Che cos'è la geometria?

Un tentativo di ... ritorno alle origini,

dopo un secolo di nichilismo ontologico

 

Summary - This paper tries to give an answer to the question: "What is Geometry?", opposing Kant's "transcendental" foundation of mathematics to more than one century of "ontological nichilism".

 

1.

La colomba leggiera, mentre nel libero volo fende l'aria di cui sente la resistenza, potrebbe immaginare che le riuscirebbe assai meglio volare nello spazio vuoto di aria.

(Kant, Critica della ragion pura, Introduzione)

Nell'accingerci a cercare di rispondere all'interrogativo di cui in titolo, sopravviene pressante il dubbio se sia più ardito tale tentativo, oppure ... aver formulato la domanda stessa. E' palese infatti che, a partire dalla "rifondazione" della matematica iniziata negli ultimi decenni del secolo XIX (con Dedekind, Cantor, Hilbert, etc.), la geometria abbia progressivamente perduto ruolo e identità, al punto che è oggi diventato persino difficile individuare una "tradizione" nel definire i programmi dei corsi fondamentali di geometria per gli studenti di matematica. Un primo corso di geometria tratta ormai usualmente di "algebra lineare", e il cambiamento di denominazione è già di per sé eloquente. Quando si passa a un successivo, una rapida ricognizione mostra che è presente un ventaglio di opzioni che, invece di essere un omaggio alla molteplicità, è chiaro segno di confusione, e incertezza. Troviamo, a seconda dei gusti, elementi di topologia, di geometria algebrica, di geometria differenziale, di teoria delle forme quadratiche e di algebra multilineare, di geometria combinatoria, etc..

Tale spiacevole situazione è senz'altro conseguenza della bufera che si è abbattuta sui fondamenti tradizionali della matematica grazie al contributo delle grandi "stelle" oggi venerate nel firmamento dei cultori della materia, sicché è davvero difficile resistere alla relativa soggezione psicologica. Un'analisi completa della questione dovrebbe comprendere pertanto uno studio (necessariamente critico, e non apologetico) delle convinzioni filosofiche generali di quei personaggi, e della manifesta influenza (negativa) esercitata su di essi dal darwinismo (si notino sospette coincidenze di tempi), allo scopo di esplicitare le ragioni che renderebbero impossibile ai nostri giorni, a detta dei più, riproporre la "medesima" risposta alla domanda in titolo che sarebbe stata data da Aristotele, Cartesio e Kant.

Cioè, bisognerebbe:

A - Discutere innanzitutto la corretta interpretazione epistemologica delle cosiddette "geometrie non euclidee", che alquanto arditamente vengono definite addirittura un "colpo mortale" inferto alla filosofia kantiana, e costituiscono generalmente il "pretesto" utilizzato per l'eliminazione del ruolo dell'intuizione geometrica (in primis di questa, poscia di ogni specie di intuizione; sull'etimologia del termine si veda la nota 78) nei fondamenti.

"In un certo senso possiamo affermare che la scoperta della geometria non euclidea inferse un colpo mortale alla filosofia kantiana, paragonabile alle conseguenze che la scoperta di grandezze incommensurabili ebbe per il pensiero pitagorico".

Fa eco a tale autentica "sciocchezza filosofica" il noto testo divulgativo di Herbert Meschkowski:

"l'esistenza della geometria non euclidea rende impossibile all'uomo moderno di restare fermo alla concezione spaziale di Platone e di Kant".

Tra l'altro, questi convincimenti nascono da un fraintendimento del pensiero di Kant, come scrive bene Piero Martinetti:

"Questo ci permette di toccare di passaggio l'importante questione delle speculazioni metageometriche che, secondo alcuni, hanno segnato la condanna definitiva della teoria kantiana. [...] In realtà già Kant aveva preveduto una Scienza di tutte le forme possibili dello spazio e spesso parla di altre forme possibili dell'intuizione. Ciò vuol dire che le intuizioni pure non sono necessità logiche; sono necessarie per la nostra intuizione, ma potrebbero esservene delle altre".

Troviamo assai illuminante al riguardo la riflessione di Georg Simmel che Martinetti riporta a conferma della precedente opinione.

"Gli assiomi geometrici sono così poco necessari logicamente come la legge causale; si possono pensare spazi, e quindi geometrie, in cui valgono tutt'altri assiomi che i nostri, come ha mostrato la geometria non euclidea nel secolo dopo Kant. Ma essi sono incondizionatamente necessari per la nostra esperienza, perché essi solamente la costituiscono. Helmholtz errò quindi completamente nel considerare la possibilità di rappresentarci senza contraddizione spazi nei quali non valgono gli assiomi euclidei come una confutazione del valore universale e necessario di questi, da Kant affermato. Infatti l'apriorità kantiana significa solo universalità e necessità per il mondo della nostra esperienza, una validità non logica, assoluta, ma ristretta alla cerchia del mondo sensibile. Le geometrie anti-euclidee varrebbero a confutare l'apriorità dei nostri assiomi solo quando qualcuno fosse riuscito a raccogliere le sue esperienze in uno spazio pseudo-sferico, o a riunire le sue sensazioni in una forma di spazio nel quale non valesse l'assioma delle parallele".

B - Evidenziare l'insufficienza, a priori e a posteriori, dei tentativi fondazionali di logicisti, formalisti, intuizionisti, etc., che apparentiamo in un'unica categoria nella misura in cui essi sono tutti indebitamente "riduzionisti", ovvero non aderenti a una descrizione dualistica della natura degli oggetti matematici.

La nostra accezione del termine "riduzionismo" sarà più chiara nel seguito, ma possiamo qualificare subito con l'aggettivo "aritmetizzante" la caratteristica comune alle fondazioni in oggetto, che vedono il fondamento solo nel tempo, e nell'operazione meccanica di iterazione. Infatti anche per Brouwer, il caposcuola dell'intuizionismo (sostantivo che sembrerebbe avvicinare al kantismo almeno tale minoritaria prospettiva fondazionale), il fondamento della matematica risiede in una ""sovraintuizione" dello scorrere continuo del tempo", pur riconoscendo che:

"la matematica ha un contenuto suo proprio che le proviene direttamente e senza mediazione dall'intuizione ed è come tale indipendente tanto dall'esperienza sensoriale quanto dalla strutturazione logica. In questo senso, la logica non è che una veste che per scopi di comunicazione viene imposta a contenuti che ne sono del tutto indipendenti".

Pure Brouwer non sembra sfuggire all'influenza dell'interpretazione impostasi sulle geometrie non euclidee, ma solo successivamente alla pubblicazione dei relativi articoli di Klein ("Über die sogennante Nicht-Euklidische Geometrie" Mathematischen Annalen, 1871, vol. 4; idem, Zweiter Aufsatz, vol. 6). Il ritardo di quasi mezzo secolo con il quale la comunità matematica si avvede improvvisamente del "valore filosofico" della loro "scoperta" è significativo.

"[secondo Brouwer] i principi della geometria non [sono] "sintetici a priori", dal momento che a suo parere la mente umana potrebbe applicare all'esperienza qualunque tipo di geometria essa scegliesse. Gli unici veri principi a priori e sintetici sono collegati alla "sovraintuizione" di cui si diceva prima nell'unità e nella pluralità del tempo".

C - Infine, e sembrerebbe fuori contesto, analizzare l'influenza che in detta temperie ha esercitato il successo della teoria della relatività, dal momento che è stata la sua affermazione, pur se molti matematici non sembrano rendersene conto, l'elemento decisivo per il consolidamento di un "pregiudizio filosofico" che riteniamo lecito contestare, senza uscire dal campo del "rigore" scientifico.

Conviene terminare questa parte introduttiva con una citazione che dovrebbe eliminare ogni scetticismo sull'effettiva presenza di "pregiudizi" che hanno condizionato lo sviluppo della scienza fisica e matematica nel XX secolo. Secondo Kurt Gödel, che ne fu indubbiamente protagonista:

"a causa dei pregiudizi filosofici dell'epoca, ... un concetto di verità matematica obiettiva ... era accolto con il massimo sospetto e rifiutato da molti come privo di senso".

Ci sembra interessante riportare al riguardo anche il parere di Imre Toth, che riconosce la "natura politica" di certe rivoluzioni, parlando in particolare proprio ... delle geometrie non euclidee.

"Questa presa di coscienza della sua libertà da parte del soggetto trascendentale della Matematica non è un atto di invenzione Matematica, come quello della scoperta di un teorema o della dimostrazione di un teorema, ma è un atto principalmente politico. Ciò che si chiama la rivoluzione non euclidea fu dunque una rivoluzione nel senso proprio della parola, cioè una rivoluzione di natura politica".

Sappiamo bene che si tratta di considerazioni sgradevoli alle orecchie di molti colleghi, ma se non si decide di andare a prendere in considerazione anche siffatti elementi, ecco che la storiografia che ne scaturirà sarà inevitabilmente incompleta, e soprattutto "astratta".

 

 

2.

Tempo e spazio sono pertanto due fonti del conoscere, dalle quali possono essere attinte a priori varie conoscenze sintetiche, come segnatamente ce ne dà uno splendido esempio la matematica pura, rispetto alla conoscenza dello spazio e dei suoi rapporti. Essi cioè sono, tutte due, forme pure di tutte le intuizioni sensibili; e così rendono possibili proposizioni sintetiche a priori.

(Kant, CRP, Estetica trascendentale, § 7, p. 79)

Non è naturalmente fattibile sviluppare i punti precedenti, sia pure sommariamente, in un contesto limitato come il presente, talché ci limiteremo ad accennare alle linee principali di una fondazione dualistica della matematica, quindi, del duplice concetto di "numero", basato sulle forme della ragione pura spazio e tempo. Esse equivalgono tecnicamente alla coppia di opposti (sorta di antinomia della ragione pura) continuo e discreto. Sarà infatti evidentemente opportuno rispondere alla domanda più generale: "che cos'è la matematica?", poiché soltanto dalla contemplazione dell'universale sarà possibile comprendere meglio gli elementi antitetici che lo costituiscono, e la conoscenza di uno di essi sarà accresciuta per contrasto da quella dell'altro. Solamente così si potrà dare adeguato seguito all'interrogativo del titolo, che significa chiedere secondo noi cos'è "metà" della matematica (la metà rimanente essendo evidentemente l'aritmetica). Le due domande capitali potrebbero essere allora riformulate in termini più tecnici nel seguente modo:

- Che cos'è un numero reale? (indicheremo la loro totalità con il consueto simbolo R, anzi con R+, visto che ci occuperemo principalmente di numeri positivi).

- Che cos'è un numero naturale? (indicheremo la loro totalità con il consueto simbolo N, specificando che tra i numeri naturali non includeremo lo zero).

Tanto per anticipare il nostro punto di vista, non vogliamo con ciò significare che i "numeri" di queste due famiglie siano per noi gli Urelemente (o le relative totalità gli Urmengen), conformemente alla significativa distinzione introdotta da Zermelo, e troppo rapidamente "dimenticata" pure nell'esposizione di moderne teorie degli insiemi che recano il suo nome, secondo approcci in cui si parla solamente di "insiemi" e non anche di "elementi". Non proporremo neppure che una fondazione dualistica adeguata debba prendere le mosse dalla considerazione di numeri (sottinteso adesso: naturali) e punti, ossia gli elementi di quello che chiameremo lo spazio ordinario, e denoteremo con il simbolo S. Tale "concetto puro", dal quale deriva, per astrazione successiva, quello di retta ordinaria, simbolo R (attenzione a corsivi che indicheranno in alcune occasioni differenze filosofiche rilevanti!), sarà sì uno dei nostri Urmengen, ma il secondo non sarà N, bensì un'inusuale, per quanto ne sappiamo, retta temporale, simbolo Q . La prima corrisponderà all'intuizione del continuo, la seconda all'intuizione del discreto. I numeri, delle due specie sopra citate, detti anche numeri come misura e numeri come quantità, proverranno in realtà da un unico procedimento di "misura", applicato però una volta ai segmenti (liberi) di R, un'altra agli analoghi intervalli (liberi; o segmenti temporali liberi) di Q . Insomma, alla base della matematica punti e istanti, né il "nulla", né "pure forme", né "combinazioni di segni", e neanche punti e numeri, come afferma chi più si avvicina alla fondazione "perenne" che cercheremo di descrivere.

