[Il seguente articolo e' comparso, tranne titolo, epigrafe e preambolo, sulla rivista "L'Universita'", giornale dell'Ateneo di Perugia, Anno XIX, N. 3, maggio 2001]

 

C'erano una volta la scuola, e l'università

"I talebani colpiscono la statua (cosa che indispettisce molto i materialisti occidentali, giapponesi compresi, credenti o atei). Ma il simbolo che la pietra rappresenta rimane intatto, perché è spirituale, quindi permanente, indifferente, inconoscibile. Invece, i riformatori demoliscono l'Università e con essa il pensiero, le menti dell'uomo. Questo, sì vulnerabile ed effimero. Ciò che resta rimane, scolpito (in inglese) nella posta elettronica." (Carlo Bernasconi)

Quando il Prof. Galli della Loggia mi ha invitato qualche giorno fa, con iniziativa squisitamente pluralistica, a presentare sulla rivista dell'Ateneo le riflessioni di un docente notoriamente scettico sulla validità dei "principi" che sono alla base della recente "riforma" universitaria, ho accettato per spirito di dovere, tanto più che avevo cercato di rappresentare ufficialmente tale posizione nel corso di una campagna rettorale la quale però, per quanto riguarda lo scrivente, non avrebbe potuto essere più fallimentare. Per questo, ho ritenuto conveniente centrare il presente intervento non solo su considerazioni personali, ma anche su quelle di autorevoli colleghi, coraggiose voci dissenzienti in un oceano di rassegnazione e di opportunismo.

Cominciamo con il rievocare brevemente, piuttosto che i "fatti", l'atmosfera psicologica in cui si sono svolti, caratterizzata dal risuonare in ogni sede universitaria di alcune grida: "L'Europa lo vuole" (un tempo si diceva "Dio"); "Ci sono troppi abbandoni e ritardi"; "L'Italia è indietro nelle statistiche, non produciamo abbastanza laureati per soddisfare le esigenze del mercato di una società civile". I rimedi proposti da medici improvvisati si sono riassunti in parole d'ordine ossessivamente ripetute come preghiere, in neologismi sventolati di fronte ad eventuali obiezioni come bandiere (tra questi, "facilitatore" al posto di "professore", una vera perla); etc.. Svecchiare (ho sentito cinquantenni affermare con convinzione che è inutile tentare di persuadere i cinquantenni); "nuova" didattica" versus "vecchia" didattica; informatica ed inglese; comunicazione e socializzazione (riunioni a non finire, con l'effetto alla lunga di farci sentire insopportabili l'uno all'altro); incentivazioni e disincentivazioni economiche; "quantità" equivalente a "potere", o "valore"; e così via. Il tutto espresso in un contesto intellettuale desolante, attraverso "disposizioni quasi sempre confuse, mal scritte, contraddittorie, e compilate sotto il segno generale della fretta" (secondo il parere di un collega del CUN), con un "linguaggio contorto, prolisso, ripetitivo, a volte privo di senso anche letterale [che] richiama i discorsi che sopportai negli anni successivi alla contestazione del 68. Sembra che ora i peggiori prodotti di quel tempo siano nobilitati, riconosciuti e rischino di essere imposti a tutti" (Giovanni Gallavotti, Roma, Punti Critici, N. 1).

Anche se si è riscontrato un largo numero di "fiancheggiatori" (non riesco a dimenticare certi proclami eraclitei che giravano poco tempo fa qui a Perugia, certe esortazioni al fatalismo, "piaccia o non piaccia, sarà così, quindi meglio farselo piacere"), con i quali si è schierata purtroppo la solita massa abulica che sa sempre riconoscere donde spira il vento del potere, mi pare sinceramente di poter affermare che non si è trattato di una riforma proveniente "dalla base" - originata cioè da spinte autonome, elaborazioni concettuali profondamente sentite/credute da almeno una parte del corpo docente. L'università delle tre I - Informatica, Inglese, Impresa - è stata progettata/costruita lontano da essa, ignorando le espressioni di dissenso "qualificato" manifestate dal mondo della cultura.

"Una riforma che ci è stata imposta in modo assai poco democratico da politici che mi pare siano tanto incompetenti da credere che all'Università non si lavori. Credo che sia un nostro dovere cercare di fare gli interessi degli studi e della cultura. E se i governanti occupati in tutt'altre questioni errano è nostro compito dirlo e cercare di riparare i danni [...] una riforma voluta da una burocrazia sedicente di sinistra [...] una accettazione a priori di qualsiasi idea che venga dal politico di passaggio che si occupa dell'Università. [...] Mi pare che non [si renda] un buon servizio alla fisica compilando pezzi di carta che servono poi a eliminare corsi formativi sostituendoli con corsi assurdi pretesi da gruppi di potere di indirizzi politici assai diversi: quanto la confusione delle loro idee e la concretezza dei loro interessi" (G. Gallavotti, in un'occasione diversa da quella per cui è stato già citato).

