ALBERT EINSTEIN E OLINTO DE PRETTO
LA VERA STORIA DELLA FORMULA PIÙ FAMOSA DEL MONDO

Presentazione



<<Il libro di Umberto Bartocci, Albert Einstein e Olinto De Pretto: La vera storia della formula più famosa del mondo (Bologna, Andromeda, 1999) rischia di diventare ancora più raro delle opere di De Pretto se l'editore non si affretta a ristamparlo. Il libro in questione fa parte della collana La storia impossibile, è un libro just in time , cioè stampato appena in tempo, in tempo per essere salvato. È un po' il destino di quei libri che gli editori non ritengono adatti alla pubblicazione e che senza questa formula non riuscirebbero mai a vedere la luce. I manoscritti cadrebbero nel dimenticatoio, con il passare degli anni andrebbero persi in un trasloco o per colpa di qualche parente distratto. Vengono i brividi a pensare a quanti romanzi, a quanti saggi o a quanti lavori scientifici è stato negato anche il semplice venire alla luce. Di certo la storia è stata scritta anche da mani sconosciute, delle quali a volte non è rimasta la benché minima traccia. Ed è quanto mai eccitante seguire queste orme misteriose. In un prossimo futuro - e può suonare quasi come una beffa - il libro di Bartocci potrebbe essere conteso da bibliofili alla ricerca di testi originali e profetici, testi che non hanno segnato un'epoca al momento della loro silenziosa uscita, ma l'hanno fatto a posteriori, in quanto anticipatori di verità divenute tali solo in futuro, talvolta a distanza di molti anni. Per questo motivo lo conservo gelosamente. È una semplice brossura editoriale in ottavo, con la copertina nera su tutti i lati. Il volto di Einstein e il fungo atomico che campeggiano sul fronte sono due simboli molto chiari del concetto espresso dalla formula più famosa del mondo. Prima di quel libro Bartocci aveva tentato - inutilmente - di far accettare per la pubblicazione un lavoro a quattro mani, con Marco Mamone Capria sullo stesso argomento. La rivista scientifica alla quale aveva indirizzato il manoscritto lo rifiutò, in maniera cortese ma inappellabile. Tutte queste difficoltà derivano dalla responsabilità che si porta dietro il nome di Albert Einstein. Ancora troppo grande e fulgida è la sua stella per poterla offuscare senza esporsi brutalmente alle critiche dell' ortodossia scientifica. Einstein non può essere messo in discussione, non ancora, almeno. Forse un giorno nuove concezioni del mondo della fisica ridimensioneranno le sue teorie, ma al momento resta un pilastro inamovibile, poco meno che intoccabile. Per questo motivo nessuna rivista che vuole costituire una voce degna di nota nell'ambito accademico oserebbe ospitare un intervento decisamente "contro corrente" che non sia suffragato da prove certe e inconfutabili circa un dubbio - sia pur sfumato - sulla paternità della formula più famosa del mondo. È logico che il problema, al momento attuale, non può essere presentato che a livello di congettura. Non è ancora dimostrabile, se mai lo sarà, che Albert Einstein lesse il lavoro di Olinto De Pretto e che, soprattutto, ne trasse ispirazione. Forse l'unica strada praticabile è quella di concentrare le attenzioni sulla figura di Michele Besso, che era amico di Einstein e collegabile a De Pretto. Einstein conosceva l'italiano, tenne anche delle conferenze nella nostra lingua. La scienza sembra non volersi rendere conto che De Pretto, questo oscuro agronomo vicentino, forse ispirò il grande scienziato. Magari si tratta di elementi formali, non decisivi, dato che il concetto di etere non sembra essere applicato alla teoria della relatività, ma di sicuro la frase che compare nel lavoro di De Pretto del 1904 (un anno prima della pubblicazione di Einstein negli Annalen der Physik dei suoi due celebri lavori) è esplicativa al riguardo: "La materia di un corpo qualunque, contiene in se stessa una somma di energia rappresentata dall'intera massa del corpo, che si muovesse tutta unita ed in blocco nello spazio, colla medesima velocità delle singole particelle. [ ... ] La formula mv2 ci dà la forza viva e la formula mv 2/8338 ci dà, espressa in calorie, tale energia. Dato adunque m=l e v uguale a 300 milioni di metri, che sarebbe la velocità della luce, ammessa anche per l'etere, ciascuno potrà vedere che si ottiene una quantità di calorie rappresentata da 10794 seguito da 9 zeri e cioè oltre dieci milioni di milioni">>.