La pertinenza dei seguenti pareri alla questione ci sembra evidente. Si notino l'esteso arco di tempo che vanno a coprire, e la loro repentina ... interruzione.

Cominciamo con Aristotele, secondo il quale (Metafisica, XI, 1061):

"Il matematico considera ciò che deriva dall'astrazione. Egli [...] trattiene soltanto la quantità e il continuo, che in certe cose ha una sola dimensione, in altre due, in altre tre, e considera le proprietà di queste cose in quanto sono quantità e in quanto sono continue, e non le considera sotto nessun altro rispetto".

Passiamo poi per un altro non matematico, Aurelio Agostino, che nei Confessionum Libri Tredecim coglie la differenza tra gli enti e il linguaggio che li esprime assai meglio di quanto non abbiano saputo fare i logicisti (nominalisti) cui accenneremo in fine di paragrafo (cfr. pure la nota 71). Lo stesso vale per la distanza abissale tra il "reale" e il "pensato", sulla quale spesso torneremo, che pare rimanere altrettanto fuori dalla portata del pensiero degli empiristi.

"La memoria contiene anche i rapporti e le innumerevoli leggi dell'aritmetica e della geometria, senza che nessun senso corporeo ve ne abbia impressa alcuna, poiché non sono dotate di colore né di voce né di odore, né si gustano o si palpano. Udii i suoni delle parole che le designano quando se ne discute, ma altro sono le parole, altro le cose: le prime suonano diversamente in greco e in latino, le seconde non appartengono né al greco né al latino né ad altra lingua. Vidi le linee sottilissime tracciate dagli artigiani, simili a fili di ragnatela; ma altro sono le linee geometriche, altro le loro rappresentazioni riferitemi dall'occhio della carne: ognuno le conosce riconoscendole dentro di sé, senza pensare a un corpo qualsiasi. Percepii, anche, con tutti i sensi del corpo i numeri che calcoliamo; ma quelli usati per calcolare sono tutt'altra cosa. Non sono nemmeno le immagini dei primi, e proprio per questo essi sono veramente" (Libro X, cap. XII).

Secondo Proclo di Costantinopoli:

"[i Pitagorici] ben sapevano che tutta la mathesis così chiamata, è una reminiscenza insita nelle anime, non venuta dal di fuori come le immagini delle cose sensibili che s'imprimono nell'immaginazione [...] come risvegliata dall'apparire di fatti, e sospinta dall'interno dalla stessa riflessione rivolta in se stessa [...] Questa è dunque la mathesis: reminiscenza delle idee eterne che sono nell'anima".

Passiamo poi direttamente a Bacone, che non è un "matematico", ma che anche sulla matematica mostra di possedere delle idee molto chiare.

"Mathematics is either pure or mixed. To the pure belong the sciences employed about quantity wholly abstracted from matter and physical axioms. This has two parts - geometry and arithmetic; the one regarding continued, and the other discreet quantity [...] without the help of mathematics many parts of nature could neither be sufficiently comprehended, clearly demonstrated, and dexterously fitted for use".

Insomma, fin qui tutti riconoscono l'esistenza di una "logica primordiale", o "matematica universale", nascosta tra le pieghe (a mo' di "tacit knowledge", per usare un'espressione di Michael Polanyi; vedi la nota 71) di qualunque formula o discorso scientifico-filosofico. Cartesio descrive nel seguente modo la matematica che trascende come autentica "meta-matematica" quella comune, la quale, impregnata della prima, ne assorbe i contorni semantici.

"E quantunque io qui sia per dire molte cose intorno alle figure e ai numeri, perché esempi tanto evidenti e tanto certi non si possono prendere da nessun'altra disciplina, chiunque tuttavia avrà attentamente considerato il mio intendimento, facilmente vedrà che qui niente ho pensato di meno che alla matematica comune, ma che espongo una cert'altra disciplina, di cui quelle cose sono involucro piuttosto che parti. Tale disciplina infatti deve contenere i primi rudimenti della ragione umana, e deve estendersi alle verità che si possono trar fuori da qualsiasi soggetto; e, a dirla apertamente, io son persuaso che essa sia più importante di ogni altra cognizione a noi data umanamente, essendo quella che è fonte di tutte le altre".

Ogni sapienza, per quanto antica, continua un po' più avanti il filosofo francese, non può farne a meno, essa è come l'anima per il corpo.

"Ma pensando in seguito donde pertanto venisse che un tempo i primi autori della filosofia non volessero ammettere allo studio della sapienza alcuno che non avesse conoscenze di matematica, quasi che questa disciplina sembrasse più facile di ogni altra e massimamente necessaria per ammaestrare e preparare la mente alla conquista di altre scienze più importanti, ben mi accorsi che essi conoscevano una specie di matematica molto diversa da quella comune ai nostri tempi".

Ci sembra che, in relazione alla matematica, Cartesio colga bene anche l'antinomia della ragione pura discreto (ordine, quantità) / continuo (misura) che ne è alla base:

"Toutes les sciences, qui ont pour but la recherche de l'ordre et de la mesure se rapportent aux mathématiques".

A una mathesis universalis, ancora caratterizzata da un duplice fondamento, si riferisce pure Leibnitz:

"Mathesis universalis est scientia de quantitate in universum, seu de ratione aestimandi [...] hinc fit ut mathesis universalis sit scientia de mensurae repetitione seu de numero".

Terminiamo ovviamente con Kant, secondo la presentazione che ne dà Piero Martinetti, e riassumiamo brevemente. Noi siamo in possesso di verità universali e necessarie che valgono per la realtà che ci è nota nell'esperienza (altrimenti non sarebbero conoscenze) e che tuttavia per la loro natura ci rinviano a una fonte diversa dall'esperienza che la trascende. Gli atti di conoscenza sono sempre atti di sintesi condizionati dalla presenza di "elementi umani" che ne costituiscono l'indispensabile supporto, sicché non possono mai pervenire a produrre una "riproduzione ideale della realtà in un'unità logica perfetta", ma soltanto "una forma simbolica e provvisoria dell'unità". Tempo e spazio sono forme unificatrici a priori, alla cui azione congiunta si deve l'organizzazione della realtà da parte dell'intelletto umano. La matematica è una costruzione sintetica a priori, che:

"nasconde sotto vari nomi (postulati, assiomi, definizioni, ecc.) queste intuizioni sintetiche che sono il suo vero punto di partenza; né, traviata da preconcetti, è giunta in generale ancora a perfetta chiarezza circa il loro numero e il loro contenuto" (loc. cit. nella nota 8, p. 45).

E ancora:

"Al tempo corrisponde il calcolo (aritmetica) [...] allo spazio la geometria. Una scienza come la matematica [...] è costituita da atti di sintesi a priori [...] cioè di collegamenti intuitivi e necessari che sono il fondamento della nostra visione delle cose nell'unità del tempo e dello spazio [...] Ogni atto di conoscenza è [...] una sintesi; lo spirito ricostituisce nell'atto del conoscere dai frammenti dispersi del senso l'unità della realtà ultima" (loc. cit. nella nota 8, p. 48).

Ci pare si possa asserire che viene riconosciuta così l'esistenza di talune "capacità" innate nell'intelletto umano, riconducibili in ultima analisi al saper fare di conto (studio della quantità, collegata peraltro all'ordine), e al saper misurare (stabilire cioè "rapporti" tra certi enti geometrici, grandezze, uno di essi fissato come unità di misura; e proprio dal latino ratio, rapporto, vengono i termini "ragione", "razionale").

Concludiamo questo excursus storico-filosofico sottolineando quanto appaiano modeste a fronte delle precedenti le moderne descrizioni dell'attività matematica. Da quelle "circolari" di natura sociologica, che si rifanno al concetto (usato spesso a sproposito) di "comunità scientifica", secondo le quali è matematica ciò che viene ritenuto tale dalla categoria di persone individuate in un dato momento storico e in un dato "gruppo sociale", come i "matematici", a quelle più o meno confuse, poetiche, o empiriche, che "vedono" la matematica dispiegata nella struttura dell'universo, o confondono la matematica con le sue applicazioni, oppure perfino di matrice "filologica", giacché sapere per esempio che per i Greci matematica significava "oggetto di studio e di insegnamento" in nulla ancora ci illumina per i nostri scopi. Di livello superiore (in negativo) si collocano invece secondo noi osservazioni del tipo: "Mathematics is the science that draws necessary conclusions)", di Benjamin Peirce, o la famosa definizione di Bertand Russell: "Mathematics may be defined as the subject in which we never know what we are talking about, nor whether what we are saying is true", le quali tutte non riescono a isolare nessuna delle caratteristiche precipue di questa materia.

3.

Prima di procedere oltre, sarà bene discutere tecnicamente, ovviamente con il senno del poi, dei due attributi fondamentali discreto e continuo, anche perché, per la nostra esperienza, essi non sono di solito ben spiegati negli usuali corsi di matematica (né nei libri che abbiamo avuto tra le mani in tanti anni di insegnamento). La confusione pare soprattutto d'obbligo quando si deve decidere di quale struttura i due termini devono essere considerati aggettivi qualificativi. E' usuale trovare "continuo" riferito a insiemi (la cardinalità del continuo), o a spazi topologici (i connessi compatti), mentre la giusta categoria di competenza è per noi quella degli spazi ordinati, che indicheremo con il simbolo S0. Naturalmente, tali spazi hanno pure una struttura topologica naturale, mediante l'introduzione della topologia d'ordine, ma va notato che la relativa corrispondenza Ob(SO) ® Ob(Top), con simbolismo autoevidente (banale stenografia), non è funtoriale.

Def. 1 - Uno spazio ordinato è una coppia ordinata (X,r ), formata da un insieme X e da una struttura d'ordine totale r su X (indicheremo spesso lo spazio ordinato con il solo simbolo X, e la struttura d'ordine con l'usuale simbolo £ ).

Def. 2 - Uno spazio ordinato X si dice discreto se soddisfa la proprietà:

- Per " x, y Î X, con x < y, esistono soltanto un numero finito di elementi z Î X tali che x < z < y.

Def. 3 - Uno spazio ordinato X si dice continuo se esso contiene almeno due elementi e risulta ovunque non discreto, ossia se per il relativo ordine vige la seguente proprietà:

- Per " x, y Î X, con x < y, esiste almeno un elemento z Î X tale che x < z < y.

La precedente definizione di continuità (per la quale si usa invece abitualmente il termine "densità") ci sembra la più adeguata a illustrare l'intuizione di cui trattasi, anche se essa è ancora tanto lontana dal descrivere il "continuo geometrico" quanto vedremo nel prossimo paragrafo. Cominciamo in questo ad occuparci del più semplice caso del discreto. E' evidente che in un siffatto spazio X con almeno due elementi, pur non essendo X necessariamente "bene ordinato", è sempre possibile introdurre la funzione "successivo" di un elemento x Î X, diverso dall'eventuale massimo di X, s : X' ® X (X' designando appunto X privato dell'eventuale massimo). In uno spazio continuo, che possiede certamente infiniti elementi, non è possibile parlare del successivo di un elemento.