Chiarito così lo sfondo interpretativo di questo intervento, qualche commento un po' alla rinfusa sarà in grado comunque di dare un'ulteriore idea delle ragioni dei "pessimisti".

Prima di tutto, fino a che punto è vero che l'Europa, un "soggetto" non ancora pienamente politico, ha imposto certi cambiamenti? Ancora secondo Gallavotti (Punti Critici, N. 2): "Si dice che così sia già all'estero. Lo scopo è produrre laureati in grado di svolgere operazioni del livello del battere ordini su computer, perché l'industria ha bisogno di tali 'laureati', docili e passabilmente abili esecutori di ordini superiori [...] E' falso che all'estero l'insegnamento superiore vi sia svolto nel modo che si vorrebbe introdurre in Italia". Inoltre:

"La riforma dell'anno 2000, con la scusa di adeguare il sistema universitario nazionale a quello degli altri Paesi europei, in realtà ne snatura la funzione, asservendo gli studi superiori agli interessi e alle esigenze spicciole del mondo produttivo e trascurando completamente le finalità per le quali il mondo accademico è stato creato, che sono finalizzate, come si è detto, alla trasmissione della conoscenza e alla produzione di nuovo sapere. Il rimedio che si pretende di aver trovato è peggiore del male e potrebbe essere paragonato all'intervento di un medico sprovveduto che, non riuscendo a guarire il suo paziente, decide di ucciderlo. La sostituzione degli esami con i cosiddetti 'crediti formativi' pretende di sostituire le verifiche periodiche del profitto degli studenti con dei simbolici o burocratici accertamenti dei tempi dedicati dagli studenti alle attività didattiche, mutando un dato oggettivo di verifica in uno del tutto soggettivo. Infatti, il tempo necessario ad apprendere [taluni] concetti varia considerevolmente da individuo a individuo: alcuni concetti non vengono appresi da certe persone (tra le quali bisogna probabilmente annoverare qualcuno degli estensori del provvedimento legislativo) nemmeno in un tempo lunghissimo" (Paolo Emilio Ricci, Roma, Università Notizie, Bollettino dell'U.S.P.U.R.).

"Chi è più colpevole è il corpo docente nazionale, siamo noi, che sappiamo che la laurea triennale è un inganno. Tutti sappiamo che: -per fare un magistrato o un avvocato serve la laurea quinquennale, come apertamente dichiara il ministro Zecchino; -idem per fare un insegnante nelle scuole superiori, come dichiarato in varie sedi in questi giorni; -idem per fare un ingegnere, un fisico e un chimico, anche se il ministro non vuole assolutamente riconoscerlo, perché il governo ha promesso alla Confindustria tanti periti a basso prezzo. Da qui l'attacco di questi giorni agli ordini professionali su tutta la stampa di supporto; -per accordo europeo, servono 6 anni per fare un medico , un farmacista o un veterinario. Nessuno in Europa si sta muovendo per una laurea triennale. Quello che sta accadendo è fantastico. Tutti i docenti che conosco, e sono tanti, in privato esprimono preoccupazione, si preparano con trucchi vari per evitare di ridurre l'università a tappabuchi della scuola media, rovinando i tanti studenti brillanti ed appassionati che abbiamo. In pubblico, non hanno coraggio di votare contro, come d'altronde il CUN e la CRUI. Affoghiamo tutti, in questo disastro che la demagogia di sinistra ha generato. Ed esprimo qui la mia profonda delusione per il comportamento degli uomini di lettere, che avevano il dovere di difendere la cultura, e soccombono imbambolati dalla magia dei calcolatori ed Internet. Le voci che a Padova si sono levate contro questo inganno, appartengono a scienze ed ingegneria, gli altri, zitti. Per evitare gli abbandoni, bastava mettere a numero chiuso i corsi di laurea, e liberi i corsi di diploma, magari aumentandoli. [...] Carissimi, quello che avremo è quello che abbiamo voluto, per vigliaccheria e sudditanza politica, mentre la voce dell'università doveva farsi sentire su questi argomenti unita ed ad alto livello. Ora aspettiamo lo stato giuridico, tacendo e preoccupandoci al massimo dello stipendio, senza pensare alle implicazioni di principio che contiene" (Giuseppina Faraglia, Padova - enfasi nel testo).

Per ciò che riguarda ritardi e abbandoni, si tratta evidentemente di un fenomeno reale, il problema è quale interpretazione darne. Un male reale, o anche un segno di "libertà", in relazione all'accesso indiscriminato a ogni corso di studi, e alla presenza di persone mature che tentano legittimamente varie strade allo stesso tempo, e decidono autonomamente quando e in che misura impegnarsi? Ma, soprattutto, "colpa" davvero di una didattica obsoleta, o non piuttosto di quello sfascio totale della scuola secondaria, prodotto dalle medesime "forze", di cui si discute nei seguenti scritti (il secondo proveniente da un esponente senza dubbio della "sinistra")?

