<se Cristo non è resuscitato, vana dunque è la nostra predicazione, vana pure è la nostra fede>>. San Paolo è 'testimone' di Gesù, che gli apparve come era già apparso agli Apostoli, e quindi (sempre secondo San Paolo) a più di 500 seguaci. Egli si diffonde a lungo sul mistero della "resurrezione". Ma tra gli eretici vi erano coloro che negavano la resurrezione, come anche la morte. Gli 'gnostici' esaltavano gli aspetti 'psichici' della dottrina cristiana, distinguendo tra 'carismatici', cioè gli eletti, e coloro invece ai quali non sono date queste facoltà, con una analogia simile a quella della setta pitagorica (cfr. M. Scopello, Gli gnostici, ed. Paoline, 1993). Ireneo di Lione ripercorre tutte queste dottrine eretiche nelle loro varianti più diverse, che addirittura, attraverso i Bogomili, giunsero dalla Bulgaria, fino al medioevo francescano ed oltre (e si tratta delle 'varianti' dei Catari, degli Albigesi, dei Patarini lavoratori della lana, ecc.).

XII.6. Nel Vangelo di Marco (16) la scena della 'tomba vuota' è collocata <<allo spuntare del sole>>. Nel Vangelo di Giovanni (20) la Maddalena dice: <<Hanno portato via il Signore e non sappiamo dove l'abbiano posto>>. La 'formula' è ripetuta ancora una volta, però al singolare: <<non so dove l'abbiano posto>>. E' stato fatto notare che si tratterebbe di espressioni iniziatiche, nelle quali viene ripetuta, parola per parola, la stessa formula del 'rito misterico di Iside', secondo una precisa cadenza 'ritmata'. In Matteo (28) l'angelo ha l'aspetto della folgore, con veste bianca come neve. In Luca (24) ci sono <<due uomini>> con <<vesti splendenti>>. In Giovanni la Maddalena vede <<due angeli biancovestiti, seduti uno in corrispondenza del capo e l'altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù>>(proprio come gli angeli della tomba di Giovanni di Brienne).

XII.7. Il Poimandres di Ermete Trismegisto' è ricompreso nel corpus degli 'scritti gnostici' (che riscoperto a Firenze nel circolo del Ficino, era già ampiamente noto a Michele Psello e a Gemisto Pletone). A Nag Hammadi furono ritrovati papiri di vario genere contenenti frammenti anche di quest'opera. Nei Papiri della Grecia magica (un gruppo di testi risalente al IV secolo d.C., all'incirca all'epoca stessa dei codici Sinaiticus e Vaticanus del Nuovo Testamento), viene menzionato un rito <<per rendere immortale l'uomo per intervento del dio sole>>. Negli scritti gnostici (cfr. La gnosi e il mondo, testi gnostici a cura di L. Moraldi, Tea, 1988) c'è un continuo riferimento all'<<Adamo-Luce>>. Nell'Inno della Perla, un importantissimo testo della gnosi siriaco-egiziana (cfr. H. Jonas, Lo gnosticismo, Torino, 1991, pag 130 ss., il fondamentale saggio di un grande allievo di Bultmann) [Nota della redazione: se ne può vedere la versione integrale nel commento di Sabato Scala al presente articolo, in questo stesso numero di Episteme], leggiamo frasi come: <<Mi tolsero il vestito di gloria>> che <<nel loro amore avevano fatto per me: esso era grande, eppure leggero, in modo che potessi portarlo da solo>>, <<il manto di porpora che era stato tessuto in modo che si adattasse perfettamente alla mia persona...>>. <<Quando andrai in Egitto e ne riporterai l'Unica Perla che giace in mezzo al mare, accerchiata dal serpente sibilante, indosserai di nuovo il tuo vestito di gloria e il manto sopra di esso>>. E ancora: <<Mentre ora osservavo il vestito, mi sembrò che diventasse improvvisamente uno specchio-immagine di me stesso: mi vidi tutto intero in esso ed esso vidi in me, cosicché eravano due separati, eppure era uno per l'ugualianza della forma>>. Miglior descrizione della Sindone non si potrebbe immaginare. Approfondendo la ricerca, si potrebbe andare avanti con molte altre citazioni simili, altrettanto allusive e inquietanti. Ad es. (nel Vangelo apocrifo secondo gli Ebrei: cfr. Vangeli Apocrifi, I, a cura di P. G. Bonaccorsi, Libreria Editrice Fiorentina, 1948, pag. 7) leggiamo che: <<Il Signore poi, data la sindone al servo del sacerdote, se ne andò da Giacomo e gli apparve>>. Nel Vangelo apocrifo di Pietro, questa è la descrizione della morte di Gesù: <<E il Signore gridò: "Mia forza, mia forza, tu m'hai abbandonato! " E detto così, fu pigliato in cielo. E nella stessa ora la cortina del tempio si squarciò in due>>. Allusioni 'sindoniche' si trovano pure nelle varie narrazioni dell'infanzia di Maria, madre di Gesù. E nell'Anticristo di Ippolito (I, 4: cfr. Nardini Editore, 1987, a cura di E. Norelli, pag. 71) leggiamo questo passo: <<Perché infatti il Logos di Dio, che era privo di carne, indossò la santa carne dalla santa Vergine, come uno sposo la sua veste, terminando di tesserla nella passione sulla croce, così che, contemperando il nostro copro mortale con la sua potenza, e mescolando il corruttibile con l'incorruttibile e il debole con il forte, salvasse l'uomo che era andato in perdizione>>. Si tratta dell'immagine di Gesù, Nuovo Adamo, frammista ad allusioni sindoniche.