Per gli spazi discreti vale il seguente facile:

Teorema 1 (classificazione del discreto). Ogni spazio discreto appartiene a una, e una soltanto, delle seguenti "famiglie":

(i) X è finito, ammette minimo e massimo (se non è vuoto), ed è isomorfo a un segmento iniziale s n di N, con l'ordinamento indotto da quello naturale;

(ii) X è infinito, ammette minimo ma non massimo, ed è isomorfo a N;

(iii) X è infinito, ammette massimo ma non minimo, ed è anti-isomorfo a N;

(iv) X è infinito, non ammette né minimo né massimo, ed è isomorfo a Z.

[Allo stesso modo che per (i), neppure a (iv) si accompagna un analogo caso "duale", relativo alla presenza di un anti-isomorfismo che associa invece (ii) e (iii). E' chiara la motivazione di tale assenza nel caso finito, mentre nell'altro la ragione è da individuarsi nel fatto che i due spazi ordinati (Z,£ ) e (Z,£ op) sono isomorfi, tramite la corrispondenza x ® -x. Ciò non si verifica per gli spazi (N,£ ) e (N,£ op), che non sono isomorfi (il primo è un insieme bene ordinato, il secondo no).]

Dal teorema di classificazione si può ottenere un'informazione importante su uno spazio discreto X: esso è in ogni caso finito o numerabile. Inoltre, è bene ordinato se e soltanto se appartiene a una delle prime due famiglie (i) e (ii). Quando uno spazio ordinato è finito esso è sempre bene ordinato e discreto, e tanto isomorfo quanto anti-isomorfo a uno "spazio canonico" s n (va da sé, con l'ordinamento naturale indotto dall'ordinamento naturale di N).

A nostro parere la retta temporale Q viene "intuita" come uno spazio discreto del tipo (iv), ma ogni famiglia elencata nel teorema di classificazione appare comunque collegata alla nozione comune di "tempo". Spazi discreti del tipo (ii) corrispondono alla descrizione del futuro, quelli del tipo (iii) del passato, mentre (iv) raffigurerebbe, ripetiamo, tutto il tempo, passato e futuro. Anche il caso (i) (prescindendo dall'insieme vuoto, che costituisce una struttura a sé, sempre un po' particolare: il non-tempo, o la non-vita) ammette un'interpretazione temporale, rappresentando gli istanti di una singola esistenza (limitata). Il singleton s 1 potrebbe considerarsi un "modello" dell'istante presente, laddove s 2 avrebbe la medesima funzione per il minimo segmento temporale, ma di tutto ciò parleremo meglio nel paragrafo 8.

Più difficile è ovviamente la discussione degli spazi continui, perché non esiste una loro classificazione semplice come la precedente. La retta ordinaria R, con uno dei due suoi ordinamenti naturali (versi) è sicuramente un continuo privo di minimo e di massimo, ma si sa bene oggi, grazie ai celebri lavori di Cantor sulla teoria degli insiemi, che esistono altri simili continui ad essa non isomorfi. Vale la pena dedicare alla circostanza qualche attenzione, anche perché esprimeremo considerazioni diverse da quelle usuali nel presente contesto.

4.

Partiamo dalla retta ordinaria R. Essa non è uno spazio ordinato in modo naturale, in quanto ammette due ordinamenti (tra loro opposti), o versi di R, che possono dirsi entrambi "naturali". Sceltone arbitrariamente uno, R potrà essere considerata uno spazio ordinato ("retta orientata"), ed è chiaro che tale spazio viene concepito come un continuo privo di minimo e di massimo. Scelti due punti distinti a, b Î R, e supposto per esempio a < b nell'ordinamento fissato, il "punto medio" m del segmento = { x Î R ê a £ x £ b} è infatti tale che a < m < b.

Si introduca adesso il sottoinsieme D (a,b) di R costituito da detto punto medio, poi dai punti medi m', m'' rispettivamente dei segmenti , , etc., considerando cioè i nuovi punti medi dei segmenti , , , , e così via (D sta palesemente per l'iniziale greca di dicotomia). Ecco che abbiamo a che fare con uno spazio ordinato, privo di minimo e di massimo (a e b non sono elementi di D (a,b)), che non è discreto, anzi è continuo. E' però manifestamente un continuo numerabile, potendosi per esempio scegliere la sua numerazione m, m', m'', punto medio di ,... . Addirittura D (a,b) risulta in qualche modo l'unico continuo numerabile (a meno di isomorfismi in SO; parleremo di morfismi ed isomorfismi d'ordine), a norma del seguente:

Teorema 2 (classificazione del continuo numerabile). Ogni spazio continuo numerabile X privo di minimo e di massimo è isomorfo a D (a,b).

Dim. Si introduca una numerazione x1, x2, x3, ... di X, e si costruisca il desiderato isomorfismo f : D (a,b) ® X in modo progressivo e costruttivo. Si ponga cioè:

f(m) = x1,

f(m') = primo elemento di X (nella data numerazione) che sta alla sinistra di x1

f(m'') = primo elemento di X che sta alla destra di x1

f(punto medio di ) = primo elemento di X che sta alla sinistra di f(m')

f(punto medio di ) = primo elemento di X compreso (in senso stretto) tra f(punto medio di ) e f(m)

etc..

La chiave della dimostrazione consiste nel fatto che tutti gli elementi di X vengono fuori prima o poi alla destra della precedente tabella, laddove tutti gli elementi di D (a,b) compaiono invece, "ordinatamente", alla sinistra, q.e.d..

[La precedente argomentazione dimostra che ad ogni numerazione di X si può univocamente associare un isomorfismo d'ordine tra D (a,b) e X, ossia che si può descrivere una corrispondenza F : IsoSet(N,X) ® IsoSO(D (a,b),X). E' evidente che F è suriettiva, e che un isomorfismo d'ordine non proviene da una sola numerazione. Per quanto riguarda la cardinalità del codominio di F , potremmo dedurre da qui che essa è non superiore a quella del dominio di F , che ha la potenza del continuo. Ciò era d'altronde chiaro a priori, indipendentemente dall'introduzione della corrispondenza F , dal momento che tale insieme si può pensare quale sottoinsieme di IsoSet(D (a,b),X), che ha la stessa cardinalità di IsoSet(N,X), o di AutSet(N,N). La cardinalità dell'insieme in parola è invero esattamente uguale alla potenza del continuo, come presto saremo in grado di stabilire.]

Prima di andare avanti, osserviamo che l'isomorfismo costruito nella precedente dimostrazione è ben lungi dall'essere unico, o in qualche misura "canonico". Per ogni numerazione di X se ne determina uno, e poiché i primi k elementi della numerazione, per un qualsiasi numero naturale k, possono essere scelti in modo assolutamente arbitrario, ecco che valgono allora teoremi del seguente tipo:

Teorema 3. Due continui di I specie X e Y, numerabili, senza minimo e senza massimo, non solo risultano sempre tra loro isomorfi, ma addirittura, comunque considerata una "catena" finita di elementi di X (ovvero, un insieme finito di k elementi di X tali che x1 < x2 <...< xk), e un'analoga catena finita di elementi di Y, y1 < y2 <...< yk, si può trovare un isomorfismo (d'ordine) tra X e Y soddisfacente alle condizioni f(x1) = y1, etc..

Ci sembra importante sottolineare che detta non canonicità impedisce di trasferire da uno spazio ordinato a un altro, seppure isomorfi, caratteristiche addizionali precipue della "natura" specifica degli elementi del primo, ma non del secondo. In un "generico" spazio continuo X, ammettiamo numerabile e senza minimo e massimo, non sarà possibile operare per esempio alcun "confronto naturale" tra segmenti (una struttura naturale di preordine su cui torneremo nel paragrafo 5), nonostante ciò si possa in D (a,b), e malgrado X sia ad esso isomorfo (ripetiamo, nella categoria SO). Allo stesso modo, in D (a,b) non si potrà introdurre una somma ancora "naturale" tra classi di equivalenza di segmenti (ed enunciare l'assioma archimedeo), sebbene ciò sia lecito per i segmenti di sottospazi di R che a D (a,b) risultano isomorfi in quanto numerabili. Del resto, a volte neanche un "isomorfismo canonico" consente una piena identificazione filosofica tra due strutture diverse, come vedremo in un caso paradigmatico nel paragrafo 8.

Osserviamo poi che il precedente teorema di classificazione non è un caso particolare di un teorema più generale, vale a dire, non si può formulare una simile affermazione per continui di cardinalità superiore al numerabile. In altre parole, lo scheletro della categoria SO, pur limitandosi al caso di spazi ordinati senza minimo e senza massimo, è assai "più grande" dello scheletro della categoria degli insiemi Set (i due scheletri coincidono soltanto per gli insiemi al più numerabili). Gli spazi Rn, per ogni numero naturale n, con l'ordinamento lessicografico, costituiscono sicuramente dei continui non numerabili, senza minimo e senza massimo, che risultano non isomorfi per valori distinti della "dimensione" n.

Tornando alla questione che più ci interessa, è chiaro che D (a,b) non esaurisce i punti del segmento aperto ]a,b[ (un simbolismo che è più usuale in Analisi matematica, quando si ha a che fare con numeri reali, anziché in Geometria), perché mancano per esempio i punti t', t'' risultanti dall'operazione di tricotomia del segmento , come illustrata nella seguente figura (che fa ricorso ad altre proprietà della retta, ma in special modo alla sua possibilità di immersione nel piano da dirsi pure ordinario; quindi, da caratteristiche della retta derivanti da proprietà della geometria piana).

(Figura 1)

[Vogliamo spiegare tale costruzione, anche perché si anticiperanno così alcune delle considerazioni che si dovranno fare nel paragrafo 5, dedicato alla descrizione del procedimento di misura che conduce al concetto di numero reale. Si considera un qualsiasi segmento della retta ordinaria R (pensata immersa nel piano ordinario P come una sua retta arbitraria). Dal punto a si traccia la perpendicolare P alla retta R, e su questa perpendicolare si considera il segmento uguale ad . Quindi lo si riporta tre volte di seguito, costruendo i segmenti , , . Sulla retta Q, perpendicolare ad R nel punto b, si considerano i punti b', b'', b''', corrispondenti rispettivamente di a', a'', a''' per proiezione perpendicolare. Si prende infine in esame la diagonale del rettangolo abb'''a'''. Essa interseca il segmento nel punto y', il segmento nel punto y'', e le proiezioni perpendicolari di y', y'' sulla retta R, che abbiamo detto rispettivamente t' e t'', forniscono la desiderata "tricotomia" del segmento , ossia: º º (il significato di tale "uguaglianza" º verrà spiegato appunto nel paragrafo 5), e È È = (in altre parole, se sull'asse perpendicolare si rappresenta il numero intero n, su quello di partenza appare il suo inverso 1/n).]

Introdotto adesso il sottoinsieme W (a,b) del segmento costituito da tutti i punti di ]a,b[ ottenibili per successive n-tomie del segmento (per ogni numero naturale n ³ 2), è noto sin dai primordi della geometria greca che neppure W (a,b) esaurisce tutti i punti di ]a,b[. Però W (a,b) è anch'esso un continuo numerabile privo di minimo e di massimo, sicché sarà sempre isomorfo a D (a,b) in virtù del teorema 2. Invece, l'intero ]a,b[, o l'intero R, due spazi manifestamente isomorfi in forza della costruzione delineata nella successiva figura, non sono isomorfi a D (a,b).

