* Premessa * Ci pare interessante proporre ai frequentatori del presente sito alcune riflessioni di Giulietto Chiesa, che sembrano confermare tutte le pessimistiche analisi e previsioni qui più volte avanzate. Ricordando, specialmente ai fautori della Realpolitik ("there is no alternative" - è il noto ritornello citato pure da Chiesa), che il "filosofo" ha come proprio ambito naturale le categorie del vero-falso, giusto-ingiusto, ben diverse da quelle del "politico" (possibile-impossibile, conveniente-svantaggioso; ma se vogliamo esprimere anche un giudizio etico, viene alla mente un pensiero di Pio X: "preferisco una Chiesa povera a una Chiesa serva"), chiudiamo questa breve introduzione riportando un'osservazione tratta dalla presentazione del libro in oggetto:

> Negare l'ossequio dell'intelligenza [e il "servo encomio", proprio dei vili e degli adulatori - nota di UB] al ritorno della guerra e incominciare a chiamarla con il nome giusto: non guerra al terrorismo [o guerra di liberazione - nota di UB] ma guerra della globalizzazione.

P.S. Il precedente invito si accorda perfettamente a quello del filosofo Rocco Ronchi (che abbiamo già citato, per esempio nel punto D/10 della pagina dedicata all'Attualità):

> Tutti a discutere da Bruno Vespa, questa sera! - Uno scrittore francese ormai dimenticato, Henri de Montherlant, scriveva che in certe situazioni non resta che il disprezzo. I corruttori di ciò che è buono e bello non possono forse essere contrastati, quasi senz'altro avranno la meglio (nel peggio), ma certamente possono e devono essere quotidianamente disprezzati. Il disprezzo lascia il segno perché il corruttore dell'ottimo ambisce al riconoscimento, vuole che gli si creda quando parla di democrazia, libertà ecc... Accettare la discussione vorrebbe allora dire già ammettere una parità essenziale. Il disprezzo è invece quel gesto lieve ma deciso, con cui sottraendosi una volta per tutte a questa melma argomentativa, si mostra all'altro di sapere chi egli sia e, soprattutto, per "chi" stia lavorando. Non ha nulla di superbo: il disprezzo di una verità guasta è infatti un indiretto omaggio ad una verità intatta.
 


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L'informazione rovesciata

di Giulietto Chiesa


 






(da: Il ritorno della guerra, di Alex Zanotelli e altri - acquistabile presso "L'altrapagina", Città di Castello - http://www.altrapagina.it)

La nostra vita sta cambiando in maniera radicale; ci troviamo di fronte a una svolta che non ha precedenti nella storia dell'uomo, non solo di questo secolo. Ritengo che tutti quelli che tendono a presentarci gli eventi degli ultimi vent'anni come un dejà vu, cose già accadute in passato, non abbiano compreso la sfida attuale. Qui non c'è niente di dejà vu. Lo sottolineo perché la mia impressione (e anche la mia angoscia) è quella di trovarmi davanti a una situazione in cui gran parte della gente, inclusa l'opinione pubblica democratica di sinistra, non ha ancora capito che cosa sta accadendo.

Una parte della popolazione è fuori da questa tematica perché è già stata lobotomizzata e non ha la possibilità di far funzionare la propria ragione. il resto, anche se è in qualche misura già vaccinato intellettualmente, non è in grado di leggere la situazione contemporanea per un motivo ben preciso: perché siamo tutti immersi in un flusso informatico che non solo distorce e rnanipola il reale, ma ci propone una realtà totalmente fittizia. L'intero mondo che vediamo non esiste. Il sistema mediatico ci offre un'informazione totalmente rovesciata e la offre a milioni e poi a miliardi di uomini, Il 90% di tutto il flusso informativo è prodotto da venti paesi del mondo e di questo 90%, l'85% è prodotto da un solo stato: gli Usa. E tutto ciò che vediamo, ascoltiamo, consumiamo è interamente costruito sulla base di una possente, unitaria ideologia che plasma le menti. Noi questo non lo abbiamo ancora capito, ma è già accaduto.