"La mentalita 'di sinistra' di molti governanti, ha prodotto, in questo secolo, due fallimentari conseguenze: la distruzione dell'economia nei Paesi dell'Est Europeo e quella dell'istruzione pubblica nei Paesi Occidentali. Tralasciando il primo di questi effetti che, essendo ormai sotto gli occhi di tutti, non può più essere negato nemmeno dai più faziosi dei nostri 'illuminati' politici, mi sembra di poter identificare il principale motivo che ha prodotto la dequalificazione degli studi nei Paesi occidentali nella progressiva abolizione dei controlli sulla preparazione degli studenti, abolizione che si è via via estesa dalla Scuola elementare a quella media, poi alla Scuola superiore e si pretende ora di estendere anche alla laurea triennale (creando una vera e propria 'laurea dell'obbligo', secondo l'efficace definizione già usata dal Prof. Benevolo). Si è istituito dapprima il concetto di Scuola 'dell'obbligo'. Poiché non si può evidentemente pretendere alcun tipo di impegno da chi sia obbligato a studiare, la licenza della Scuola media inferiore non è stata più negata a nessuno. Si sono poi dequalificati e demotivati i docenti delle Scuole secondarie, con l'immissione in ruolo di innumerevoli 'precari', abolendo i concorsi 'meritocratici' ed umiliando, anche economicamente, le persone più preparate. Si è poi preferito mentire sulla reale preparazione degli studenti delle Scuole superiori, trasformando l'esame di maturità in una ridicola farsa, non negando sostanzialmente a nessuno il diploma di licenza (le altissime percentuali di promossi, che non trovano riscontro nei successivi percorsi universitari degli studenti diplomati dimostrano appunto la falsità delle notizie propagate dai mezzi di comunicazione che, invece di deplorare la facilità con cui si certificano inesistenti preparazioni di base, esaltano le altissime percentuali di promossi). Conseguentemente gli insegnanti, privati dell'unico strumento di pressione nei confronti degli studenti, costituito dalla prospettiva della bocciatura, sono spesso diventati lo zimbello dei più maleducati, una categoria che sembra fortemente aumentata negli ultimi tempi" (Paolo Emilio Ricci, già citato).

"È indubbio che oggi il vero nodo della scuola sia il crollo totale dell'autorità dell'insegnante, il quale non ha più strumenti di alcun tipo per impedire che gli studenti entrino ed escano di classe quando vogliono, fumino, usino i cellulari e facciano molte altre cose ben peggiori. Il disastro è cominciato dal momento in cui sono stati aboliti gli esami di riparazione. Tolto questo strumento intermedio e ragionevole è rimasta la sola bocciatura, un'arma troppo totale per essere usata e, difatti, i bocciati rappresentano una percentuale ridicola. Questo significa che puoi fare quello che vuoi: non studiare mai, andare a scuola quando ti pare, occuparla, spernacchiare l'insegnante. [...] Di qui l'orda di ignoranti inauditi che stanno arrivando all'Università e che la sfasceranno completamente. Di fronte al disastro inferto da D'Onofrio il ministro Berlinguer non è tornato indietro, come avrebbe fatto una persona ragionevole, ma ha inventato il delirante marchingegno dei debiti formativi, per cui nei primi due mesi dell'anno in classe si fanno lezioni di recupero per quelli che hanno accumulato tali debiti, con perdita di tempo per chi ha studiato e finisce per dubitare della utilità del suo sforzo. Ormai scelta dei programmi, dei libri, modalità dell'insegnamento eccetera sono soggetti all'intervento persistente e penetrante di sindacati, personale non docente, studenti e genitori. Quest'onda sta invadendo anche l'Università dove si è introdotta la pratica del giudizio anonimo degli studenti sui professori. Il risultato è che molti colleghi, per non subire giudizi abbassano il livello dei corsi, danno voti alti, insomma fanno i buoni. Per chi ha sempre votato a sinistra (! NdR) è sommamente deprimente constatare come proprio la sinistra abbia umiliato una delle categorie che più le era vicina, che abbia posto le premesse per il trionfo della scuola privata, che abbia massacrato l'insegnamento delle materie umanistiche, della storia, della filosofia con programmi che solo un ignorante avrebbe potuto formulare" (Giorgio Israel, Roma, lettera a la Repubblica).