(Figura 2)

[Per il punto medio m di si costruisce la semicirconferenza tangente C di centro c, iscritta al quadrato di lato . Dato un qualsiasi punto p all'interno del segmento, si determina il punto p* su C situato sulla retta verticale uscente da p. Infine, si costruisca p' Î R come illustrato, quale intersezione di R con la retta passante per c e per p*. E' evidente che, al variare di p all'interno di , il corrispondente punto p' descrive tutti i punti di R, ciascuno una volta sola. In particolare, m' = m; i punti tra m e b, b escluso, corrispondono a tutti quelli alla destra di m, come in figura; i punti tra a e m, a escluso, corrispondono a quelli alla sinistra di m.]

Questo appena enunciato è naturalmente il famoso teorema di non numerabilità di Cantor, al quale preferiamo però arrivare in una maniera differente dal solito "procedimento antidiagonale".

La retta ordinaria R (orientata) è un continuo che soddisfa il seguente intuitivo:

PC - Postulato di completezza. Comunque assegnato un sottoinsieme L di R limitato (ossia, contenuto in un segmento di R), esiste un minimo segmento di R che lo contiene.

Il postulato si può naturalmente enunciare per qualsiasi spazio ordinato (anche non necessariamente continuo), il quale allora potrà dirsi "completo", ed è ben noto che risulta equivalente agli altri seguenti "postulati", che enunciamo direttamente nel caso di R, come abbiamo fatto prima per PC.

PC2' - Dato un qualsiasi sottoinsieme non vuoto L' di punti di R che sia superiormente limitato, tale cioè che esista un maggiorante m per tutti i punti di L' (x < m, per ogni x Î L'), esso ammette un estremo superiore E(L), ovvero un minimo maggiorante (un maggiorante che sia più piccolo di ciascun maggiorante di L).

PC2'' - Analogo di PC2' per i sottoinsiemi L'' di R inferiormente limitati.

PC2 - Dato un qualsiasi sottoinsieme non vuoto limitato L di punti di R (un insieme L superiormente e inferiormente limitato), esso ammette sia un estremo superiore E(L), sia un estremo inferiore e(L).

Si sa bene oggi che si possono trovare numerose altre forme istruttive di PC. Per esempio, uno spazio continuo e completo è necessariamente connesso (nella topologia d'ordine associata), mentre viceversa uno spazio ordinato connesso è necessariamente continuo e completo se non è un singleton, o il vuoto. Oppure, l'intersezione di una successione monotona decrescente Ê Ê ... di segmenti di R è certamente non vuota (un segmento di R, oppure un punto). Interessante è anche l'enunciato del postulato proposto da Dedekind: detta "lacuna" di uno spazio ordinato X una coppia ordinata (U,V) di sottospazi non vuoti e disgiunti di X, tali che U < V e UÈ V = X, X riuscirà completo se e soltanto se non ammette lacune.

Ciò premesso, vale il seguente importante:

Teorema 4. Un continuo numerabile X non può mai soddisfare il postulato di completezza.

Dim. Supponiamo, senza restrizione di generalità, che X non abbia né minimo né massimo. Per il teorema di classificazione 2, esso sarà necessariamente isomorfo a D (a,b), ed è chiaro che D (a,b) non soddisfa il postulato di completezza. Per esempio, l'insieme di tutti i punti di D (a,b) che precedono il punto t' di cui alla figura 1, è superiormente limitato in D (a,b), ma non vi possiede manifestamente estremo superiore.

Corollario 5 (Teorema di non numerabilità). La retta ordinaria R non è numerabile.

Aggiungiamo un istruttivo commento. Dato un continuo numerabile X, supponiamo ancora senza minimo e senza massimo, abbiamo visto che si può costruire un isomorfismo f tra D (a,b) e X, ottenendo così una lacuna dello spazio X a partire dalla lacuna di D (a,b) corrispondente al punto t' della figura 1, diciamola (U°,V°): U° = { x Î D (a,b) ½ x < t'} , V° = { x Î D (a,b) ½ x > t'} . Orbene, al variare di f (o meglio, della numerazione di X che determina f) si dterminano in tal modo tutte le lacune di X. Data infatti una lacuna (U, V) di X, sia U che V saranno continui e numerabili, e pertanto isomorfi a D (a,b). Ma sono continui numerabili pure U°, V°, sicché potremo costruire isomorfismi d'ordine g, h rispettivamente tra U° e U, e tra V° e V. E' chiaro che, "combinando" tra loro g ed h, si ottiene un unico isomorfismo d'ordine f tra D (a,b) e X, il quale trasformerà la lacuna (U°,V°) di D (a,b) nella lacuna (U,V) di X, che era stata peraltro scelta in maniera arbitraria.

Ci sembra che il ragionamento precedente risponda perfettamente, e costruttivamente, alle domande: "Come mai un continuo numerabile presenta necessariamente lacune? Come si costruiscono tutte le relative lacune?", al punto che appare lecito affermare che ogni "intuizione dell'irrazionale", che è assolutamente connaturata a una dottrina trascendentale dello spazio, non è altro che una conseguenza della possibilità di effettuare ... la semplice tricotomia di un segmento di R. Una verità questa che dovrebbe contribuire ad eliminare un po' dell'aureola di "mistero" che circonda i numeri irrazionali, a meno di non voler considerare "irrazionale", e quindi in qualche misura anti-intuitiva (una contraddizione in termini, dalla nostra prospettiva), l'operazione di tricotomia, in aggiunta a quella di dicotomia.

[Dal quanto sopra consegue anche che la corrispondenza tra AutSO(D (a,b),D (a,b)) e l'insieme ]a,b[-D (a,b), che associa a un automorfismo d'ordine f il punto che potremo chiamare f(t'), con leggero ma significativo abuso di linguaggio, è suriettiva, sicché AutSO(D (a,b),D (a,b)) deve avere potenza superiore al continuo, e quindi infine risultare uguale alla potenza del continuo, tenuto conto di quanto osservato in precedenza riguardo alla cardinalità dell'insieme IsoSet(D (a,b),X), che è la stessa di quella dell'insieme (gruppo) in discorso. Si applica qui naturalmente il teorema di Cantor-Dedekind-Schröder-Bernstein, con denominazione eccessiva ma storicamente esatta.]

Concludiamo il paragrafo constatando che neppure il "continuo completo" può ritenersi un continuo geometrico (o, se si preferisce, lineare), dal momento che con questa definizione siamo ancora lontani da un teorema di classificazione (o addirittura di unicità, se consideriamo la consueta ipotesi di assenza di minimo e di massimo). Esistono infatti tanti spazi continui e completi non reciprocamente isomorfi, anche con lo stesso cardinale, e la loro totalità ha cardinali crescenti. Per raggiungere lo scopo, dovremo aggiungere a continuità e completezza per esempio la condizione che la topologia associata all'ordine sia separabile (ovvero, che esista un sottoinsieme al più numerabile Y Í X denso in X, tale cioè che ciascun elemento di X sia un punto di accumulazione di Y; parleremo in tal caso di uno "spazio ordinato separabile"). La topologia della retta ordinaria è separabile (una conseguenza del "postulato di Archimede": D (a,b) è denso in ), e si può finalmente dimostrare che sussiste il seguente:

Teorema 6 (classificazione del continuo geometrico). Uno spazio ordinato continuo, completo, separabile, privo di minimo e di massimo, è necessariamente isomorfo (in SO) alla retta ordinaria (orientata). In particolare, un siffatto spazio ha la potenza del continuo.

5.

Lo spazio non è un concetto empirico, ricavato da esperienze esterne. [...] Lo spazio è una rappresentazione necessaria a priori, la quale sta a fondamento di tutte le intuizioni esterne. Non si può mai formare la rappresentazione che non vi sia spazio, sebbene si possa benissimo pensare che in esso non si trovi nessun oggetto.

(Kant, CRP, Estetica trascendentale, § 2: 1-2, pp. 66-67)

Facciamo adesso un passo sostanzialmente indietro, cioè ritorniamo a un livello più semplice, mostrando come si possa pervenire a definire il concetto di numero reale nell'unico modo naturale, facendo cioè ricorso all'intuizione geometrica. Essa è stata "descritta" da Euclide, Hilbert, etc., ma mai in modo al tempo stesso "completo" e "adeguato". Scontata tale osservazione nel caso di Euclide (per entrambe le specificazioni: quanto alla completezza non si stenta a crederlo, ma troviamo non adeguata per esempio la sua enunciazione del V postulato), vedremo nel paragrafo 7 in che senso la riteniamo pertinente anche per Hilbert.

Utilizziamo il verbo descrivere perché (sarà ormai chiaro) per noi i "postulati", o gli "assiomi" (si tende oggi a non distinguere tra i due termini, o non si riesce a farlo come si converrebbe), sono semplicemente, almeno in un primo momento (cfr. ciò che se ne dirà in sede di conclusione), asserti "elementari" relativi a proprietà di enti concepiti in maniera "chiara e distinta" nel nostro pensiero. Un'eco della filosofia cartesiana ci sta bene, e del resto essa era presente nella definizione di insieme fornita da Cantor, circostanza di solito non messa in luce come si dovrebbe (infatti, vi si fa ricorso al principio delle idee chiare e distinte di Cartesio, e non a criteri linguistici, o formali):

"Unter einer "Menge" verstehen wir jede Zusammenfassung M von bestimmten wohlunterschiedenen Objekten m uns[e]rer Anschauung oder unseres Denkens (welche die "Elemente" von M genannt werden) zu einem Ganzen".

Quanti punti ci sono sulla retta dipende quindi per esempio da quanti noi siamo in grado, o "costretti", a percepirne, spesso non immediatamente, ma in seguito a ragionamento (intervento di "giudizi analitici"), in conseguenza cioè di altre proprietà che si presentano assolutamente "necessarie" alla descrizione dell'ente quale esso "appare".

Veniamo adesso all'annunciata questione centrale di questa sezione, la costruzione geometrica dei numeri reali. Il punto di partenza è la retta ordinaria R, che adesso non sarà neppure necessario supporre orientata. Si introduce quindi l'insieme Seg(R) dei segmenti di R, i sottoinsiemi individuati da un'arbitraria coppia (non ordinata) di punti distinti, che si chiamano estremi del segmento. I segmenti sono sottoinsiemi della retta che, in quanto alla loro "natura", sono concepiti "rigidi", ma il termine non deve indurre in equivoco: non c'è nessun riferimento alla "realtà materiale", quella di cui si sta parlando è una "realtà ideale". Essi, come i punti, non sono manifestamente dei "numeri", sebbene si possano sempre "confrontare" tra loro, e in qualche caso (segmenti contigui, cioè con un solo vertice comune) "sommare". La possibilità della citata operazione di confronto si esplicita attraverso la constatazione che l'intuizione dello spazio riconosce in Seg(R) l'esistenza di una relazione r di preordine totale naturale, collegata alla relazione d'ordine non totale d'inclusione (inclusione insiemistica, di origine perciò puramente "logica") e al concetto di traslazione. Un segmento sarà minore o uguale di un segmento se esiste una traslazione t di R tale che t () è incluso in , mentre naturalmente una traslazione di R rimane definita come una particolare corrispondenza biunivoca t di R in sé (o, se si preferisce, un automorfismo di R in SO; si fissi adesso arbitrariamente un verso di R), che induce un morfismo d'ordine (automorfismo) anche in Seg(R): £ Þ t () £ t (), per ogni coppia di segmenti di R. Cioè preordine totale naturale su Seg(R) e traslazioni sono concetti strettamente interconnessi, uno definisce l'altro, senza possibilità, ci sembra, di poter decidere quale dei due "venga prima". Dovendo scegliere, ci piace pensare che la nostra mente "veda" nel gruppo AutSO(R) un sottogruppo strettamente 1-transitivo grazie a cui effettua il riconoscimento di chi tra due segmenti sia "più piccolo" di un altro, sed de hoc satis.