Ho letto recentemente un libro molto bello, Divertirsi da morire di Neil Postman, un acutissimo sociologo americano, che descrive l'America di 16 anni fa, quando il libro è stato pubblicato negli Stati Uniti. La fotografia dell'America delineata dall'autore sembra la descrizione dell'Italia attuale. Abbiamo a disposizione ancora 16 anni e poi saremo tutti lobotomizzati e quando l'imperatore ci verrà a dire: "è ora di andare in guerra", l'80 o il 90% della popolazione obbedirà tranquillamente come sta accadendo negli Usa.

Questo è il primo punto su cui si può riflettere. E riflettere significa organizzarsi, perché noi non abbiamo oggi gli strumenti per difenderci da questo flusso. Noi siamo figli di una grande democrazia, della costituzione democratica più avanzata che esista in occidente, siamo nati e vissuti in una società civile, ricca, articolata, dentro un sistema di protezioni civili, democratiche, umane che, nonostante le durissime lotte di questi 50 anni, sono state sostanzialmente rispettate. Altre società non hanno avuto esperienze simili; tutta la retorica nauseante di questi giorni, che tende a presentarci gli Usa come il modello più alto di democrazia, è sostanzialmente falsa. Gli Usa non sono mai stati e non sono nemmeno oggi un modello di democrazia per il resto del mondo. Se c'è una società dove la democrazia sta morendo, soverchiata da sistemi di strutture autoritarie, questa è l'America: un paese dove la Corte Suprema ha legiferato nel novembre dell'anno scorso, sottolineo solo questo piccolo dettaglio, che il finanziamento privato delle campagne elettorali dei candidati è equivalente all'esercizio della libertà di espressione. Come ha detto molto bene William Pfaff, con questo pronunciamento la democrazia americana è finita e si è trasformata in una struttura plutocratica, dove per diventare presidente, deputato, senatore o governatore bisogna essere obbligatoriamente miliardari.

Il secondo punto della mia riflessione ruota attorno alla domanda: quale guerra è quella che sta ritornando? Premetto che tra il primo punto, l'informazione, e il secondo c'è un rapporto strettissimo. Ormai, per le ragioni che ho già accennato, le guerre si preparano in anticipo e le televisioni sono le più potenti corazzate, anzi le portaerei più micidiali, che decidono le sorti del conflitto. La guerra del Kosovo, che ci è stata presentata come "guerra umanitaria", è stata costruita, organizzata, preparata, con 6 mesi di anticipo, in tutto e per tutto. In questo arco di tempo milioni di persone in Occidente sono state manipolate sistematicamente, mentre altri organizzavano la rottura politico-diplomatica che avrebbe consentito di preparare la guerra. Una guerra che serviva a cambiare le regole del gioco: modificare le leggi della Nato. E infatti sono state cambiate. Come ho scritto nei miei libri, che nessuno ha contestato o recensito sui giornali più importanti forse perché non ci sono argomenti per contestarli, io vedo un nesso strettissimo fra le tre guerre più recenti: Kosovo, Afghanistan e adesso Iraq, che hanno avviato un processo terrificante.