Sulla questione dei "numeri" dei laureati, e dei confronti (ma quanto omogenei?!) tra le realtà di diversi paesi, si è già accennato alla presenza di possibili precisi "interessi" concreti occultati dietro tale "pretesto", e si può aggiungere che, al solito, la questione è intendersi sui termini. Secondo un altro collega: "Sul numero dei laureati il problema sarà presto risolto dall'abolizione del titolo di dottore: basta che si dichiarino istituti universitari tutti gli istituti tecnici e commerciali e così quei diplomati faranno la loro degna figura nelle statistiche mondiali, perché quel tipo di preparazione è quella della professionalità di tanti ingegneri e commercialisti, dall'Australia alla Lapponia".

Ovviamente molto ancora si potrebbe dire - sul livellamento verso il basso provocato dalla "cultura in pillole", sul pauperismo concettuale dei partigiani della mistificazione egualitaria, sui tentativi goffi e patetici di risolvere i problemi imitando modelli stranieri (semplicemente, la tanto deprecata autarchia fascista alla rovescia), sulla vanità e improprietà dei progetti di agganciare il mondo dell'educazione ai rapidi mutamenti del sistema economico, etc. - ma è tempo ormai di chiudere, spendendo un'ultima parola sulla "sbornia telematica" da cui sono afflitti quei docenti convinti che l'introduzione delle più moderne tecnologie informatiche sia una panacea universale per la didattica, e i rapporti con le nuove generazioni. Si raccomanda al riguardo la lettura del libro di Clifford Stoll (professore di astronomia a Berkeley, uno dei pionieri di Internet): Confessioni di un eretico high-tech, edito recentemente in Italia da Garzanti, dal quale ho selezionato i seguenti brani (le note tra parentesi quadre sono mie).

"L'educazione è una cosa assai diversa e molto più seria dell'alfabetizzazione informatica. Cliccare qua e là su un CD-rom non significa capire e apprezzare i capolavori del passato [...] La scuola, e quindi il futuro della società, sono troppo importanti per essere affidati ai fanatici delle neo-tecnologie, ai fabbricanti di computer e di software, ai loro esperti di marketing [...] Ciò che mi dà i brividi è piuttosto il clima culturale che circonda i computer. Mi preoccupa l'ingenua credulità nelle vuote promesse dei sacerdoti dell'informatica. Mi intristisce la cieca fede in una tecnologia che, promette, si trasformerà in una cornucopia di beni distribuiti gratuitamente alle persone. [...] Molte delle mie considerazioni riguardano l'uso del computer nel contesto dell'istruzione scolastica. Non mi importa che il mondo del business sperperi fortune in mirabolanti attrezzature dalla dubbia utilità, ma divento furioso quando vedo le nostre scuole lanciarsi volontariamente nell'ondata di piena della tecnologia. Come pecore, folle di educatori si mettono in coda per poter riempire di cavi le proprie scuole. Quando acquistano macchine elettroniche per i figlioli i genitori mettono mano alla carta di credito con sorriso beato, immaginandoli già piccoli geni dell'informatica [o beneficiari di un futuro impiego sicuro e gratificante]. Nel frattempo gli insegnanti di lettere devono sopportare studenti semianalfabeti i quali, ansiosi di immergersi in qualche videogioco, non sono in grado di scrivere due righe sensate [sono dell'avviso che costituisca molto più un "dovere sociale" insegnare a trarre profitto dalla lettura di un libro; a saper meditare su una pagina; a saper prestare attenzione per qualche minuto a una persona più competente di noi; a sapersi esprimere in modo abbastanza chiaro; a saper riconoscere in un discorso, ed eventualmente correggere, ambiguità, contraddizioni, non sequitur logici; etc.]. [...] C'è differenza tra l'avere accesso all'informazione e possedere il buon senso e la saggezza necessari per interpretarla. Mancando loro pensiero critico, i ragazzi non possono che confondere la forma con il contenuto, la sensazione con la sensibilità, le parolone con i pensieri di qualità. [...] Credo che una buona scuola non abbia bisogno dei computer e che una scuola mediocre non possa trarre vantaggio neppure dal più veloce dei collegamenti a Internet. Penso che un bravo professore possa insegnare la propria materia senza alcun supporto multimediale; che il piacere dello studio non abbia niente a che fare con un "apprendimento divertente" [...] Probabilmente per il fatto che gli studenti imparano così facilmente a usare il computer, agli educatori piace insegnar loro a manovrare il mouse. Ma per che cosa saranno poi preparati i ragazzi? Per una vita passata a picchiettare su una tastiera, otto ore al giorno. E' un ennesimo modo per avvilire la scuola, alla quale si impone di insegnare competenze cosiddette del futuro, ma che in realtà non richiedono certo una struttura scolastica per venire apprese. [...] Vogliamo una nazione di stupidi? Basta centrare sulla tecnologia il curriculum di studi - insegnamento attraverso videocassette, computer, sistemi multimediali. [...] Avremo una nazione di stupidi".

(Umberto Bartocci, grafomane controvoglia, aprile 2001)