La relazione di preordine appena descritta non è manifestamente una relazione d'ordine, e induce conseguentemente su Seg(R) una relazione d'equivalenza non banale (per la quale nel linguaggio comune, e della geometria classica, si usa il termine uguaglianza, che rischia l'introduzione di un ulteriore fraintendimento, data l'affinità semantica tra uguaglianza e identità), che permette di costruire il relativo insieme quoziente S R, i cui elementi diremo segmenti liberi (o astratti) di R. S R possiede adesso una relazione d'ordine naturale, ma il bello è che esso ammette anche una struttura algebrica naturale, che era finora assente da tutti gli enti geometrici considerati (che erano soltanto sostegni di strutture d'ordine e topologiche). Si può definire infatti la somma di due segmenti liberi semplicemente giustapponendo due loro rappresentanti, prendendone l'unione insiemistica, e infine la relativa classe di equivalenza: un'operazione mentale che corrisponde evidentemente alla "somma" di due "cammini", se si vuol fare un analogo nello spazio. S R è quindi il sostegno di un semigruppo (una struttura algebrica semplice la cui operazione richiediamo soddisfi unicamente la proprietà associativa) abeliano (additivamente scritto) alquanto particolare, che secondo noi riassume in sé tutte le proprietà geometriche delle quali abbiamo bisogno al fine di stabilire il procedimento di misura. Tale semigruppo risulta assai "simile" ad N, poiché è privo di elemento neutro, regolare, ordinato, archimedeo, etc., con alcune differenze però fondamentali. N è un discreto, S R è un continuo; N ammette un minimo che genera l'intera struttura, S R non ammette minimo e generatore; conseguenze del fatto che S R viene ad essere concepito come un semigruppo divisibile (per ogni numero naturale n ed ogni segmento libero u, l'equazione nx = u ammette una e una sola soluzione x Î S R), mentre N ovviamente non è divisibile.

Finalmente, in che modo si effettua la misura per i segmenti liberi della "retta spaziale" (ma la stessa cosa sarebbe dire dello "spazio", cfr. la nota 55)? Considerato l'insieme delle coppie ordinate di segmenti liberi di R, in simboli S R´ S R, e due di tali coppie, (u,v), (u',v'), tutto sta nel definire una relazione d'equivalenza m R in S R´ S R che corrisponda all'idea linguisticamente espressa con le parole: u ha come misura rispetto a v la stessa di u' rispetto a v'.

La procedura logica è abbastanza naturale, tanto è vero che è la medesima utilizzata già da Euclide nel Libro V degli Elementi. Si itera u un certo numero arbitrario m di volte (m un elemento di N), analogamente v un certo numero n di volte, fino a produrre mu = u+u+... m volte, e nv = v+v+... n volte. Si fa altrettanto con u' e v' rispettivamente, in modo da produrre cioè pure mu' e nv'. Orbene, se risulta mu < nv, deve essere anche mu' < nv'; se risulta invece mu > nv, deve essere anche mu' > nv'; infine, se accade che sia mu = nv, deve essere anche mu' = nv'. Nell'ultimo caso u e v si dicono tra loro commensurabili, e la misura di u rispetto a v, in simboli = classe di equivalenza della coppia ordinata (u,v), si può rappresentare semplicemente con la frazione , e si dice un numero reale razionale (ribadiamo che consideriamo sempre, per il momento, numeri positivi).

Abbiamo ottenuto così che la totalità dei numeri reali positivi, indicata con il simbolo R+, è un ben preciso insieme quoziente di S R´ S R, cioè: R+ Ì P(S R´ S R), il relativo insieme delle parti (x = non significa altro che (u,v) Î x). Potremo proporre cioè l'identità:

R+ = S R´ S R/m R,

che individua R+ non soltanto a meno di isomorfismi, come sembrerebbe secondo taluni inevitabile. Volendo, sarebbe lecito scrivere anche (con leggero abuso di notazione) m R : S R´ S R ® R+, m R((u,v)) essendo la misura di u rispetto a v (nient'altro che la classe di equivalenza di (u,v) rispetto a m R). Vale a dire, i numeri reali positivi sono semplicemente frazioni geometriche, che hanno quali numeratore e denominatore degli elementi di S R.

E' ovvio che si potrà porre 1 = , 2 = , etc., qualunque sia u, cioè che esiste un'immersione naturale di N in R+, non tale però da costringerci a considerare i numeri naturali un caso particolare di numeri reali (su ciò ritorneremo nel paragrafo 8). Analogamente, si porrà = , = , etc., ed ecco che anche Q+ si ottiene come un semplice sottoinsieme (proprio) di R+. Ma, ribadiamo, R+ "nasce" tutto intero, e non per generazione dal basso. Insomma, il verso giusto è top ® down, e non down ® top, la valenza filosofica delle due impostazioni (le suggestioni concettuali da cui dipendono) non sfuggirà di certo al lettore.

Per riassumere, dunque, un punto non è un segmento, un segmento non è un segmento libero, un segmento libero non è un numero (reale positivo). Un numero è una classe di coppie ordinate di segmenti liberi. Una volta introdotto il relativo insieme, i passi successivi (non tutti ugualmente agevoli) sono (senza badare alla sequenza logica naturale, e senza pretese di completezza): la dimostrazione di un "lemma chiave", per provare che, nell'insieme delle frazioni che rappresentano un dato numero reale, ce n'è sempre una (e una soltanto) con numeratore o denominatore fissati in modo arbitrario; l'introduzione di una struttura d'ordine totale in R+; l'introduzione di una struttura algebrica interna di somma e di prodotto tra numeri reali, e di un prodotto esterno tra numeri reali e segmenti; l'illustrazione di un isomorfismo (canonico) tra i gruppi Aut(S R(+)) e R+(* ), il gruppo moltiplicativo di R+, gli automorfismi in parola essendo inerenti alla categoria di competenza, che è quella dei semigruppi abeliani regolari ordinati; l'illustrazione di un isomorfismo (non canonico) tra i due semigruppi additivi R+(+) e S R(+); etc., fino a descrivere: il passaggio dai segmenti ai segmenti ordinati (orientati), e quindi dai segmenti liberi ai vettori; la somma di vettori come somma di cammini orientati (niente incomprensibile regola della diagonale, per cui si ricorre a volte a motivazioni ... fisiche); i numeri reali con segno quali rapporti di vettori, con denominatore non nullo; la regola dei segni -1* -1 = 1 (di solito esposta in maniera astratta, o assurda, prendendo il caso del prodotto ... di due debiti, o persino "intimidatoria"; il poeta Wystan Hugh Auden rammenta la canzoncina che gli insegnavano a scuola: "Minus times minus is plus / The reasons for this we need not discuss"); e così via, pervenendo da ultimo alla piena comprensione della struttura di campo ordinato archimedeo completo di R, all'introduzione degli spazi vettoriali reali V(R), ma anche V(P) e V(S), all'interpretazione della dimensione geometrica mediante il concetto di base lineare, alla dimostrazione dell'isomorfismo (canonico) tra il gruppo abeliano additivo V(R)(+) e il gruppo abeliano moltiplicativo delle traslazioni di R, etc.. Le "coordinatizzazioni cartesiane" stabiliranno un insieme di isomorfismi (in SO) tra retta ordinaria (orientata) ed insieme dei numeri reali R, due insiemi che, pur risultando isomorfi, non saranno però canonicamente isomorfi: nessuna delle coordinatizzazioni di R può dirsi privilegiata rispetto a un'altra. La confusione corrente tra spazio ordinario (geometrico) S e spazio numerico R3 (da stabilire poi se affine o vettoriale), è un ulteriore sintomo dell'attuale decadenza della "consapevolezza geometrica".

Ecco così rapidamente delineate le strutture portanti di un "programma" di Geometria, che non è seguito in nessun corso di cui sappiamo (tanto meno oggi con "modulini" tenuti da "professorini" diversi, perciò sostanzialmente "incoerenti" tra di loro; tutti sembrano poi avere premura di parlare di tensori di curvatura, gruppi di omotopia, invarianti delle varietà algebriche, saltando a pie' pari le "basi"), né in nessun libro che conosciamo.

6.

Prima di procedere oltre, sarà bene dedicare qualche commento a modi alternativi di introdurre il fondamentale concetto illustrato nel paragrafo precedente. E' ben noto come, verso l'ultimo terzo dell'Ottocento, sulla spinta delle interpretazioni metageometriche dell'"esistenza" di geometrie non euclidee, alcune "scuole", diventate presto maggioritarie, abbiano cercato di eliminare dalla nozione di numero reale ogni riferimento a proprietà ed enti di natura geometrica, considerati questi provenienti da un "momento intuitivo e vago della fondazione". Dopo una (conseguente e coerente) accentuazione del riduzionismo, concretizzatasi in una fase di "logicizzazione" della stessa aritmetica, tale tendenza fu la necessaria premessa ideologica all'enunciazione prima, e all'affermazione poi, del punto di vista denominato "formalista" nei fondamenti della matematica, che va addirittura al di là del monofondamento aritmetico, e costituisce ancora oggi la principale filosofia della matematica.

Nelle parole successive è chiaramente enunciato il programma della cosiddetta "aritmetizzazione dell'analisi": "concepire i numeri reali come strutture concettuali, invece che come grandezze intuitive ereditate dalla geometria euclidea". Un numero reale irrazionale diventa, secondo la visione aritmetizzante, o una particolare coppia ordinata di insiemi di numeri razionali (le lacune, o sezioni, di cui si diceva nel paragrafo 4), o una classe di equivalenza di particolari successioni di tali numeri, insomma qualcosa che presuppone a fondamento della propria "esistenza" un concetto di numero "più semplice" (con l'effetto, tra l'altro, che non si può a rigore neppure stabilire la relazione di inclusione Q Ì R, che invece nel nostro approccio è pienamente giustificata), laddove nella genesi geometrica da noi illustrata i numeri razionali "nascono" insieme ai numeri irrazionali senza alcuna differenza di "specie" tra i due tipi di grandezze.

L'intento "riduzionista" delle costruzioni in oggetto è evidente: secondo Corrado Mangione si tratta di "sostituire al continuo geometrico il continuo "aritmetico"" (loc. cit. nella nota 10, p. 361 corsivo nel testo; notiamo per inciso che l'espressione "continuo aritmetico" non ha per noi nessun senso). L'autore menzionato cita poi con compiacimento Bertrand Russell, quando ne I princìpi della matematica sostiene il seguente discutibile punto di vista, espressione di un rozzo e superficiale anti-kantismo.

"Si supponeva un tempo, e qui sta la vera forza della filosofia della matematica di Kant, che la continuità avesse un riferimento essenziale allo spazio e al tempo [...] Secondo quest'ipotesi la filosofia dello spazio e del tempo precedeva quella della continuità [...] Tutto ciò è mutato per opera dei matematici moderni. Ciò che si chiama l'aritmetizzazione della matematica ha fatto vedere che tutti i problemi presentati, a questo riguardo, dallo spazio e dal tempo, sono già presenti nell'aritmetica pura. [...] [Sicché risulta ora possibile] dare una definizione generale di continuità, senza fare appello a quella massa di pregiudizi non analizzati che i kantiani chiamano "intuizione"" (cap. XXXII).