 

La precedente lunga citazione, tratta dal singolare libro di   Simone Berni, A caccia  di libri  proibiti - Libri censurati,   libri perseguitati - La storia scritta  da mani  invisibili     (Ed. Simple, Macerata, 2005, pp. 69-71),   ci è  parsa la maniera migliore per presentare l'unico testo che, fra i tre qui  presentati, ha suscitato (e direi ingiustamente nei confronti degli altri due) molto clamore, sovente accompagnato come vedremo da "fraintendimenti",  comunque istruttivi, da cui l'autore appena citato si tiene apprezzabilmente  lontano.






Eppure lo studio in questione deve essere inteso soltanto come una sorta di (relativamente) breve "introduzione" alla memoria originale del De Pretto, ivi integralmente contenuta, e la sua pubblicazione originaria intesa solamente ... a fare un "dispetto": visto che alcuni ambienti accademici avevano voluto che del caso non si parlasse, chiesi all'amico Paolo Brunetti, delle Edizioni Andromeda di Bologna, di farmi il piacere di pubblicare questo libretto in un numero limitato di copie, che inviai poi a mie spese a tutte (o quasi) le biblioteche italiane di fisica e di matematica, di modo che rimanesse almeno una traccia scritta ("per i posteri"), sia della ricerca effettuata, sia degli atti posti in essere per impedirne la diffusione.

Debbo sottolineare che ritengo assai curioso che una pubblicazione avente un'origine quale quella menzionata sia stata, delle tre qui presentate, la più conosciuta e controversa. Essa consiste sostanzialmente nella divulgazione di alcune informazioni poco note, e nell'illustrazione di una "congettura". Ancora recentemente si dice, in maniera peraltro conforme ai fatti, che il tutto è stato <<accolto con molto scetticismo dal mondo scientifico>> (vedi Gente, 27 luglio 2006, nell'acclusa rassegna stampa). Eppure, i fatti che vi vengono narrati sono assolutamente veri, e conducono inevitabilmente a formulare un'ipotesi la cui omissione sarebbe deprecabile, e che merita quindi quanto meno di essere discussa. Un outsider italiano scrisse un saggio speculativo sul possibile ruolo dell'etere nella fisica, all'interno del quale previde l'eventualità che una qualsiasi massa M contenesse, benché a riposo, una quantità di energia inimmaginabile, proporzionale all'espressione Mc2, celebre in tutto il mondo dopo il successo della teoria della relatività di Einstein - ma soprattutto dopo la frenetica attività che portò alla costruzione della bomba atomica durante il secondo conflitto mondiale.

Così si espresse in proposito il protagonista della nostra ricostruzione, in modo tale da non lasciare adito a dubbi sulla singolarità della sua idea:

<<A quale risultato spaventoso ci ha mai condotto il nostro ragionamento? Nessuno vorrà facilmente ammettere che immagazzinata ed allo stato latente, in un chilogrammo di materia qualunque, completamente nascosta a tutte le nostre investigazioni, si celi una tale somma di energia, equivalente alla quantità che si può svolgere da milioni e milioni di chilogrammi di carbone; l'idea sarà senz'altro giudicata da pazzi>>.

Fin qui la semplice notizia. Viste alcune coincidenze di tempi, luoghi e personaggi, appare poi naturale e verosimile immaginare che l'ampio lavoro di De Pretto sia stato letto se non proprio da Einstein in persona, almeno da Michele Angelo Besso, intimo amico del fisico di Ulm ai tempi della pubblicazione dei famosi articoli sulla relatività. Non è quindi proprio assurdo che la "pazzesca" conclusione del De Pretto possa avere in qualche modo "ispirato", sia pure indirettamente, la proposta dell'equazione che oggi viene ritenuta la più famosa di tutta quanta la storia della fisica.

Non dico di più sull'articolazione di tale ipotesi per non guastare il piacere della lettura agli interessati, ma ritengo opportuno spendere qualche parola sugli accennati "equivoci", e controversie. Il più grave sorge dal tradurre quanto probabilmente avvenuto con parole del tipo "La relatività anticipata da un oscuro industriale italiano", alle quali si replica: "stoltezza". E in effetti tale affermazione certo meriterebbe tale sbrigativo commento, ma chi l'ha mai fatta? De Pretto non anticipò affatto la relatività - che anzi dal mio punto di vista sarebbe stato poco apprezzabile per questo ! - ma si limitò a prevedere la possibilità di un fenomeno fisico che della relatività appare essere una delle più note conseguenze (in un certo senso neanche poi d