Un cambiamento epocale

Noi andiamo verso una guerra infinita perché è cambiata un'epoca. .La data simbolica è l'11 settembre. Su questo evento varrebbe la pena di fare una riflessione di altro genere, non politico-culturale, ma spionistico-organizzativa. La mia opinione è chiarissima: noi la verità sull'11 settembre non la sapremo mai, né oggi né nei prossimi cento anni, e questa è la prova provata che si tratta di una grande operazione di terrorismo di Stato. Quando si realizzano grandi atti di terrorismo internazionale non si troverà mai nessuno che dia un ordine, perché non si tratta di un'operazione omogenea. Negli attentati dell'11 settembre, come ho provato ad argomentare nel mio libro, si vede in filigrana la presenza di protagonisti molto diversi: pezzi di servizi segreti pakistani, settori dei servizi segreti arabo-sauditi, egiziani, americani, israeliani. Queste operazioni si fanno mettendo insieme forze possibilmente ostili le une alle altre perché non si deve assolutamente vedere la trama unitaria che le lega, spesso a loro insaputa. Io pubblico nel libro un documento di un ex agente della Cia, Copeland che fu assoldato durante il tentativo di liberazione degli ostaggi a Teheran, al tempo del presidente Carter. Spiega Copeland che quando si organizza un'operazione di questo genere bisogna scegliere sempre le persone più fanatiche perché sono molto più manovrabili. Aggiunge che vanno sottoposte a una serie di prove per vedere fino a che punto possano essere controllate. L'essenziale è che ciascuno di loro deve sempre essere convinto di agire nel proprio interesse e nell'interesse della causa che sostiene. GeorgeTenet, l'attuale capo della Cia, a un certo punto si è lasciato scappare una frase bellissima. Ha detto, a proposito dell'11 settembre: "Questa operazione doveva essere nella mente al massimo di tre persone". Ha ragione. Chi era al corrente dell'11 settembre dovevano essere 3 o 4 individui e dubito che Osama Bin Laden fosse tra questi. Dubito sulla base difatti concreti. Il presidente del Pakistan Musharraf, che è stato uno degli organizzatori dei taleban, e che ha trattato fino al 10 settembre con Al Qaeda e con Osama Bin Laden, e quindi sa un sacco di cose, i primi giorni di agosto del 2002 ha dichiarato: "Non credo che Osama Bin Laden abbia fatto da solo tutta questa operazione. Non si organizza una cosa così complicata da una grotta afghana". E poi aggiunge la cosa più importante di tutte, che è un segnale mafioso rivolto a qualcuno che deve ascoltare: "Chi ha realizzato l'11 settembre doveva conoscere alla perfezione i sistemi di difesa degli Usa". Chi conosce perfettamente i sistemi di difesa americani sta in America e non è neanche musulmano, è con tutta probabilità cristiano, bianco e parla un perfetto inglese. Ecco un'altra dichiarazione illuminante, sempre di G. Tenet, durante una conferenza stampa: "In realtà noi avremmo dovuto bombardare molte capitali occidentali e molte banche ma, voi capite, non lo potevamo fare!". Si è scoperto che, prima dell'11 settembre, in numerose borse del mondo, in particolare allo stock exchange di Chicago, sono state condotte operazioni al ribasso, acquisti massicci di azioni in prevista caduta delle compagnie aeree, United Airlines, American Airlines, della Morgan Stanley Dean Witter & Co, la maggior banca di investimento che aveva 22 piani nel Wtc, della Axa Reinsurance che aveva il 25% della United Airlines e così via. Valutazioni diverse (fonte Cbs) dicono che le speculazioni sono state da un minimo di 100 milioni di dollari, cioè 2.000 miliardi di vecchie lire, a 14-15 miliardi di dollari. Chi sapeva. dal 6 al 10 di settembre, quello che stava per accadere? Domanda inquietante. Ma la notizia più divertente è quella che è uscita recentemente su Internet e che nessun giornale ha pubblicato in Italia e nemmeno in Occidente: una delle banche che hanno fatto speculazioni sulla United Airlines, a cui apparteneva il primo dei due aerei che ha colpito le Twin Towers, si chiama Bankers Trust AB Brown, dal 1999 di proprietà della Deutsche Bank, con sede a New York. Il vicepresidente della Bankers Trust AB Brown fino al 1998 era il sig. Crongard detto "Buzzy" come soprannome. Questo signore è l'attuale vice direttore della Cia, nominato in quell'incarico nell'aprile 2001. Fino a 2 anni prima era vice presidente della banca e non è pensabile che nello spazio di due anni lui si sia dimenticato di tutti i suoi amici. Naturalmente non è una prova, ma è un dettaglio molto inquietante.

È altrettanto inquietante che il giorno 9 settembre 2001 il presidente George Bush avesse sul suo tavolo un ordine di attacco contro l'Afghanistan preparato dalla Cia e pronto per essere eseguito. Come mai non lo ha firmato il 9 settembre'? E lo stesso giorno 9 settembre è stato assassinato, nella valle del Panshir, Ahmad Shah Massud il principale oppositore al regime talebano. Chi l'ha assassinato? Mi trovavo in zona e sono andato, insieme a Gino Strada che è amico dei tagichi, a parlare con loro. Ci hanno detto che erano certi che a uccidere Massud erano stati i servizi segreti pakistani. Quali rapporti ci sono tra tutti questi eventi? Se ne ricava l'impressione che tra il 9 e l'11 settembre ci sia stata una corsa contro il tempo, in cui i giocatori sapevano perfettamente le mosse che l'altro stava per intraprendere e che il 9 settembre Bush non abbia firmato niente perché si aspettava qualche avvenimento da poter utilizzare per dire: siamo stati colpiti, attacchiamo l'Afghanistan. Probabilmente, l'unica ipotesi che si può fare al riguardo è che l'establishment si aspettasse qualcosa di più modesto di quello che è accaduto.