Quello che segue è un esempio dell'usuale interpretazione del lavoro di Dedekind.

"In the introduction to this paper he points out that the real number system can be developed from the natural numbers: "I see the whole of arithmetic as a necessary, or at least a natural, consequence of the simplest arithmetical act, of counting, and counting is nothing other that the successive creation of the infinite sequence of positive whole numbers in which each individual is defined in terms of the preceding one"".

Quest'unica "intuizione discreta" (tale è manifestamente il passaggio al "successivo"), cioè l'iterazione, sarebbe dunque a fondamento del continuo geometrico. Con riferimento alla concezione del matematico tedesco di un numero irrazionale quale una sezione del campo razionale, val la pena di sottolineare allora che la stessa precisa idea si trova già ... in Euclide! Né poteva essere altrimenti, dal momento che l'oggetto del pensiero che si sta descrivendo, cioè la retta geometrica R, è sempre lo stesso. Data infatti una coppia ordinata (u,v) di segmenti liberi corrispondente a un dato numero irrazionale, l'insieme N´ N delle coppie ordinate di numeri naturali si ripartisce esattamente nell'insieme formato dalle coppie (m,n) tali che mu < nv (i.e., il "numero razionale" > appartiene alla classe superiore della sezione costituita dal numero irrazionale ), e dal suo complementare, ossia l'insieme delle coppie (m,n) tali che mu > nv (mu non potrà mai uguagliare nv per ipotesi).

La quinta definizione del libro V degli Elementi di Euclide collega precisamente la misura di u rispetto a v con la menzionata "sezione" di N´ N, nel senso che due coppie ordinate di segmenti tra loro incommensurabili individuano lo stesso numero irrazionale se e soltanto se ad esse rimane associata la medesima sezione. In termini per noi oggi più chiari, si può stabilire una corrispondenza naturale F tra (S R´ S R)' (simbolo con cui indichiamo il sottoinsieme di S R´ S R costituito dalle coppie di segmenti tra loro incommensurabili) e l'insieme delle sezioni di N´ N, chiamiamolo Sez(N´ N), e la relazione di equivalenza m R non è altro che quella associata alla funzione F . Ne deriva che esiste un'immersione naturale dell'insieme dei numeri irrazionali in Sez(N´ N), mentre, viceversa, il fatto che la funzione in parola sia pure suriettiva (ogni sezione corrisponda a un numero irrazionale), e quindi che F sia un isomorfismo (canonico), risulta una banale conseguenza di PC (per la verità, il caso inverso non è discusso esplicitamente in Euclide). Ovvero, i numeri reali secondo Euclide non sono esattamente le sezioni ma sono "isomorfi" alle sezioni, e l'autentica "origine" delle seconde rimane geometrica e non aritmetica. Con tale opinione siamo perfettamente in consonanza con alcune voci autorevoli citate nel seguente importante brano.

"Max Simon remarks (Euclid und die sechs plamimetrischen Bücher, p. 110), after Zeuthen, that Euclid's definition of equal ratios is word for word the same as Weierstrass' definition of equal numbers. So far from agreeing in the usual view that the Greeks saw in the irrational no number, Simon thinks it is clear from Eucl. V that they possessed a notion of number in all its generality as clearly defined as, nay almost identical with, Weierstrass' conception of it. Certain it is that there is an exact correspondence, almost coincidence, between Euclid's definition of equal ratios and the modern theory of irrationals due to Dedekind" (corsivi nel testo).

Sentendoci quindi autorizzati a ritenere l'approccio aritmetizzante soltanto apparentemente diverso da quello naturale geometrico, sottolineiamo che nel paragrafo precedente abbiamo utilizzato la descrizione offerta da Euclide per la fondamentale equivalenza m R in esame, che permette di stabilire quando due frazioni e sono uguali in termini dei segmenti che vi appaiono quali numeratori e denominatori. Pur non essendoci dubbi sulla correttezza contenutistica del procedimento che definisce in questa maniera l'insieme numerico dei reali (supponiamo ancora positivi), si potrebbe però volendo porre la questione se quella euclidea ne sia l'illustrazione più adeguata. Tale interrogativo venne formulato da Galileo Galilei, in un'opera pressoché ignorata. Verso i suoi ultimi anni, lo scienziato dedicò infatti un breve scritto al Libro V degli Elementi di Euclide, fornendo degli spunti di meditazione che, in quanto a filosofia della matematica, o, se si preferisce, a didattica della matematica, possono essere considerati attuali anche ai giorni nostri (o meglio, specialmente ai giorni nostri!). Sinteticamente, per Galileo è in primo luogo evidente che il problema relativo al quando due coppie di grandezze debbano considerarsi tra loro proporzionali, pur appartenendo alla sfera di quei concetti che sono da ritenersi alla base di atti comuni ad ogni umano intelletto ("avendo il lettore concepito già nell'intelletto che cosa sia la proporzione fra due grandezze [...] mi sforzerò di secondare con la difinizione delle proporzioni il concetto universale degli uomini anche ineruditi nella geometria"), non possa essere riconosciuto come un dato primitivo ("immediato"), e sia invece necessario discuterlo con attenzione. Inoltre, l'autore pensa che la definizione proposta da Euclide, ancorché logicamente ineccepibile, non risponda completamente alle esigenze di chiarezza inerenti all'importanza della questione. Tutti e tre i protagonisti del dialogo galileiano confessano in effetti tale insoddisfazione: Sagredo ("Questa e' una certa ambiguità che io o' sempre avuta nella mente intorno alla quinta difinizione del quinto libro d'Euclide [...] non restai con quella chiarezza che avrei desiderato nella predetta proposizione"); Simplicio ("Non ebbi mai il più duro ostacolo di questo in quella poca di geometria che io studiai già nelle scuole da giovanetto"); e infine lo stesso Salviati-Galileo ("Io poi confesso che per qualche anno dopo aver istudiato il V libro d'Euclide, restai involto con la mente nella stessa caligine"). Lo scienziato pisano applica allora alla definizione euclidea di proporzione un criterio che dovrebbe essere tenuto sempre presente (non solo in matematica), relativo alla necessità di operare una distinzione tra asserzioni le quali, pur "logicamente equivalenti", si presentino in una sequenza temporale naturale in momenti diversi della riflessione razionale, tanto da potersi considerare l'una come una derivazione dell'altra, ma non viceversa.

"Per dare una difinizione delle suddette grandezze proporzionali la quale produca nell'animo del lettore qualche concetto aggiustato alla natura di esse grandezze proporzionali, dovremmo prendere una delle loro passioni, ma però la più facile di tutte e quella per appunto che si stimi la più intelligibile anco dal volgo non introdotto nelle matematiche [...] Così fece Euclide stesso in molt'altri luoghi. Sovvengavi che egli non disse, il cerchio essere una figura piana, dentro la quale segandosi due rette, il rettangolo sotto le parti dell'una sia sempre uguale al rettangolo sotto le parti dell'altra; ovvero, dentro la quale tutti i quadrilateri abbiano gli angoli opposti uguali a due retti. Quand'anche così avesse detto, sarebbero state buone difinizioni: ma mentre egli sapeva un'altra passione del cerchio, più intelligibile della precedente e più facile da formarsene concetto, chi non s'accorge che egli fece assai meglio a mettere avanti quella più chiara e più evidente come difinizione, per cavar poi da essa quell'altre più recondite e dimostrarle come conclusioni?".

Galileo si pone insomma, in relazione alla definizione V del Libro V degli Elementi di Euclide, sostanzialmente le stesse domande che più tardi formulerà in analoga circostanza De Morgan:

"What right had Euclid, or any one else, to expect that the preceding most prolix and unwieldy statement should be received by the beginner as the definition of a relation the perception of which is one of the most common acts of his mind, since it is performed on every occasion where similarity or dissimilarity of figure is looked for or presents itself? If the preceding question should be clearly answered, how can the definition of proportion ever be used; or how is it possible to compare every one of the infinite number of multiples of A with every one of the multiples of B?".

Ma mentre De Morgan cercò soprattutto di chiarire, e quindi di giustificare, l'approccio euclideo alla questione, Galileo propose una propria definizione di uguali proporzioni da opporre a quella dell'antico maestro. Non possiamo qui entrare in dettaglio su come Galileo "ritenne di correggere dal punto di vista didattico-intuitivo la definizione V". Basterà dire che egli illustra un procedimento che rimanda chiaramente, secondo noi, al concetto di "frazione continua", ma ciò che rimane degno di nota è il fatto che egli fu spinto ad operare tale correzione, e che il suo tentativo stimola noi a distanza di secoli a comprendere le motivazioni che lo ispirarono (e ad imitare il suo coraggio nel discutere i "tabù" del proprio tempo - Zeitgeist). Così, vengono alla mente altre possibili descrizioni geometriche della relazione d'equivalenza m R, diverse sia da quella di Euclide sia da quella di Galileo. Accenniamo soltanto alla possibilità di appoggiarsi per la definizione di uguale proporzione alla geometria del piano (all'immersione cioè di R nel piano ordinario P) e al "teorema di Talete", che diverrebbe sotto questa prospettiva un criterio di proporzionalità e non un teorema.

(Figura 3)

La situazione dovrebbe essere trascendentalmente chiara. Date tre rette parallele R, S, T, e una comune perpendicolare P, si considerano i due segmenti e su P ( < ), e due segmenti arbitrari e su R (tali però che < ,

> , > ). Ci si chiede quando sussiste la relazione di proporzionalità : = : . Basta riportare b' su S, ottenendo b'' (b'' è tale cioè che

º ), tracciare la retta Q per a e b'', prendere l'intersezione c'' tra Q e T. La proporzione è soddisfatta, per definizione, se, e soltanto se, c'' coincide con il punto che si ottiene riportando c' su T (ossia, º ). Non è difficile dimostrare che questo criterio "puramente geometrico" (e forse più vicino di tutti gli altri discussi a uno dei "most common acts" dell'intelletto umano) implica quello di Euclide, e ovviamente viceversa.

Con un siffatto approccio "statico", contrapposto al metodo che si potrebbe dire "dinamico" sia di Euclide che di Galileo, si esce dalla geometria della retta (che deve del resto essere concepita parte di un successivo momento di astrazione), per porre la questione dei fondamenti in relazione alle proprietà intuitive della geometria del piano (direttamente legate ai processi mentali attraverso il meccanismo della visione). Si ritrova per tale via, quale conseguenza abbastanza inaspettata, almeno per chi sia cresciuto nutrito dai "dogmi" del pensiero scientifico moderno, che la teoria delle parallele e il famoso V postulato di Euclide, più che l'aritmetica e la logica, giocano un ruolo importante anche nella genesi naturale del concetto di numero come misura. Una simile conclusione suggerisce un'ulteriore parentesi dedicata alle geometrie non euclidee, che sicuramente aleggiano a guisa di fantasmi dietro tutte le nostre considerazioni, smontandone a priori la stessa proponibilità.

7.

Prima di presentare la costruzione "gemella" di quella del paragrafo 5, cioè nel caso del tempo anziché dello spazio, operiamo l'annunciata incursione in un ambito alquanto lontano da quello oggetto della nostra indagine fondazionale, che risulterà però viepiù interessante, o almeno lo si spera, in quanto avrà l'effetto di evidenziare, come annunciato, alcuni dei motivi per cui riteniamo "non adeguata" la descrizione proposta da Hilbert nei Grundlagen der Geometrie(1899).