XII.8. Gesù fu crocifisso dai Romani come 're dei Giudei'. Gli Ebrei avrebbero potuto 'lapidarlo', o 'appenderlo all'albero', essendo queste le forme prescritte di condanna a morte per eresia o bestemmia, delle quali non erano stati affatto spogliati per le questioni esclusivamente religiose, come infatti poi accade negli Atti, nel caso di Stefano e di Giacomo, uccisi lapidati dai farisei del Sinedrio. L'essere <<appesi all'albero>> evoca il termine ebraico <<TLH>> (presente sia in Ester, 7,9 come nell'importante frammento Nahum Pesher della grotta 4 che nella colonna 64 del Rotolo del Tempio), che sta per 'croce' o 'crocifissione romana'. Ciò che diverrà, a nostro giudizio, il trigramma del <<TAU>>, usato anche da San Francesco. Il concetto di resurrezione (che corrisponde alla 'morte secunda' del Cantico delle Creature, ripresa, alla lettera, da un passo dell'Apocalisse) deriva da Daniele (7,13-14) e da Ezechiele (37,12-4), e affiora anche per gli 'Zeloti' di Giuseppe Flavio (cfr. Guerra Giudaica VII, IX), proprio nel discorso di Eleazzaro, che li stimola alla resistenza all'ultimo sangue, in vista dell'immortalità dei giusti.

XII.9. <<Mentre ora osservavo il vestito, mi sembrò che diventasse improvvisamente uno specchio-immagine di me stesso: mi vidi tutto intero in esso ed esso tutto vidi in me, cosicché eravamo due separati, eppure ancora uno nella forma e l'immagine del re dei re era raffigurata dappertutto su di esso>>. Se non è questa la Sindone, descritta in modo traslato e criptico in un passo gnostico dell'Inno della Perla, di che mai potrebbe trattarsi? Di conseguenza la Sindone sarebbe attestata, in modo cifrato e criptico, nei più antichi testi, siano essi cristiani che eretici. La ricostruzione 'storica' dei suoi vari passaggi è perciò servente e non principale, rispetto a queste 'citazioni' allusive, di per sé interessantissime ma anche altamente indicative del mistero sindonico, che è pure riflesso da alcune opere d'arte di oscurissima origine.

XII.10. Nel Duomo di Sansepolcro si trova il famoso Volto Santo, un crocifisso ligneo più che a grandezza d'uomo, opera straordinaria e misteriosa, ben più antica dell'analogo 'Volto Santo' di Lucca, che pure gli somiglia notevolmente. All'infuori della notizia della presunta donazione del prezioso crocefisso da parte della nobile famiglia dei "Cattani" (sic!: lo stesso cognome del primo 'vicario' francescano morto nel 1221), in realtà non si sa proprio nulla delle vicende di quest'opera, e, soprattutto, del perché essa si trovi in questa città dal nome oltremodo allusivo, e addirittura nel Duomo poi dedicato a San Francesco. La tipologia del Cristo di Sansepolcro è quella del 'trionfo sulla croce', cioè di "Sacerdos et Rex". Il miglior studio su quest'opera eccezionale è Il Volto Santo di Sansepolcro ("Un grande capolavoro rivelato dal restauro", Silvana Editoriale, 1994). Gli accurati studi critici e le evidenze del recente restauro provano che quest'opera proviene da un ambiente artistico orientale, che risale sicuramente all'VIII secolo. Gesù è rappresentato vestito sulla croce, con i tratti fisici del 'Nazireno' (lunga barba e lunghi capelli), gli occhi aperti e il capo proteso in avanti (quest'ultimo particolare si può riscontare proprio nella Sindone). Una grande ed evidentissima <<M>> dorata incornicia la veste all'altezza del collo, del petto e delle spalle!, non importa se ritenuta soltanto una "stola sacerdotale". Un nodo singolarissimo e al tempo stesso fisicamente 'impossibile', allaccia ai fianchi la veste. A differenza del nodo dell'assai simile Volto Santo di Lucca, che però risale ad epoca più recente di quello di Sansepolcro, quest' ultima cintura, in cuoio senza fibbia, che si annoda tramite un'asola passante, e stringe, col suo nodo, le pieghe della tunica alla vita di Gesù, presenta un nodo a prima vista "vero", ma in realtà si tratta di un nodo irriproducibile. Il lettore comprenderà tutte le 'stranezze' che caratterizzano quest'opera a dir poco misteriosa. A nostro avviso si tratta, ancora una volta, di una riproduzione 'sindonica', straordinariamente allusiva al 'mistero Gesù'.

E le stranezze non finiscono qui. L'Italia medievale ne è percorsa. A titolo di esempio richiamiamo un caso clamoroso: quello di San Galgano di Montesiepi e dell'omonima chiesa monumentale, oggi diroccata. Vissuto tra il 1148 e il 1181, dichiarato santo nel 1185, la sua vicenda leggendaria è altresì legata a quella della "spada nella roccia" che forse addirittura anticipa la "Matière de Bretagne", cioè il "Galvano" del tedesco Wolfram von Eschenbach (1210-1220) del Parzival, e il poema incompiuto di Chrétien de Troyes, Perceval le Gallois ou le Conte di Graal, riportabile a verso il 1190 (vedi M. Moiraghi, L'enigma di San Galgano, Ancora Editrice, aprile 2003). Da dove provengano tutte queste sconcertanti 'stranezze', da quale 'occulto fondale' aggallino non è dato sapere. Ma una tale 'domanda' ha pienamente senso e non può essere certamente elusa con una semplice alzata di spalle. A nostro avviso il filo conduttore di tutti questi misteri è sempre il segreto della Sindone, riapparsa in occidente con le vicende delle crociate. Ma il mistero della Sindone rinvia direttamente a quello della figura di Gesù.