Ma ci sono altri indizi. Un ispettore della Cia, attualmente carcerato in Canada, comunicò alla Cia che nel corso del 2001 ci sarebbe stato un attentato contro le Twin Towers con l'uso di aerei suicidi. Questo ex agente ha rivelato (la notizia è stata pubblicata) che in un suo viaggio a Mosca nell'anno 2000 ebbe informazioni precise sul fatto che era in preparazione una serie di attentati e che qualcuno avrebbe detto, dall'interno della Cia: "di questa serie di attentati noi dobbiamo lasciarne fare uno solo, il primo, e fermare tutti gli altri". Questo signore è attualmente sotto processo in Canada e non si sa come finirà il suo processo. Io non so nemmeno come finirà lui. Se fossi al posto suo non berrei caffè e starei attento a chi gli prepara il pranzo.

Fin d'ora si può dire con assoluta sicurezza che la versione che ci è stata fornita è falsa. Qualche tempo fa mi sono messo alla ricerca dei materiali relativi al terzo aereo dell'11 settembre e ho cominciato a esaminarli. Sono andato a vedere le fotografie del terzo aereo che è precipitato, si fa per dire, sul Pentagono e posso affermare con assoluta certezza che sul Pentagono non è caduto nessun aereo.

Un Boeing 737 di quelle dimensioni è alto come un palazzo di 2 piani. Il Pentagono nell'unico punto dove è stato colpito, all'altezza del primo piano, presenta sulla fotografia un enorme buco rotondo, e già questo è inspiegabile perché un aereo che cade non fa un buco rotondo su una parete laterale. Neanche volendo un aereo così grande riesce a colpire tanto in basso, perché sì dovrebbe ipotizzare che è arrivato a volo radente, sfiorando il terreno. Guardando la fotografia, invece, si vede il prato tutto verde e pulito, senza neanche un rottame. Altra considerazione: questo aereo ha una apertura alare di circa 40 metri. L'apertura dello squarcio nella parete esterna dell'edificio è non più larga di 25 metri, le ali non ci stanno. Questo aereo deve aver colpito di punta perché si vede che l'esplosione è stata perpendicolare, ma ci si chiede dove siano andate a finire le ali e i motori. Il capo dei pompieri non ha saputo rispondere alla domanda: dove sono i motori, perché non ci sono motori né carburante? Quindi siamo di fronte alla palese invenzione di un episodio. E poi c'è tutto l'elenco delle stranezze degli aerei che si levano in volo dagli aeroporti sbagliati, dei caccia che sembrano girare su se stessi perché non si capisce come mai rimasero lontani dal teatro operativo. Chi è andato a verificare le scatole nere di questi aerei? Sembra che caccia velocissimi che possono viaggiare a 1200 km orari abbiano viaggiato a 200 miglia orarie in stato di stand by. Queste versioni fanno acqua da tutte le parti.

Il Pentagono quella mattina dell'11 settembre è stato attaccato da un commando che ha sparato uno o più missili a terra. Oppure si è trattato di un missile sparato per colpire l'aereo e che ha mancato il bersaglio. Tutto il mondo conosce la versione dei due aerei che si sono schiantati contro le torri, del terzo aereo che è finito sul Pentagono, del quarto aereo che è stato abbattuto, non si sa dove, nel Minnesota. Se ci hanno potuto raccontare una bugia così terrificante, perché un terzo aereo è caduto da qualche parte, ma certamente non dove ci è stato detto, tutte le altre versioni devono essere sottoposte a un accurato check di verifica. Ma questo, per quanto terribile, è soltanto un dettaglio che indica quali domande si aprano appena si esamina tale scenario.