Rammentiamo che Hilbert introduce tre tipi di oggetti (punti, rette, piani), e che divide gli assiomi in 5 gruppi. Il primo consiste degli "Assiomi di collegamento" (o di appartenenza o di incidenza), il secondo comprende gli "Assiomi di ordinamento", il terzo gli "Assiomi di congruenza" (per segmenti e angoli). Nel quarto è presente un unico assioma, relativo al parallelismo, mentre nel quinto si trovano infine i cosiddetti "Assiomi di continuità" (il postulato di Archimede e quello che abbiamo chiamato di completezza nel paragrafo 5).

Il parallelismo assume quindi una collocazione del tutto a parte dagli altri assiomi, laddove si può invece secondo noi sostenere che esso appartiene agli assiomi di congruenza e continuità (un unico gruppo di assiomi), che dovrebbero peraltro stabilire quale punto di partenza l'esistenza della relazione di preordine naturale tra segmenti dello spazio ordinario di cui abbiamo parlato.

La forma del "V postulato di Euclide" che abbiamo in mente è suggerita da un'antica sua ... dimostrazione, che ci viene riferita da un commentatore arabo del IX secolo, al-Nirizi, il quale la riprende da un certo Aganis, un matematico greco sicuramente successivo a Proclo, di cui non sappiamo nulla di più.

Il disegno che segue schematizza il facile ragionamento che "dimostra", a nostro parere, perché l'intelletto umano "vede" il punto di intersezione tra la retta R e la semiretta T (R è una qualsiasi retta del piano ordinario, a un suo punto, P la perpendicolare ad R uscente da a, b un qualsiasi punto su P, distinto da a, S la perpendicolare a P uscente da b, T diciamo una semiretta, con vertice in b, "interna" alla semistriscia di cui in figura).

(Figura 4)

Esplicitiamo la semplice argomentazione. Sia x un qualsiasi punto della semiretta T, e x' la sua proiezione perpendicolare su P. Sia y un punto su T, susseguente ad x nel verso naturale di T (adesso esiste un unico verso naturale di T, che è una semiretta), tale che il segmento sia uguale al segmento , e sia ancora y' la proiezione perpendicolare di y su P. "E' chiaro" che, così procedendo, si ottiene una successione di segmenti contigui di P, , , ..., la cui unione, per il postulato di Archimede, finirà a un certo momento per contenere il segmento . Come dire che esisterà un punto su P, nella figura è stato indicato con z', tale che É . z' risulterà naturalmente la proiezione perpendicolare di un certo punto z Î T, ossia la perpendicolare per z' a P interseca T in z. La conclusione deriva dall'osservare che la retta R deve allora anch'essa intersecare la retta T (nella figura il relativo punto è stato indicato con c), dal momento che, "entrando" nel triangolo z'zb, essa ne deve pure "uscire".

Facile comprendere perché la precedente dimostrazione non funzioni nel caso di una geometria non euclidea (iperbolica). Pur essendo i segmenti , , ... "uguali" (congruenti) per costruzione, non risultano tali le loro proiezioni perpendicolari su P, , , ..., anzi esse andranno forse (quando T non interseca R) progressivamente riducendosi in modo che la "serie" È È ... converga (senza superare ), e non diverga. Facile pure comprendere però quale sia il "postulato" sottinteso che la mente umana applica nel riconoscere (anche inconsciamente) la validità del menzionato ragionamento. L'operazione di proiezione perpendicolare è compatibile con il preordine naturale dei segmenti (e quindi in particolare trasforma coppie di segmenti "uguali" in coppie di segmenti "uguali"). In parole più sofisticate, ecco il "V postulato" come si potrebbe-dovrebbe enunciare.

Assioma della parallela. Date due rette incidenti R e S (come in figura), detta

p : S ® R la proiezione perpendicolare della seconda sulla prima, p è un morfismo d'ordine (una volta che si siano scelti su R ed S versi "concordi") che induce un'applicazione p° tra Seg(S) e Seg(R), la quale è pure un morfismo d'ordine (rispetto al preordine naturale di cui sono dotati tali insiemi).

(Figura 5)

Ossia, dati i quattro punti x, y, z, t su S come in figura, dalla £ si deve poter dedurre, posto x' = p(x) etc., p°() = £ p°() = .

Riteniamo infatti il precedente asserto propriamente inerente alla "natura" della retta, che non è soltanto la linea più breve tra due punti. E' appena il caso di aggiungere che, dato un segmento Î Seg(S), si ha necessariamente:

p°() = < ,

e che il rapporto tra p°() e è una costante che definisce il coseno dell'angolo a tra R ed S. Nel caso invece di una geometria iperbolica, avente curvatura K = , la precedente disuguaglianza rimane valida (la "contrazione" di una proiezione perpendicolare è un "teorema assoluto"), ma la relazione tra segmento proiettante e proiettato diventa assai più complicata. Se indichiamo con a il punto di intersezione tra S ed R, e con x , h le rispettive misure dei segmenti , rispetto a una comune unità di misura, sussiste, come noto, l'identità: tgh() = tgh()* cos(a ), e se si raddoppia per esempio x , non risulta conseguentemente raddoppiato h (potremmo dire che una "retta" della geometria iperbolica non è "lineare"), la differenza tra tgh() e tgh()* cos(a ) riuscendo uguale alla seguente complicata espressione:

tgh() - - tgh()* cos(a ) + * cos(a ) =

= * cos(a ) - .

Abbiamo riportato in maniera estremamente sintetica le nostre osservazioni, ma speriamo siano state lo stesso sufficienti a "illuminare" su possibili modi diversi di trattare l'intera questione dei "fondamenti della geometria".

 

 

8.

Il tempo non è un concetto empirico, ricavato da una esperienza. La simultaneità o la successione non cadrebbe neppure nella percezione, se non vi fosse a priori a fondamento la rappresentazione del tempo. Solo se presupponiamo il tempo, è possibile rappresentarsi che qualcosa sia nello stesso tempo (simultaneamente), o in tempi diversi (successivamente). Il tempo è una rappresentazione necessaria, che sta a base di tutte le intuizioni. Non si può rispetto ai fenomeni in generale, sopprimere il tempo, quantunque sia del tutto possibile toglier via dal tempo tutti i fenomeni. Il tempo dunque è dato a priori. Soltanto in esso è possibile la realtà dei fenomeni. Questi possono sparir tutti, ma il tempo stesso (come condizione universale della loro possibilità), non può esser soppresso. [...] Il tempo non è un concetto discorsivo o, come si dice, universale, ma una forma pura dell'intuizione sensibile.

Il tempo non è altro che la forma del senso interno, cioè dell'intuizione di noi stessi e del nostro stato interno. [...] Il tempo è la condizione formale a priori di tutti i fenomeni in generale. [...] Il tempo è dunque unicamente condizione soggettiva della nostra (umana) intuizione [...].

(Kant, CRP, Estetica trascendentale, § 4: 1-2-4; § 6: b-c, pp. 73-76)

In conclusione della parte "tecnica" del presente lavoro ci occupiamo del caso dell'aritmetica, e quindi, in accordo con il nostro punto di vista, del tempo, considerando pertanto per ultimo ciò che in realtà viene per primo, conformemente all'osservazione di Heidegger:

"Tutto ciò che è in senso essenziale [...] si mantiene ovunque nascosto quanto più a lungo possibile. Nondimeno, rispetto al suo vigere dispiegato, esso rimane quello che viene prima di tutto, cioè il più principale [...] ciò che, rispetto al suo sorgere e imporsi, è primo diventa manifesto solo più tardi a noi uomini. All'uomo, l'origine principale si mostra solo da ultimo".

E' evidente ormai in che modo si possono costruire i perfetti analoghi dei ragionamenti presentati nel paragrafo 5 a partire però dalla retta temporale Q , che è uno spazio discreto (senza minimo e senza massimo), i cui elementi sono gli "istanti" (o "monadi di tempo").

Apriamo una breve parentesi per dire che siamo ben consapevoli che l'opinione secondo la quale l'intuizione del tempo sia discreta non è universalmente condivisa, ciò nonostante essa ci sembra l'unica soluzione possibile tenuto conto dell'"esperienza mentale", e di conferme offerte implicitamente dal linguaggio comune, in cui è lecito parlare di "istante successivo", mentre non ha alcun senso ovviamente parlare di "punto successivo" a uno dato. Possiamo iniziare una panoramica di illustri opinioni contrarie alla nostra cominciando da quella di Aristotele:

"risulta necessario che anche il tempo sia continuo" (Fisica, VI, 4),

passando poi per Bernhard Bolzano:

"Si deve, certo, convenire che due istanti qualsiasi sono separati da un insieme infinito di istanti tra essi compresi",

e terminando con Hermann Weyl:

"Esempi particolarmente importanti di sistemi continui sono lo spazio e il tempo".

Replichiamo in breve dicendo solamente che riteniamo simili pareri conseguenti a una "confusione" delle due forme spazio e tempo in una sola, come accade per esempio soprattutto in fisica (nella "pratica" della fisica), tramite la definizione di velocità. Essendo infatti questa grandezza uguale a spazio/tempo, ecco che sembra possibile derivare l'identità spazio = tempo, quando si ponga la velocità uguale a 1. La conseguenza è che entrambi i termini vengono allora concepiti a tutti gli effetti riducibili (in quanto risultati di "misure") all'unico concetto di numero reale, dimenticando però in tal guisa: primo, che qualunque risultato di misura non può che essere un numero razionale; secondo, che se potrebbe avere senso parlare di una misura spaziale uguale a , o a p , ecco che appare assai meno sensata una frase del tipo "vediamoci fra p minuti".

In altre parole, è usuale imbattersi nella pretesa che R e Q siano "isomorfi" (come spazi ordinati), mentre la considerazione di un simile isomorfismo conduce secondo noi a manifesti "paradossi", tra i quali sono rimasti famosi nella storia della filosofia quelli di Zenone.

Lasciando da parte tale pur importante questione, procediamo con la costruzione che abbiamo in vista. Si introdurrà, speculare a Seg(R), l'insieme Seg(Q ), facendo bene attenzione al fatto che un segmento temporale (se si preferisce: intervallo) dovrà contenere almeno due istanti, i suoi estremi, che rappresentano l'inizio e la fine di un qualsiasi "atto" (soprattutto: di pensiero). Anche adesso Seg(Q ) risulta il supporto di una struttura naturale di preordine totale, la cui interpretazione è immediata: poiché ogni segmento temporale consiste di un numero finito di istanti, il segmento , avente per estremi due istanti distinti a , b , sarà minore o uguale di un altro simile segmento se, e soltanto se, il numero (un numero naturale non inferiore a 2) degli istanti che lo compongono è minore o uguale del numero degli istanti che compongono .

E' chiaro quindi quale sia la relazione di equivalenza indotta su Seg(Q ) da tale relazione di preordine, e che cosa diventi infine il relativo insieme quoziente, che indicheremo ovviamente con il simbolo S Q . Questo insieme sarà uno spazio ordinato discreto avente minimo ma non massimo, una struttura naturale di semigruppo abeliano (additivo) compatibile con l'ordine, etc..

Insomma, in conformità alla filosofia che guida queste riflessioni, non si dovrebbe avere nessuna riserva nel proporre infine l'identità:

N = S Q .

Il procedimento di misura corrisponde attualmente all'individuazione di una relazione d'equivalenza m Q in S Q ´ S Q che abbia le caratteristiche prescritte dall'intuizione temporale. Non c'è bisogno delle complicazioni in cui quella spaziale si è imbattuta nel caso di S R, dal momento che non esistono in S Q coppie di segmenti tra loro incommensurabili. Perciò, verosimilmente, il procedimento di misura relativo alla retta temporale resta quasi inavvertito, fino al punto che può rimanere addirittura "invisibile", e come tale pure, benché fondamentale, la presenza di Q . E' comunque palese che si ottiene adesso, in perfetta analogia con l'identità precedente:

Q+ = S Q ´ S Q /m Q .

Ecco quindi che i numeri razionali compaiono sotto due aspetti: quantità (o grandezze) di natura temporale e di natura spaziale, coerentemente del resto con la possibilità (inevitabile?!) di "immergere" la retta temporale nella retta spaziale, come mostrato nella seguente figura.

(Figura 6)

A partire da due punti distinti, arbitrariamente scelti, a e b, si considera la sequenza b', b'', dei punti tali che º º º ... , e l'analoga sequenza

-b, -b', -b'', ... dei punti "simmetrici" di quelli della prima rispetto al punto a. Si pensi se si vuole ad R ordinata nel verso in cui a precede b, cioè nella seguente figura da sinistra verso destra.

Si tratta di "banalità" sulle quali non insistiamo. Sottolineiamo invece che la differenza con il caso spaziale è evidente. Esiste adesso un minimo di S Q , l'unità, o "cronone". Essa genera per somma tutti i segmenti temporali (liberi). C'è quindi la possibilità di una "misura assoluta" di un segmento temporale, la misura rispetto a un cronone, che sarà sempre un numero naturale (un numero razionale "improprio"). Il cronone non è però l'istante, ed ecco spiegato (secondo noi) un equivoco perdurante. Quando si effettua la misura assoluta di un segmento temporale consistente di n istanti, il risultato non è n, bensì ... n-1, perché la somma di un segmento temporale costituito da m istanti con uno che ne contiene n, produce un segmento temporale consistente di m+n-1 istanti, e non m+n (come nel caso spaziale, per poter essere sommati due segmenti vanno traslati e pensati contigui, e quindi con un estremo in comune).

Sulla stessa linea di pensiero, nel momento in cui si va ad aggiungere al dato semigruppo S Q l'elemento neutro, lo zero, si deve procedere nel medesimo modo quando si aggiunge il vettore nullo a S R. Esso è un'unica classe di equivalenza di coppie ordinate di punti di R, la "diagonale" D R Ì R´ R, l'insieme di tutte le coppie ordinate "equivalenti" (x,x) (x un qualsiasi punto di R). Lo zero aritmetico sarà analogamente l'insieme di tutte le coppie (a ,a ), dove a è un qualunque istante. In altre parole, non si può effettuare la misura di un segmento temporale rispetto allo zero, che è un segmento temporale (libero) formato da un unico istante. Infatti, malgrado venga voglia di dire che il risultato di tale misura sia precisamente il numero naturale n di istanti contenuti in , la somma 0+0+... n volte fa sempre 0, e non .

Non ci dilunghiamo su una fenomenologia (dell'intelletto, e non dello spirito) che ciascuno può elaborare da sé senza alcuna difficoltà, in quanto essa è in effetti semplice e ... antica, in conformità all'opinione che ciò che è vero non può essere nuovo, e ciò che è nuovo non può essere vero. Ci preme semmai:

1 - Sottolineare che, se ci si riflette bene, non siamo di fronte a nessun "giro vizioso", del tipo rilevato da Hilbert allorché "liquidò il programma logicista senza batter ciglio", nel suo intervento al III congresso internazionale dei matematici svoltosi ad Heidelberg nel 1904, obiettando sostanzialmente "che il lungo e complicato sviluppo della logica comportava già la presenza dei numeri interi, anche se non li nominava espressamente; per questa ragione il tentativo di costruire il concetto di numero sulla logica si riduceva a un ragionamento circolare".

2 - Proporre un confronto tra la precedente costruzione e i tentativi di "riduzione" del concetto di numero naturale alla teoria degli insiemi, effettuati prima da Frege (un numero naturale come classe di insiemi finiti tra loro equipotenti), ma soprattutto da John (János, Johann) von Neumann.

Come ben noto, il secondo introdusse la serie degli "ordinali finiti" nel seguente modo:

0 = Æ ,

1 = { Æ } ,

2 = 1È { 1} = { Æ ,{ Æ } } = { Æ ,1} ={ 0,1} ,

3 = 2È { 2} = { Æ ,{ Æ } ,{ Æ ,{ Æ } } } = { Æ ,1,2} = { 0,1,2} ,

...

n + 1 = nÈ { n} = {0,….,n} ,

da cui, automaticamente, la catena di disuguaglianze:

0 < 1 < 2 < 3 < ...,

la quale si riduce non solo alla catena di inclusioni insiemistiche (i numeri sono insiemi!):

0 Ì 1 Ì 2 Ì 3 Ì ... ,

ma anche alla catena di appartenenze:

0 Î 1 Î 2 Î 3 Î ... .

Peccato però (per l'ideatore, e gli estimatori, di un simile "gioco", assolutamente lontano a nostro parere dall'autentica genesi mentale del concetto di numero), che la somma 1+1 non corrisponda all'unione insiemistica 1È 1. Tale somma insiemistica, iterata a partire da un dato insieme, non può mai produrre nulla di nuovo, mentre 1+1+1+... produce tutti i numeri. La precedente costruzione dell'aritmetica propone, non troppo per scherzo, una fondazione basata soltanto sul concetto di insieme vuoto, e poiché l'aritmetica fonderebbe a sua volta la geometria, attraverso il concetto di numero reale costruito in maniera aritmetizzante, ecco che l'intera matematica verrebbe ad essere letteralmente fondata sul vuoto, il che rimanda all'affermazione di Kant citata in epigrafe al paragrafo 1. Riportiamo infine, come esempio del modo con cui viene interpretata (giustamente) la costruzione di von Neumann, alcune osservazioni di Edgar James Delpero (che si collocano sulla sponda opposta alla nostra in quanto a "giudizi di valore", ma sono peraltro coerenti).

"Il nostro scopo dimostrativo è ricavare l'uno da zero, in altre parole il tutto dal nulla [...] La riduzione dell'aritmetica alla teoria degli insiemi, e dunque dei numeri al nulla, è stata compiuta da Gottlob Frege nel 1884, e semplificata da John von Neumann nel 1923. [..] Non c'è però nessun motivo per fermare la potenza generativa del nulla, che costruisce gratuitamente sostanza a partire dalla pura forma [...] Ovviamente, una volta innescato, il processo esplode in un Big Bang numerico che prosegue senza sosta, generando via a via infinit[i] sempre più complicati, benché tutti riducibili in ultima analisi al nulla".

9.

Rideat me ista dicentem, qui non eos videt, et ego doleam ridentem me.

(Aurelio Agostino, Confessionum Libri Tredecim, L. X, 12)

Abbiamo esposto nei paragrafi precedenti i risultati di una "investigazione delle leggi dell'intelletto" relativa a un preteso duplice fondamento della matematica costituito dalle "intuizioni" contrapposte del discreto e del continuo, e alla genesi del concetto di numero mediante un'unica operazione di misura a partire o dalla retta temporale, o dalla retta spaziale. Tre sono dunque gli Urmengen, spazio, tempo, e se si vuole ... l'insieme vuoto, e di due diverse specie gli Urelemente, istanti e punti. Tale convinzione corrisponde alla seguente identità fondazionale (nel solito simbolismo autoesplicativo):

Ob°(Set) = { Æ , Q , S} ,

che volendo si può precisare in un senso più propriamente "matematico" nelle due "ipostatizzazioni":

Q Þ S Q , S Þ S S,

due semigruppi abbastanza simili ma non troppo, che ci sembrano l'espressione matematica delle forme pure kantiane.

In che modo interpretare allora gli sviluppi della matematica "post-moderna"? Tutto da buttare via? (come riteneva forse verso la fine della vita Frege, che pure ne era stato inizialmente conquistato, tanto da parlare, e secondo noi non insensatamente, del sopravvento di un Morbus mathematicorum recens). Evidentemente no, fatto salvo che non si confonda il punto di arrivo (o una tappa successiva) con il punto di partenza di un "itinerario" sempre più complesso, e che non si voglia riservare la caratteristica di "rigore" solamente ad alcune filosofie della matematica. Queste parole rimandano a una concezione della materia come disciplina in "divenire". Nella fase iniziale-fondazionale essa è (non può non essere) una "investigazione delle leggi dell'intelletto", e quindi non può uscire dai limiti dell'antropocentrismo. In una seguente essa si amplia fino a diventare lo "studio di tutte le possibilità di pensiero di una mente infinita".

Si potrebbe obiettare che il "pragmatismo" di matrice anglosassone e il descritto "universalismo metafisico" siano agli antipodi, e quindi difficilmente proponibili a contrassegnare una medesima "scuola di pensiero". Eppure riteniamo che sia proprio così, e che non esista nessuna incoerenza nella loro compresenza nell'attuale comune concezione della matematica: i due estremi si possono infatti scambiare a piacere secondo le circostanze. Al contrario, la posizione da noi illustrata ci sembra individuare allora un aristotelico "medio proporzionale", e l'immagine ci fa piacere. Si noti del resto che tutte le definizioni di "categorie" di strutture sempre più generali, si fondano in ultima analisi su qualche proprietà delle strutture "esistenti" al primo livello (si rammenti l'osservazione di W. Kuyk riportata nella nota 30), in una corrispondenza che garantisce il tanto ricercato criterio di "non contraddittorietà" della matematica.

Volendo infine trovare per forza un appunto da muovere all'analisi kantiana della situazione, più che sulla descrizione e sul ruolo delle pure forme a priori spazio e tempo, esso ci pare potrebbe basarsi sul prosieguo della citazione apposta da Hilbert in epigrafe ai Grundlagen... (cfr. la nota 84).

"Quantunque, rispetto a tutti e tre questi elementi [intuizioni, concetti, idee], [la conoscenza umana] abbia fonti conoscitive a priori, che a prima vista paiano sdegnare i limiti di ogni esperienza, pure una critica compiuta ci convince, che ogni ragione non può mai, nell'uso speculativo, spingersi con questi elementi al di là del campo dell'esperienza possibile, e che la destinazione propria di questa suprema facoltà della conoscenza è di servirsi di tutti i metodi e dei loro principii per indagare nel suo intimo la natura secondo tutti i principii possibili di unità, tra cui quello dei fini è il più importante, ma non varcare mai quei limiti, di là dai quali per noi non c'è più se non lo spazio vuoto".

Ecco, forse qui Kant sottovaluta i limiti dell'esperienza possibile del pensiero (o dello "spirito"), e l'imperscrutabilità dei confini di quello di una "mente infinita", con qualche eco (negativa), ci sembra, dell'osservazione più tardi fatta propria da Hegel, in ordine a un'ipotizzabile coincidenza del reale e del razionale, il primo ambito essendo invece a nostro parere contenuto nel secondo, ma enormemente, riteniamo, di esso più "ristretto", e con ciò crediamo che possa finalmente bastare...

* * * * * * *

Umberto Bartocci, settembre 2005

Dipartimento di Matematica e Informatica dell'Università degli Studi di Perugia

bartocci@cartesio-episteme.net

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(http://www.hkbu.edu.hk/~ppp/Kant_gallery.html)