La globalizzazione americana

Io sono convinto che la globalizzazione americana e stata ed è un fenomeno reale molto grave. In questi 20 anni abbiamo vissuto dentro il modello culturale, ideologico, politico, morale, istituzionale rappresentato dagli Usa, propagandato e sistematicamente introdotto, al punto che persino le sinistre europee hanno finito per accettarlo, copiarlo sotto ogni profilo. Il modello americano è diventato tendenzialmente il modello del mondo. Su questa base gli Usa sono diventati gradualmente il paese guida e hanno ottenuto due grandi risultati. Il primo è che noi abbiamo pagato la potenza militare degli Usa perché essi ci hanno protetto dalla grande minaccia dell'Urss, l'unico modello alternativo di organizzazione economico-sociale che si è presentato nella storia del mondo dall'inizio del capitalismo. In questo contesto era comprensibile, logico che l'intero Occidente pagasse gli Usa per essere difeso. Fino al 1989/90. Poi quel nemico è crollato e gli Stati Uniti hanno proposto il loro modello, considerato da tutti il più efficiente, il più dinamico, anzi l'unico modello possibile: there is no alternative - non c'è alternativa. Ci viene detto, e in Italia è stato ripetuto più volte, che non c'è alternativa: la globalizzazione è un fatto naturale, è una legge di natura, perfino Fidel Castro l'ha sostenuto e in qualche misura è vero. Solo che gli Usa ne hanno proposto una loro interpretazione, portata avanti abilmente dal Presidente Clinton. Un fatto oggettivo è stato trasformato in un'operazione politico-mediatica. E stato elaborato un modello in cui il popolo americano ha cominciato a consumare in modo sempre più spasmodico. Non voglio dare giudizi, mi limito semplicemente a constatare, che gli Stati Uniti sono diventati l'unico paese in cui il risparmio ha preso il segno meno. Risparmio negativo. Non ci sono altri paesi al mondo in cui si consumi più di quello che si produca, salvo gli Usa. L'indebitamento degli Stati Uniti nel corso degli ultimi 15 anni ha raggiunto la cifra di 20 mila miliardi di dollari, un debito che non potrà mai più essere pagato. Poi c'è l'indebitamento delle imprese, tra 7 mila e 10 mila miliardi di dollari. E' un fatto abnorme che una popolazione di 250 milioni di persone consumi da sola il 40% dell'energia elettrica prodotta in tutto il mondo, inquini da sola per il 34% l'atmosfera del pianeta, contribuisca da sola a produrre più di un terzo dell'effetto serra, e così via. Il 3% della popolazione mondiale detiene possibilità di consumo sterminate, non solo, ma consuma a credito nel confronti del resto del mondo. Un intero comparto dell'economia mondiale, il cosiddetto Pacific Rim, che va dal Giappone fino alla Malaysia, lavora essenzialmente per il consumo americano. Se il consumatore americano avesse mostrato la minima propensione a diminuire i suoi livelli di consumo, l'economia mondiale sarebbe già crollata. Sta accadendo ora.

La fine del modello americano

Questo modello è finito. Negli ultimi due anni noi abbiamo assistito al disperato tentativo di rimetterlo in movimento, ma ci si è accorti che non funziona più. Nel 2001 Alan Greenspan per la prima volta nella storia degli Usa (non era stato fatto nemmeno nella crisi del 29) ha abbassato il tasso di sconto, cioè il costo del denaro, 11 volte in un anno, nel disperato tentativo di rimettere in moto il meccanismo, senza riuscirci. L'America è entrata in recessione nell'aprile del 2001, ma ce l'hanno comunicato ufficialmente solo a novembre. Viviamo nella società tecnologica più avanzata e ci sono voluti 8 mesi per fornire al mondo la notizia più importante degli ultimi vent'anni. Ci è stata comunicata dopo l'11 settembre, quando in cabina di regia lo sapevano già da aprile e, io aggiungo, fin dal 1999, che le cose non stavano andando per niente bene. Alan Greenspan aveva ripetutamente avvertito che il mondo economico stava navigando su una bolla d'aria che avrebbe potuto scoppiare, per mettere in guardia la borsa di Wall Street. Ma il contesto non permetteva di recepire simili moniti. Si era creata una situazione in cui in America il ceto medio pensava (e in effetti era così) che ci si arricchisse dormendo. Bastava comprare un po' di stock options e si diventava ricchi. ... Ci proponevano gli Usa come il modello più efficiente, ma nessun paese può reggere in queste condizioni, se non ha il più potente esercito del mondo. E noi non ce l'abbiamo. Questa non era affatto efficienza, era il risultato di una terrificante disparità di forza e di organizzazione, inclusa quella militare. ...